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Le residenze universitarie, progetti e problemi


 SASSARI. Quattordici miliardi di dollari. Il valore degli studenti che scelgono di andare a vivere vicino alla loro università non si misura solo in voti e conoscenza. Qualche tempo fa la Federal Reserve ha progettato uno studio per capire quanto potesse costare agli Stati Uniti il calo di studenti stranieri dopo l’11 settembre. Il risultato a nove zeri di questo capitale umano si riferisce al giro di affari generato da 564 mila universitari che arrivavano negli States da ogni angolo del mondo. Il dato è saltato fuori ieri mattina a Sassari durante il convegno «Dai collegi medievali alle residenze universitarie» organizzato dall’Ersu nella nuova casa dello studente di via Coppino.
 «Le sedi decentrate sono ectoplasmi. L’università è un luogo dove si trovano servizi, didattica, accoglienza. Altrimenti manca l’elemento principale: la civitas». Così l’assessore regionale alla pubblica istruzione Maria Antonietta Mongiu nel suo intervento. Ma sfogliare le pagine della storia si trovano motivi diversi che hanno convinto le istituzioni a dare un letto agli studenti. Se il pragmatismo americano dimostra l’importanza dell’argomento con il potere dei numeri, è dal Milletrecento che collegi e convitti hanno iniziato ad accompagnare i corsi di studi. I gesuiti sono stati un punto di riferimento. L’intento era quello di plasmare la futura classe dirigente: allevare nuovi burocrati per garantirsi un dialogo privilegiato con la chiesa.
Le rivoluzioni più importanti sono nate nelle aule guidate dalla Compagnia di Gesù: la divisione in classi e le verifiche dei progressi negli studi sono state messe a punto proprio dai gesuiti, come ricorda Andrea Romano, dell’Università di Messina.
 Ma i cattolici non si sono fatti attendere. Già nel Cinquecento si aprono a studenti poveri e volenterosi le prime residenze volute da cardinali e arcivescovi. A spiegarlo è Simona Negruzzo dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. Studi di teologia, logica e grammatica si accompagnano a un codice rigoroso. Chi salta le lezioni è escluso dalla cena, se è fortunato rimedia pane e vino. Il vestiario è quasi sempre in panno nero, mai di seta, ad eccezione del mantello.
 Nell’incontro, coordinato da Attilio Mastino e Piero Sanna, si intravede anche un intenso scorcio della Sardegna del Seicento, grazie alla ricostruzione storica del Collegio dei nobili di Cagliari messa a punto da Carla Ferrante (Archivio di Stato di Cagliari) e da Antonello Mattone, professore dell’ateneo sassarese e anima del convegno.
 Oggi in Italia gli studenti universitari hanno a disposizione 33 mila letti. Rispetto agli iscritti (un milione e 800 mila nell’ultimo anno accademico) le stanze coprono solo il due per cento. «Un vero e proprio gap rispetto all’Europa» denuncia Christian Solinas, presidente dell’associazione nazionale per il diritto allo studio universitario. La Spagna garantisce il 9 per cento, e le repubbliche baltiche toccano la punta vertiginosa del 23%. In molti casi però la quantità si bilancia con stanze microscopiche di sette metri quadrati.
 «La Sardegna è la regione che ha investito di più in Italia per lo studio universitario» conferma Solinas. Un dato più volte sottolineato anche dall’assessore regionale all’istruzione, Maria Antonietta Mongiu, intervenuta a fine mattinata.
 Oggi, dalle 9, la giornata conclusiva dei lavori, dedicata ai risultati di un’indagine che rivela pregi e difetti della vita nelle case dello studente. Doveva esserci anche Soru, ma ha fatto sapere che non verrà.
- Silvana Porcu