Govoni, una storia esemplare della memoria divisa di un popolo


«Ai miei due bambini incantevoli / uno dolce e biondo come il sole / l'altro bruno e forte come la terra. / Ai miei due meravigliosi me medesimi / ch'io guardo, con divina commozione, / incamminarsi con cuori e cervelli / nuovi e diversi / incontro alle loro stupende primavere / benedetti». Cosi Corrado Govoni dedicava una raccolta di propri versi negli anni della prima guerra mondiale. Uno di quei bimbi, trent'anni dopo, sarebbe stato il destinatario del poema «La fossa carnaia ardeatina»: «Al mio amato figlio Aladino, capitano dei granatieri di Sardegna e partigiano d'Italia, barbaramente trucidato a Roma il 24 marzo 1944 dai nazifascisti, per ordine delle iene tedesche Maeltzer e Kesselring, complice necessario il mostruoso carnefice del popolo italiano Mussolini, con commosso orgoglio di poeta, con implacabile strazio di padre».
Fra quelle due dediche una carriera letteraria che conduce Govoni dal crepuscolarismo all'avanguardia futurista, da un «fiabesco inventario privato» (Montale) all'ortodossia marinettiana della celebrazione della vita moderna, la quale secondo Pier Vincenzo Mengaldo resta fuori della storia giacché si innesta «su una sensibilità profondamente campagnola e un ethos arcaico». Motivi che stanno anche in quell'imbarazzante encomio che è il «Saluto a Mussolini» del 1932, entusiasta omaggio a colui che appena dodici anni dopo, a tragedia personale e nazionale compiuta, avrebbe definito lo ‘spergiuro', il ‘vigliacco', il ‘dissanguatore cinico e mai sazio'. Ancora Mengaldo nel 1978 faceva inaugurare a Govoni l'antologia mondadoriana del ‘900 italiano definendolo «simpaticissimo poeta», e inquadrandone storicamente il ruolo come generoso dispensatore di immagini, repertorio («secondo per importanza solo a quello pascoliano e dannunziano») al quale avrebbero fatto riferimento tutti i poeti del secolo. Uno di essi, Leonardo Sinisgalli, avrebbe scritto: «Govoni c'incantava con la sua mercanzia venduta a buon prezzo e in una baracca suburbana». Tale «mercanzia» era definita già in una lettera che Govoni inviava a Gian Pietro Lucini nel 1904: «Ho sempre amato le cose tristi, la musica girovaga, i canti d'amore cantati dai vecchi nelle osterie, le preghiere delle suore (...); tutte le cose tristi della religione, le cose tristi dell'amore, le cose tristi del lavoro, le cose tristi delle miserie».
Quello stesso panorama emotivo, quella stessa «musica girovaga», in un contesto mutato in modo agghiacciante, è nei versi del 1944 dedicati ad Aladino: «Quando sento suonare un organetto / mi si annebbia la vista anche di dentro / e il cuore mi si spezza dallo strazio: / il mio triste passato di dolore / è chiamato a raccolta da quel suono. / (...) E su tutto, il tuo martirio / con quel gran sangue... È niente, o benedetto, / il morire in confronto a quel che provo / quando sento suonare un organetto». Aladino, nato nel 1908, all'armistizio si trovava a Roma, e alla testa della propria compagnia si batté contro i tedeschi alla Cecchignola e a porta San Paolo. Entrato nelle file di Bandiera Rossa, movimento bordighista, guidò numerose azioni di guerra contro i nazifascisti. Arrestato nel febbraio del'44 fu torturato e ucciso alle Ardeatine, e gli venne assegnata la medaglia d'oro al valor militare.
Tempo fa Alessandro Portelli, ragionando di memoria divisa, scriveva di aver trovato di recente una poesia di «Aladino» nella rivista dell'ANPI («Nelle sinistre Fosse Ardeatine / per mano del carnefice tedesco / ubbriaco di ferocia e di viltà...») e un'altra in epigrafe a «Via Rasella. Cinquant'anni di menzogne», raccolta a firma di Pierangelo Maurizio di «tutti i luoghi comuni, le invenzioni, ma anche le cose vere raccontate dai fascisti su via Rasella»: «Il vile che gettò la bomba nera / di via Rasella, e fuggi come una lepre, / sapeva troppo bene quale strage / tra i detenuti da Regina Coeli / a via Tasso, il tedesco ordinerebbe...». Govoni citato dai partigiani e dai fascisti: la memoria divisa - per Portelli - è quella dello stesso poeta: «la spaccatura passa cioè dentro la persona, è la lacerazione tragica fra due ragioni, due modi di pensare la morte del figlio: la mano del carnefice tedesco e la colpa attribuita ai partigiani». Portelli aggiungeva che solo in un componimento su centoventi dell'intera raccolta il poeta accusa i partigiani. In tutti gli altri «se la prende con i nazisti e con i fascisti, oltre che con Dio, con il Papa, con Roma, con l'universo intero, con se stesso. Tuttavia io insisto che è fondamentale quell'una, perché solo includendo anche i partigiani in questa invettiva universale si legge questa memoria: è il mondo intero che gli ha ammazzato il figlio, e l'invettiva deve riguardare il mondo intero, niente e nessuno escluso».
È vero: «Anche con la mia bocca arsa e sbarrata / rinnegherò il tuo essere Dio; / anche con gli occhi ciechi griderò il tuo niente». Govoni è un Giobbe affacciato sul nulla, umanamente incapace di trovare senso in una sciagura privata che si sovrappone a quella collettiva, non storica ma esistenziale. Cosi come quella della memoria divisa nello stesso soggetto è una categoria che può tornare utile in una lettura, almeno antropologica e morale se non storica, di che cosa ne è stato - ne è - dell'Italiano dall'8 settembre e lungo i decenni repubblicani. Nella sua eccezionalità la vita di Govoni esemplifica al massimo grado di dolore il luttuoso aprir gli occhi dopo il Ventennio, in un tragitto che va dal «Saluto a Mussolini» al pubblicare le poesie dedicate al figlio presso un editore come il «Movimento operaio comunista». All'essere incluse immediatamente, quelle poesie, fra il corpus ‘della Resistenza', cioè nella fondazione anche retorica di un nuovo ordine opposto a quella barbarie che Govoni non aveva contrastato.
Evento irredimibile, la morte di Aladino, nella vita del poeta. «Modesta e appartata», come si dice spesso della vita dei poeti e come quel lavoro che Govoni fece per dieci anni dopo la guerra: usciere e «protocollista» presso un ministero. Quasi a dare maggior colore di grigio a una esemplare parabola umana nel secolo breve delle catastrofi.

Sante Maurizi