«L'altare di Monte d'Accoddi? Ispirato dalla Croce del Sud»

SASSARI. Un uomo tenace. La passione, fortissima, per le civiltà scomparse. La storia della Sardegna fatta scorrere a ritroso nell'impero del tempo, tra inediti calendari e finestre affacciate sull'ignoto. L'archeoastronomia a fare da sfondo suggestivo, retroscena mirabile. E, alla fine, un'intuizione sorprendente da verificare: Monte d'Accoddi, nella Nurra, con le sue meravigliose asimmetrie riproduce la Croce del Sud, oggi non più visibile come cinquemila anni fa da quest'area del Mediterraneo. Ancora: il monumento potrebbe essere stato eretto in onore della Dea Madre.
Venerata fin da antichità remote, la divinità è stata ritratta in monili e statuine che a volte hanno la stessa forma atipica della costellazione e dello ziqqurat innalzato dai progenitori dei nuragici.
Tantissimi, dunque, gli ingredienti di questa vicenda. Una vicenda destinata a far discutere. Con epicentro l'area dove si trova l'unica terrazza megalitica venuta alla luce finora in Sardegna, tra Sassari e Porto Torres, a poche centinaia di metri dalla Carlo Felice. Ma è il protagonista della storia a suscitare altri motivi d'interesse: un vagabondo delle stelle che pare uscito di peso da un romanzo di Jack London. Si chiama Eugenio Muroni. Ha 57 anni. Si definisce «un sardo dell'interno disceso verso il mare». Il suo hobby è studiare le culture del passato. E non solo. Esperto di ricerche borderline. Subacqueo. Speleologo. Lavora per la Soprintendenza all'antiquarium di Porto Torres come custode delle vestigia romane. Nello stesso ente in passato ha fatto parte della squadra di archeologia sottomarina. Pochi anni fa è riuscito a scoprire un nuraghe costiero a Cala del Vino, non lontano da Capo Caccia. Ha poi curato una relazione su temi della navigazione antica per un recente convegno internazionale a Siviglia.
In attesa di una possibile validazione scientifica, Muroni ha voluto mettere nero su bianco le proprie impressioni. E cosi ha scritto un libro, pubblicato dalla editrice «Il Terzo Millennio». Evocativo sin dal titolo: «Monte d'Accoddi - La dimenticata nave di una patria perduta». «Visto nell'ottica che propongo alla riflessione di tutti l'altare pare proprio una croce realizzata in terra - dice - Quasi un gigante di pietra, disteso con le gambe unite e le braccia aperte, la faccia rivolta verso il cielo. Questa forma e queste sensazioni sono percepibili da tutte le direzioni di osservazione, salvo dal lato nord. Il che costituisce un altro indizio a favore della mia tesi». La terrazza megalitica è infatti disposta con un andamento che punta verso il tratto di mare compreso tra Stintino e l'Argentiera. È al di sotto di un firmamento nel quale 2800 anni prima di Cristo, quando lo ziqqurat fu costruito, la Croce del Sud si stagliava nitida nel cielo.
Ma perché questa costellazione allora si vedeva e oggi non più? Come spiegano gli studiosi, il mutamento è legato alla cosiddetta processione degli equinozi. Cioè al movimento della Terra che fa cambiare in maniera lenta e costante l'orientamento dell'asse di rotazione del nostro pianeta rispetto alla sfera ideale delle stelle fisse. In una sarabanda d'ipotesi e suggestioni archeoastronomiche, quest'aspetto non è in discussione sotto il profilo scientifico.
Chiarisce infatti Gian Nicola Cabizza, docente di fisica e dirigente della Società astronomica turritana: «I programmi informatici consentono di ricostruire al computer la mappa del cielo da parecchi millenni orsono ai nostri giorni. Volendo, si può andare all'indietro nel tempo, decennio dopo decennio, e verificare la situazione in qualsiasi epoca. Cosi, da questo esclusivo punto di vista, un fatto è assolutamente certo: poco meno di cinquemila anni fa dal nordovest sardo era osservabile senza alcun dubbio la Croce del Sud».
Costellazione che, come si ricorda nel libro di Muroni con una citazione dal «Purgatorio» dantesco, è formata da «quattro stelle non viste mai, fuor dalla prima gente». Continua Cabizza: «In questa storia c'è un gioco di coincidenze molto curioso. Che dire, per esempio, dell'asimmetria del monumento, disassato di circa nove gradi, cosi come la Croce del Sud è disallineata a destra per chi la guarda da Monte d'Accoddi? La costellazione, se fosse stata sovrapponibile, cinque millenni fa sarebbe andata a incastrarsi alla perfezione sullo ziqqurat. Compresa la rampa fuori asse». Il docente ricorda poi come già in epoca neolitica i nostri avi fossero capaci d'individuare la direzione nord/sud con buona precisione. E conclude: «Di sicuro la suggestione è forte, dovranno adesso essere gli archeologi a dirci il resto: ossia a valutare se si possano ottenere rispondenze».
Sulle medesime posizioni si muove lo stesso Eugenio Muroni. Che sottolinea: «Quell'altare è un tempio dedicato a un culto. Probabilmente della Dea Madre. I sardi dell'epoca, che a mio avviso pensavano appunto di averne riconosciute le linee nella Croce del Sud, l'hanno poi antropomorfizzata. Per capirlo, basta esaminare le forme sottili dei reperti ritrovati anche a poca distanza da qui: rappresentano donne dalle geometrie sghembe, simili alle rampe disallineate di Monte d'Accoddi». Al ricercatore autodidatta, in definitiva, la sovrapposizione tra la pianta del monumento e la costellazione dà nuovi motivi su cui riflettere: «Gli architetti di cinquemila anni fa hanno replicato sul terreno questa asimmetria con i due assi che non s'incrociano ad angolo retto. Di più: hanno riprodotto le dimensioni relative raddrizzando il braccio corto della croce e tracciando poi il parametro settentrionale dal punto estremo di testa del braccio lungo, aprendolo leggermente verso nord-ovest».
Insomma, Eugenio Muroni ci crede. Sino in fondo. Ma sceglie la prudenza: aspetta riscontri da parte degli specialisti. E come sempre in casi del genere, quando il mistero s'infittisce, l'attesa è destinata a far crescere l'interesse.