Mamoiada, faide e massacri in un passato che riaffiora

MAMOIADA. La lunga stagione di piombo di Mamoiada era terminata il 12 aprile del 1992 con un omicidio enigmatico: la vittima era infatti un allevatore di 57 anni, assassinato nel suo podere nella zona di Navile, considerato «estraneo» alla faida storica e alle sue diramazioni. Un delitto rimasto irrisolto, ma comunque ritenuto al di fuori delle vecchie logiche. Un episodio isolato, che non avrebbe comunque creato strascichi. E cosi è stato. L'ultimo omicidio legato al filo di sangue classico, va quindi fatto risalire al 1991, episodio finale della 'logica di sterminio".
Una storia tragica - cominciata negli anni Cinquanta - che era andata avanti coinvolgendo un numero estremamente limitato di persone: aveva fatto cadere Mamoiada in un clima sempre più cupo, creando anche notevoli danni economici, e anche altro, al paese.
La prima faida attraversò ciclicamente varie fasi, con momenti di massima virulenza e altri di pace apparente.
Negli anni Ottanta alcuni degli esponenti di quella stagione di sangu - soprattutto giovani - rimasero coinvolti anche nelle inchieste sull'«Prima anonima sequestri» e sull'«Anonima gallurese».
Diversi decisero di darsi alla latitanza, creando nuove aggregazioni all'interno delle quali, per motivi ancora misteriosi, si fusero delle fratture. Fu cosi che allo scontro tra famiglie si associarono le guerre tra gruppi, per poi riesplodere in una vera e propria nuova faida, che con quella originaria aveva pochi punti in comune.
A volte gli alleati del passato diventavano nuovi nemici, con diramazioni anche in altri centri della Barbagia e anche oltre. Ci fu un periodo, nel momento in cui la guerra raggiunse l'apice, in cui si ricorse anche allo 'scambio di favori" tra un paese e l'altro: le faide di diversi paesi, quindi, andarono ad alimentarsi l'una con l'altra.
La massima virulenza venne raggiunta tra il 1987 e il 1991, con quindici omicidi (nella sola Mamoiada) in appena quattro anni. Venne usato di tutto: oltre ai classici fucili calibro 12 e alle pistole, anche kalashnikov, tritolo ed esplosivi telecomandati. Un armamentario mai visto prima, sintomo di contatti concreti rapporti anche con più organizzazioni malavitose della penisola, come poi venne appurato nel corso di successive inchieste sui sequestri e sul traffico d'armi.
Le vittime venivano raggiunte ovunque, anche in luoghi lontani dal paese: almeno un omicidio avvenuto in Lombardia è da ascrivere a questa matrice. Ma anche molti dei delitti avvenuti a Nuoro hanno la stessa origine. Spesso, a cadere, erano non solo i diretti interessati, ma anche loro familiari che - pur estranei allo scontro - venivano uccisi per colpire il clan. Con la svolta avviata dalle inchieste sui sequestri si aprirono nuovi fronti, in un incrocio di omicidi e tentati omicidi ancora oggi difficili da decifrare. Nel novembre del 1991 uno dei protagonisti di questa stagione, Alberto Balia - «reo» di aver collaborato con il giudice Luigi Lombardini - venne scovato in Francia, in un piccolo paese dell'entroterra marsigliese, dove saltò letteralmente in aria con la vettura sulla quale era appena salito. Pochi anni prima lo zio della vittima era stato fatto letterlamente sparire: un caso di 'lupara bianca" mutuato dalla mafia siciliana.
Il tritolo, nel 1991, venne usato anche contro la casa dell'ex latitante Annino Mele, fatta letteralmente a pezzi con cariche di inusitata potenza - piazzate scientificamente nei muri portanti - che solo per un miracolo non fecero vittime.
L'abitazione faraonica (1440 metri quadri), sventrata, rimase cosi per anni, senza che nessuno osasse metterci mano. Quasi un monito della terribile stagione di sangue, anche quando questa sembrava ormai sepolta per sempre.
E proprio quella casa, negli anni scorsi, è stata il simbolo della rinascita del paese: al posto di quel rudere ora ci sono un negozio di abbigliamento, un centro estetico, un negozio di scarpe e borse, una rivendita di attrezzature agricole. Nell'altro lato una pizzeria, un negozio di frutta e verdura, il mercato degli ambulanti. Il vero volto di Mamoiada che i conoscitori della realtà barbaricina hanno sempre considerato un paese di gente onesta e laboriosa, anche negli anni più bui.
Prima della demolizione e della realizzazione delle nuove attività commerciali, in piazza San Sebastiano non ci si arrivava neanche passeggiando. I giovani si fermavano prima. Ora invece è un luogo di incontro, simbolo della rinascita del paese, che è meta di numerosi turisti. Anche grazie a iniziative un tempo impensabili, come la creazione del Museo della maschera, l'apertura di bed&brekfast, ristoranti e punti di attrazione.
L'ultimo omicidio è calato quindi sul paese come un macigno, riportando alla memoria i giorni e le notti del terrore, quando molti decidevano di andare a vivere altrove. L'angoscia è profonda, ma la rinascita è ormai consolidata e nessuno vuole far ritornare i fantasmi del passato.