Passoni apre il dibattito sulla sconfitta


SASSARI.Non si limita a leccarsi le ferite. Il Pd entra nel profondo e cerca di vivisezionare il suo malessere. Ne vien fuori una radiografia della sconfitta elettorale molto composita, e una grande voglia di riprovare a camminare. Nella sala conferenze dell'Hotel Grazia Deledda, a confrontarsi c'è una grande fetta del partito. C'è il commissario Achille Passoni, il deputato Guido Melis, il sindaco Gianfranco Ganau, più una larghissima rappresentanza della base. Mancano invece molti di quelli che l'assemblea definirà i capicorrenti, ovvero gli eterni ex. Gli ex Margherita, gli ex Progetto Sardegna, gli ex qualcosa: quelli che, dirà Guido Melis, «si riuniscono segretamente in summit e prendono le decisioni. Quelli che vorrebbero che il partito restasse ancora cosi: con i suoi conflitti e le sue guerre di trincea». Che il Pd sia ancora un aggregato di vecchi clan politici, con padrini e affiliati, lo si è visto chiaramente alle regionali. E' stato uno dei punti a suo sfavore. E ad ogni analisi post sconfitta, ad ogni esame di coscienza, questo peccato originale viene puntualmente stigmatizzato. E allora, come molto tempo fa, ecco che la panacea di tutti i mali è sempre quella: i circoli che spuntano in ogni paese, il tesseramento, altra linfa, il rinnovamento che dalle radici si propaga ai vertici, prima i congressi periferici e poi quelli regionali. E infine le primarie. «Con candidati - suggerisce Melis - che niente abbiano a che fare con le recenti dispute per la segreteria. Tutto questo da un punto di vista logistico organizzativo. L'altra sfida, la più difficile, riguarda invece la ricucitura col tessuto sociale: «Abbiamo perso consensi su tutti i fronti - dice Passoni - operai, casalinghe, imprenditori, disoccupati maschi, donne: tutti hanno votato dall'altra parte. Gli unici che hanno capito il nostro messaggio sono stati i giovani» Un gap di comunicazione c'è stato. Quello di Soru viene definito come un 'riformismo illuminato, dove il cambiamento viene spiegato e offerto al popolo da una sola persona. «Invece, perché il cambiamento venga vissuto, deve passare attraverso un riformismo di massa». Occorre cioè che i partiti lo accompagnino dentro la società, e facciano da filtro anche altri enti intermedi, come i sindacati o i comuni. Questa iniezione graduale del cambiamento invece non c'è stata. Agli occhi dei sardi è arrivata una trasformazione dal volto deformato, con tratti eccessivamente identitari: il vellutino come simbolo di appartenenza. Poi sarà anche vero, come dice Giulia Lombardo, che Soru non è solamente vellutino: «Se siamo qui a scannarci è per merito della sua rivoluzione, che ha smantellato il sistema dei partiti». Il problema è che certe rivoluzioni hanno bisogno di tempo per essere metabolizzate, e ogni scossa tellurica crea scompensi e fratture nel corpo sociale. «Non ci siamo accorti del blocco elettorale che si stava cementando intorno al centrodestra - dice Melis - abbiamo sottovalutato il dissenso che si allargava. Non basta fare buone leggi, bisogna anche farle capire e avere anche il coraggio di modificarle, se necessario, sulla base delle istanze del territorio». L'errore e la leggerezza più grave, infine, sono stati non concentrarsi abbastanza sulla crisi economica in atto. «Abbiamo lasciato i ceti più esposti alla recessione soli davanti alla televisione - dice Passoni - e il messaggio che arrivava dallo schermo era un 'Ci penso io". Questa è la grande forza del Berlusconismo. Perché la Sardegna doveva essere refrattaria? Perché la ventata di centrodestra qui doveva arrivare meno impetuosa che altrove? Noi invece ci siamo intestarditi sulle cose già fatte, senza parlare del futuro, del modo in cui affrontare la crisi». Molte delle riflessioni emerse ieri a Sassari, oggi pomeriggio verranno messe in campo a Cagliari durante la riunione del direttivo, nella sede del Pd. «La prima cosa che proporrò ai vertici - conclude Passoni - sarà di sancire il legittimo riconoscimento delle posizioni diverse dentro il partito. Se questo meccanismo perverso dell'additare come nemico chi la pensa in modo diverso, continua a vivere nel Pd, allora non andremo da nessuna parte».

Luigi Soriga