01 marzo 2009 —
pagina 38
sezione: Spettacolo
CAGLIARI. «Milano», dice un pastore di Sarroch, con un sorriso amaro, che non si fa illusioni sul miglioramento dei rapporti tra il grande Moloch dellindustria petrolchimica isolana, la Saras della famiglia Moratti, e la popolazione locale. Siamo nel prefinale di «Oil, la forza devastante del petrolio», un bel documentario di poco più di unora girato dal regista leccese-milanese Massimiliano Mazzotta tra il 2007 e il 2008 e presentato con crescente successo sia a Sarroch che a Cagliari.
Il tema specifico di questa sequenza riassume, in qualche modo, il senso del film-documentario, così come dichiara lo stesso regista: «Le misure di sicurezza della pratica quotidiana, che impediscono alla più grande raffineria dEuropa o meglio al grande polo petrolchimico del sud ovest della Sardegna, di inquinare meno, produrre meno tumori e meno malattie respiratorie, essere in grado, anche attraverso strutture sanitarie adeguate - da tempo si parla di costruire un piccolo ospedale - di monitorare la salute di operai e abitanti».
Lapproccio alla tematica principale, in realtà, parte da un normale senso di sorpresa - anche questo racconta il regista - nellincontrare, durante una gita verso le spiagge di Pula e Chia, il Moloch. E qui si potrebbe ricamare a lungo, prendendo la Saras - per la sua posizione isolata tra spiagge e ville - come emblema di una impossibile riconciliazione tra i sardi e la mutazione industriale della propria terra.
Trentanni fa era stato il poeta e scrittore Francesco Masala a coniare la fortunata definizione di «Dio petrolio» come nuova illusione palingenetica dei sardi. E poiché il documentario di Mazzotta recupera, nelle parti iniziali, anche diversi filmati e fotografie di repertorio dedicate alla nascita e allinaugurazione della Saras (1965/1967), si potrebbe aggiungere a quelle immagini un bel numero di cinegiornali dellepoca che raccontano, quasi fossimo in un film a soggetto, la nuova vita di ex pastori che si recano, in automobile, a lavorare in Saras ed esprimono una grande felicità al pensiero di non star più sulle montagne, di notte, a sorvegliare le pecore.
Ma questapproccio storico viene subito messo da parte dal regista: la mutazione cè stata ed certo definitiva e non è il caso di aver nostalgia per la Sardegna di trentanni fa, ma semmai di pensare che oggi è necessario rifiutare il ricatto - presente anche in altri celebri siti industriali isolani - che elargisce il lavoro solo in cambio della cattiva salute.
Non a caso i protagonisti del film sono in larga parte i giovani di Sarroch, tra i cui profili potrebbe essere rintracciato persino il protagonista di «Jimmy della collina» di Enrico Pau, il cui riferimento ambientale e scenico è proprio il dualismo integrazione-rifiuto. Ma il documentario non sposa certo la tesi estrema del rifiuto: operai - molti dei quali coraggiosi testimoni di fatti e misfatti - e non, alcuni figli o amici di lavoratori morti di cancro o di altre patologie che possono essere messe in relazione con le condizioni di lavoro in fabbrica, semplicemente scardinano, come dice orgogliosamente lo stesso Mazzotta, il muro del silenzio.
Questa caduta del muro, nel film, trova una sorta di innesto narrativo in due episodi. Il primo è la ricerca del prof. Biggeri, incaricato dallamministrazione comunale di unindagine epidemiologica sulla popolazione del paese (lo stesso Biggeri ha accompagnato il film assieme a Antonio Caronia, collaboratore di Mazzotta e docente allaccademia di Brera); il secondo è il funerale di Gigi Vaccargiu, un giovane di 31 anni morto di cancro che lavorava per una ditta esterna.
Mazzotta ci tiene a precisare una sorta di ulteriore sorpresa: «Una volta deciso di affrontare la fabbrica, ho dovuto fare i conti con il dilemma della famiglia Moratti, proprietaria della raffineria. Non cè stata nessuna contestazione dei dati del professore Biggeri, solo un tentativo di vedere il film in anteprima per evitare sorprese, ed ovviamente io ho risposto che non era possibile. Ma mi chiedevo come mai, questa famiglia potentissima, dagli interessi politici trasversali tra destra e sinistra e persino con agganci tra i verdi, sia così insensibile al rapporto con la popolazione e con la salute degli operai». Forse la risposta al quesito è in qualche dichiarazione, pubblica e privata, delle persone che accettano di comparire nel film: «Quando la Saras sostiene i politici locali, loro stanno zitti; quando non lo fa, sbraitano sui pericoli per la popolazione».
Diviso in capitoli che mettono in relazione i temi più scottanti con i cicli lavorativi della fabbrica - o delle fabbriche, visto che nellimmensa area industriale vi sono altre aziende chimiche, tra cui lEni - «Oil, la forza devastante del petrolio» ha anche la sua importante rivelazione che apre le porte a scenari inquietanti: la Saras, come si sa, produce un terzo dellelettricità consumata nellisola (e obbligatoriamente acquistata dallEnel) attraverso lutilizzo degli scarti di lavorazione.
Questa scelta non è neanche criticabile se non fosse che il celebre decreto Cip/6 la cataloga come produzione di energia rinnovabile e pulita. Ha ragione lex presidente Renato Soru a sottolineare pacatamente che il decreto governativo, mai abrogato, impedisce alla Sardegna di poter puntare in maniera massiccia sulla vera energia rinnovabile e pulita: solare e eolica.
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Gianni Olla