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Tibet, 50 anni di occupazione cinese Gli esiliati manifestano in India

 NEW DELHI. Domani ricorre il cinquantesimo anniversario dell’occupazione del Tibet da parte della Cina. La ricorrenza sarà celebrata a Dharamsala, la cittadina del nord dell’India che da mezzo secolo è sede della diaspora: ospita infatti la maggior parte delle organizzazioni tibetane, come il governo in esilio e lo stesso Dalai Lama. Le manifestazioni saranno tutte non violente, ma ferme e decise nel chiedere l’autonomia del Tibet della Cina. Non l’indipendenza, come qualcuno aveva lasciato pensare l’anno scorso alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino e durante i moti di Lhasa, ma l’autonomia così come da sempre richiesta dal Dalai Lama, che domani presiederà una cerimonia nel tempio a Dharamsala. Una marcia di protesta partirà dalla città fino a Kachari, e infine ci sarà una fiaccolata silenziosa, preceduta da un minuto di silenzio per le vittime degli scontri e dell’occupazione cinese.
 Per strada, tre generazioni di tibetani. Oltre ai non molti sopravvissuti tra coloro che hanno attraversato nel 1950 il confine con l’India, sfileranno anche i giovanissimi tibetani discendenti dai profughi, che in Tibet non ci sono mai andati e che ne hanno solo sentito parlare. Dharamsala sarà in India la città più fortemente coinvolta in questa giornata, ma manifestazioni pro Tibet ci saranno anche nelle principali città indiane, come New Delhi». Non solo tibetani sfileranno martedì a Dharamsala. Nella cittadina indiana saranno presenti delegazioni da tutto il mondo, tra le quali una italiana. «Persino dei cinesi che non vivono in Cina e che sono a favore del movimento democratico hanno espresso il desiderio di essere presenti alle manifestazioni di domani», ha dichiarato alla stampa Sonam Dagpo, segretario per le Relazioni internazionali del governo tibetano in esilio.
 Ma il governo cinese non sembra affatto intenzionato ad ammorbidire la linea sulla questione tibetana. La legge marziale di fatto ha chiuso a tutti i testimoni la Regione Autonoma del Tibet e vaste aree di altre province. Un quarto del territorio cinese è sigillato. Il 10 marzo è l’anniversario della rivolta del 1959 che si concluse con la fuga in India del leader tibetano, il Dalai Lama; il 14 quello dei sanguinosi attacchi condotti a Lhasa da giovani tibetani contro immigrati cinesi; per il 28 marzo è stata indetta dalle autorità la nuova festa della Liberazione dalla schiavitù, cioè la cacciata del Dalai Lama e la formalizzazione dell’appartenenza del Tibet alla Cina. Difficile che il blocco venga tolto prima, e se verrà tolto dopo dipende da quello che succederà nelle prossime tre settimane. Fino ad oggi proteste sono state segnalate nel Sichuan, dove si sarebbero verificati una decina di arresti, e in alcune località del Qinghai.
 Giovani monaci spiegano che «fino all’anno scorso» a Xiaxiong c’erano più di trecento monaci. Ora ne sono rimasti una settantina. La stessa cosa, secondo le denunce dei gruppi di esuli tibetani, è avvenuta nei mesi scorsi in tutti i principali monasteri tibetani, primi tra tutti quelli di Sera e Drepung a Lhasa, capitale del Tibet e centro di una rivolta che sembra lontana dall’essersi esaurita.

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