12 maggio 2009 —
pagina 07
sezione: Cagliari
IGLESIAS. La preistoria oltre la porta di casa: se ormai tutti conoscono ogni lembo di medioevo e qualsiasi scavo minerario disseminato sul territorio sono invece pochi a sapere che esiste un patrimonio di tracce che risalgono al neolitico nelle campagne appena fuori dal centro abitato. Così il Cissa (Centro iglesiente di studi speleologici e archeologici) ha deciso di proporre per Monumenti aperti una visita guidata a tre grotte di Corongiue Mari in cui luomo, nei millenni, è passato più di una volta lasciando sempre i segni delle diverse epoche storiche sotto forma di ceramiche e frecce.
Le tre grotte non sono grandi e non presentano fenomeni geologici originali rispetto ad altre cavità, ma è il fatto stesso che siano grotte a renderle interessanti per il gruppo di accompagnatori che le frequenta e le tiene sotto osservazione da anni, evitando che tombaroli e predatori di stalattiti facciano danni. «Sono 33 i siti neolitici censiti in questa zona - ha spiegato Veronica Bisio, archeologa del Cissa che ha fatto da guida - e 27 di questi sono in grotta: erano ripari, dimore, sepolture in cui abbiamo ritrovato pezzi importanti di ceramiche e ossidiana». Di Santa Vittoria, la prima in cui ci si cala, si sa che è stata usata come chiesa a partire dallalto medio evo, perché allinizio del 1200 è già documentata in documenti papali tra i possedimenti della chiesa. Nella piccola cavità, ampia poco più di cento metri quadri, sono stati ritrovati frammenti di ceramiche e anche due conci di calcare che arrivano da un tempio romano, poco distante, distrutto. Nessun documento medievale parla invece della seconda grotta in cui si scende, Santa Vitalia. In mancanza di documenti «sono i reperti ritrovati - prosegue Bisio - a dirci chi e quando ha usato questa cavità. E Santa Vitalia, riparo nel neolitico, è stata usata nel Medievo come chiesa». Nel breve tragitto che separa le grotte spunta anche una piccolissima sink holes in mezzo a un campo testimonia in superficie la carsificazione del calcare sottostante mentre un forno di calcinazione ricorda che proprio quel calcare - trasformato in calce: è stato anche una risorsa economica. Ma il fiore allocchiello del tour è un luogo a cui non si ha accesso, per ragioni di sicurezza, la grotta della Volpe: bisogna accontentarsi dellingresso e della copia di parte dei reperti recuperati. «Qui è stato ritrovato un corredo funebre integro e ben conservato di cultura campaniforme - racconta Gianfranco Canino, archeologo e anche lui del Cissa - un periodo compreso tra terzo e il secondo millennio prima di Cristo, che ha come elemento caratteristico i vasi a forma di campana rovesciata. Altrove questi vasi servivano probabilmente per bere, ma qui li abbiamo trovati solo come parte di corredo funebre, assieme a tripodi, punte di freccia e brassard, degli oggetti in pietra che proteggevano il braccio dellarciere durante il lancio della freccia». «Lesplorazione di queste grotte è servita per far conoscere una parte del nostro patrimonio sotterraneo - ha concluso Luciano Cuccu, fondatore del Cissa e speleologo - che è ancora in buona parte da studiare».