La Nuova Sardegna — 17 marzo 2008
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sezione: SPETTACOLO
«Non ho problemi con il mio frigo perché non pretende di parlare con me. Se volesse diventare mio amico, allora la situazione si farebbe più complicata». Il sogno tecnologico di un dialogo fra luomo e le macchine ha riempito libri di fantascienza, film e saggi. Ma Donald Norman ha una soluzione definitiva: smettere di provarci. Lo spiega chiaramente nel suo ultimo libro «Il design del futuro», pubblicato da Apogeo. Attraverso lo stile e la scienza Norman racconta anche la politica, la comunicazione, la società contemporanea. Norman ha una carriera lunghissima. Insegna materie che vanno dalla psicologia allinformatica. È stato ai vertici della Apple e della Hp, ha fondato società di comunicazione che si occupano di rendere più facile luso di oggetti hi-tech. È anche tra i docenti del Mit, la più importante università di ricerca del mondo. In questi giorni è in viaggio in Italia. Giovedì ad Alghero ha incontrato gli studenti della Facoltà di Architettura. Da sabato è già a Torino per il Piemonte Share Festival organizzato da Bruce Sterling, che nella vita scrive libri di fantascienza. Lo stesso Norman non si stupisce che autori di romanzi cyberpunk e ricercatori della new technology siedano allo stesso tavolo. Le fabbriche hanno già messo in circolazione le prime macchine intelligenti. Mandano segnali, riconoscono i pericoli, avvisano chi è alla guida. Se un navigatore fa qualche domanda e poi ti aiuta a raggiungere un ristorante in una città sperduta, la comunicazione va benissimo «perché io ho il controllo della situazione - spiega Norman -. In quel caso la tecnologia diventa un assistente, non un amico. Ma finché le macchine non avranno lesperienza degli umani un dialogo più evoluto non avrà senso. Ecco perché lunica soluzione è smettere di provarci. Per ora questi strumenti devono diventare più flessibili, e dare a noi la possibilità di scegliere». Mentre parla, i suoi occhi azzurri osservano tutti gli oggetti che ha intorno. Prende in mano i registratori, cerca i tasti, dà unocchiata alle funzioni. E localizza subito la provenienza. Marca tedesca, produzione americana, casa giapponese. Così si scopre che il design rivela molto di un Paese. Norman è convinto che lo stile italiano sia il più elegante al mondo, anche se i designer realizzano oggetti impossibili da usare. Lo diceva più di dieci anni fa, e oggi lo conferma. Le aziende hanno reclutato creativi da tutto il mondo, e sarebbe una forzatura dare un giudizio netto. Eppure la sua idea del designer italiano resta quasi la stessa. E rispecchia molto la classe di governo: «I vostri politici sono tipicamente italiani». Personaggi che rappresentano soprattutto i difetti: cercano scappatoie per evitare di rispettare le regole, hanno in mente progetti complessi che spesso sono inutili per la vita quotidiana. «Esattamente come negli Stati Uniti. Il nostro presidente è simile alla maggior parte degli americani: stupido, e convinto che per vincere si debba usare anche la forza». Lo scetticismo è il guanto con cui tocca tutto quello che incontra. La sua visione disincantata del presente ridimensiona molti miti. «Per ogni problema cè sempre una risposta semplice - ama dire Donald Norman - ma in genere è sbagliata». Ecco perché non è daccordo con chi crede che la tecnologia sia una risposta alle necessità umane. «Le novità nascono semplicemente perché qualcuno è capace di inventarle. E noi non siamo mai pronti. I primi treni hanno fatto centinaia di vittime. Le locomotive esplodevano, i ponti crollavano. La tecnologia crea disagi al primo impatto. È un processo evolutivo. Noi dobbiamo cambiare il modo in cui ci rapportiamo a questi nuovi strumenti, ma loro cambiano le nostre vite». Quando il mondo è entrato nelle case di tutti attraverso internet la rivoluzione era già iniziata. Oggi la rete è affollata dai social network, i servizi che mettono in contatto persone che hanno gli stessi interessi. Strumenti come Twitter o FaceBook permettono ai navigatori di incontrarsi online, mandare messaggi istantanei a tutti i loro contatti, farsi rintracciare ovunque. Norman pensa che non sia cambiato molto rispetto a prima. «Tutti abbiamo sempre vissuto in un network. È una rete di relazioni che ci fa sentire protetti. Si sono solo trasformati i mezzi e le dimensioni. Se una persona ha 250 amici su FaceBook non significa che li conosca tutti. Ma non è un fenomeno nuovo». Gli effetti collaterali si fanno sentire quando si dedica più tempo alla vita virtuale che a quella reale. Ma in genere gli utenti si dividono. I giovani diventano esperti della tecnologia, senza farsi domande su come funzioni. Gli adulti impazziscono dietro chip e megabyte perché cercano di capire i meccanismi. La soluzione è un po di buon senso, soprattutto da parte di chi sviluppa programmi e strumenti hi-tech. Ed è questo che Norman chiede oggi ai giovani designer: «Vorrei che fossero più sensibili alle persone. E pensassero a chi dovrà usare gli oggetti che creano». Ventanni fa, prima di accendere un computer bisognava leggere volumi giganteschi. Oggi si cerca di rendere tutto più intuitivo. A volte i risultati non raggiungono il loro scopo. Gli oggetti perdono la loro funzione, e magari ne acquistano unaltra. Donald Norman si diverte a elencarli. «Ho uno splendido spremiagrumi. Ma lo tengo in salotto, non in cucina. È fatto per essere guardato. E poi ho una macchina del caffè completamente automatica. Io premo un tasto e lei mi fa trovare tutto pronto. La mattina è il momento migliore della giornata in cui lasciare tutta lintelligenza alle macchine».
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Silvana Porcu