Addio a Idolina Landolfi, critica e scrittrice Faceva parte della giuria del premio Dessi


Idolina Landolfi era nata il 19 maggio 1958 a Roma ed è morta a Firenze, dove aveva studiato, il 26 giugno scorso. A cinquant'anni esatti: proprio l'anno del centenario della nascita del suo grandissimo padre, Tommaso Landolfi, alla cui celebrazione si stava dedicando con le residue forze che la malattia le concedeva, ma con diritto d'usura. E' con un desiderio forte, epperò con una certa ansia, che sono andato a riprendere il diario scritto all'impronta, tra il 1958 e il 1960, senza ripensamenti e cancellature, Rien va (1963), dove Idolina, la «Minor» come la chiama il padre, s'affaccia alla vita e sembra nascere col libro stesso: un diario, dicevo, iniziato dallo scrittore quasi cinquantenne e concluso nel ricordo della morte della madre, avvenuta - ancora inquietanti simmetrie - mezzo secolo prima. E' con commozione, devo ammetterlo, che leggo queste parole sulla figlia: «Ha occhi d'un taglio strano e d'un cupo azzurro, m'è parso ieri sera, che non so donde vengano».
Aveva occhi bellissimi - è vero - Idolina, anche se io me li ricordo molto scuri, intensissimi e feriti, come il culmine ardente in cui poteva ricapitolarsi vibrando la sua figura lieve, elegante, ma sempre più magra, sofferta. Che cosa aveva Idolina? Qual era il male oscuro che non le dava tregua? Quello che a Villacidro, il settembre scorso, la induceva quasi all'improvviso, per brusca e dolorosa insorgenza, a fuggire da tutti noi, giurati del Premio Dessi come lei, a nascondersi in camera per lunghe ore? Stava a tavola a fatica, Idolina, obbligata solo dalla sua grande educazione, e non mangiava niente, davanti a quelle tazze di brodo leggerissimo, di cui assaggiava appena qualche cucchiaiata. Non ho mai avuto il coraggio di chiederlo: ma qual era, qual era il demone che l'incalzava, fin dentro la sua solitudine, senza comprometterne, però, la nobile soavità?
Scriveva Landolfi della sua bambina, intenerito e insieme stupito da quella tenerezza: «Cosa vorrei infine che diventasse? - Come difendersi dal desiderio che ne venga qualche grande scrittrice o attrice (...)? Eppure come difendersi, anche, dal senso, dalla certezza che tutto quanto facesse o farà sarebbe o sarà invano? Tra cent'anni, tra un volger di ciglia, sarà certamente morta e sepolta.- Certamente? Ecco, di questo forse sarei felice: che realizzasse la grande idea del suo sciagurato padre, che vincesse la morte». Idolina, in effetti, scrittrice è diventata: dedicandosi con buoni risultati alla narrativa, alla critica letteraria, alla traduzione dal francese. Ma la morte, invece, tutt'altro che vinta, l'ha ghermita troppo presto. Riposerà, accanto al padre, nella cappella gentilizia del palazzo avito, a Pico, in provincia di Frosinone, nella parte alta del paese vecchio. Con la sola compagnia discreta del vento.

Massimo Onofri