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La cultura? Mettiamola nelle mani degli esperti


 SASSARI. L’occasione è quella fornita dal professor Guido Melis per la conclusione del suo master su «Produzione e management dell’informazione»; la sede è la facoltà di filosofia di Sassari e l’argomento è la cultura come volano dell’economia sarda. Almeno questo è quanto sostiene l’assessore regionale Maria Antonietta Mongiu nel suo lungo e articolato resoconto della politica regionale e del piano triennale in avanzato stato di gestazione.
 E’ lei l’ospite d’onore della serata. Protagonista in una sala (definita da «Terzo mondo» per le sue dimensioni), gremita di docenti e giovani studiosi. Padrone di casa il preside della facoltà di lettere e filosofia Aldo Maria Morace e il prorettore Attilio Mastino.
 Si parla di patrimonio culturale e artistico di primo livello, dell’area di Tuvixeddu minacciata dal cemento con le sue 451 tombe ancora da scoprire definite dal governo nazionale di scarso interesse. Si parla, e lo fa Guido Melis ripercorrendo sessant’anni di politica culturale della Regione, della sua assenza e delle colpevoli responsabilità degli intellettuali sardi. Si parla della produzione di libri costosissimi e inutili, di clientelismo culturale e di immagine della Sardegna fatta di oasi delle vacanze e malloreddus. Il tutto per annientare con violente staffilate il passato e arrivare ai giorni nostri «a questa fase complessa, fatta di speranze e di voglia di rifondare l’entità sarda». Quella fase che sta vivendo, anzi creando la politica regionale attuale. La staffetta passa alla Mongiu che ha offerta dal suo ospite l’opportunità la ghiotta opportunità.
 E lei ce l’ha nel carniere la sua pietanza preferita: parla di sgrezzamento, di autoriconoscimento della propria identità e cultura, della necessità di un continuo confronto con l’esterno e l’estero. Parla della natura etnocentrica della cultura della Sardegna del Novecento e di progetti moderni come quello del Betile a Cagliari «ingiustamente criticato dalla stampa locale». Dell’incapacità di uscire da un ghetto che ha fatto comodo a pochi intellettuali a discapito degli altri. Parla, blandamente contestata dai docenti e dal preside della facoltà, di molti, moltissimi soldi che la regione mette a disposizione della cultura: «Tanti quanti non ce ne sono stati finora», assicura, e ne fornisce le cifre. Ma parla anche di sperperi, di mancata programmazione, «di parcellizzazione dei fondi distribuiti per 17 festival del jazz fatti nello stesso periodo e altrettanti festival del cinema che non servono ad altro che a far fare un week end nell’isola alle attrici del momento».
 Parla a ruota libera, con enfasi, della necessità di programmare, razionalizzare e gestire con competenze conclamate la cultura. «Un unico grande festival del cinema che valorizzi la nostra produzione e che sia unico nel suo genere e catalizzi interessi reali e fuori stagione». Parla di musei (e non scatole vuote) gestiti da persone preparate e di orari che inseguano le esigenze del pubblico e non quelle degli impiegati: «Chiudono alle 19. E’ assurdo».
 Non risparmia nessuno e difende a spada tratta il suo presidente: «Soru non è solo. Sono le istituzioni ad essere sole, manca la capacità di fare politica nel territorio. E questo è un danno per tutti». Si rivolge ai presenti e a loro chiede: «Dove siete voi adesso? Non importa dove eravate ieri, ma dove andrete domani».
- Giovanna Peru