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«Vi racconto il design del futuro»


Quando prendete in mano un iPhone, il rivoluzionario cellulare della Apple, o un Macbook Air, il computer più sottile al mondo - ma dovete essere un po’ fortunati, perché il telefonino multifunzione non è ancora in vendita in Italia, e il portatile ultraleggero è, per costo e caratteristiche, un oggetto sfizioso - e rimanete colpiti dalla bellezza e dalla funzionalità di queste macchine, pensate che una parte del merito è di un signore settantenne della California, dall’aria paciosa, con una bella barba bianca e occhialetti da psicanalista ortodosso. Il merito deriva non solo dal fatto che Donald Norman è un Apple fellow, cioé uno degli otto esperti che hanno ricevuto questo titolo per contributi eccezionali nella storia della casa della Mela, o che è stato, sempre per la stessa azienda, vice presidente del gruppo di ricerca sulle tecnologie avanzate. Deriva soprattutto dalla straordinaria influenza (americana, e dunque planetaria) che negli ultimi decenni questo studioso ha avuto, con i suoi scritti e le sue consulenze, nell’evoluzione del rapporto tra uomini e macchine, in special modo in un suo nodo cruciale, quello del design.
 Professore di psicologia e scienze cognitive, ma anche ingegnere informatico laureato al Mit (Massachussets Institute of Technology), dove oggi è professore emerito, Norman è in questi giorni in Italia per presentare il suo ultimo libro, «Il design del futuro», uscito lo scorso anno in inglese e appena tradotto dall’editrice Apogeo. Su invito della facoltà di Architettura, farà tappa ad Alghero giovedì 13 marzo, in un incontro con il pubblico previsto per le 17,30 al Chiostro di San Francesco.
 Nel libro, dopo aver dedicato gran parte dei propri scritti al rapporto tra ergonomia e design, o tra «emozione» e design, suscitando spesso forti polemiche tra gli addetti ai lavori, Norman affronta appunto il tema del «Design del futuro», ipotizzando scenari che, vista l’autorevole provenienza, è impossibile definire fantasiosi, per quanto singolari appaiano oggi ai nostri occhi. E lo fa con lo stile ironico e un po’ scanzonato che ha decretato il successo dei suoi saggi precedenti. Qualche esempio? Un capitolo è dedicato alle auto che si guidano da sole o le case che si puliscono da sole, o all’ibrido macchina-persona, o ancora a come comunicare al meglio con le nostre macchine: ricordandosi cioè, per quanto sia lapalissiano, che alla fine siamo due specie diverse. Secondo Norman insomma ci aspetta un mondo nuovo, ma lo studioso invita a riflettere, e mette in guardia dalle prossime follie che invaderanno il mercato: cucine che decidono come cucinare, frigoriferi che scelgono cosa dobbiamo mangiare, navigatori che sanno prima di noi dove dobbiamo andare. A questo incartamento ipertecnologico Norman contrappone una dieta a base di buon senso e di sano scetticismo. Con una domanda di fondo. Dato che non è più possibile fare a meno della macchine, si può almeno convivere con esse preservando la nostra natura di uomini? La risposta per Donald Norman è sì, a patto che impariamo a comunicare con loro. E che la tecnologia faccia proprio, nella sua fase di progettazione, quello che egli definisce design a misura d’uomo.
 A questo concetto Donald Norman ha dedicato gran parte dei propri studi. Il suo primo libro tradotto in italiano, «La caffettiera del masochista», recava in copertina l’immagine del terribile oggetto in questione: una caffettiera che aveva nel medesimo lato il manico e il beccuccio del caffè, ottima dunque per ustionarsi le mani. Un oggetto di design moderno scelto per il suo essere simbolico di una tecnologia nemica dell’uomo, impossibile da usare. E infatti quel testo del 1990 era dedicato all’ergononia, e criticava l’opera di quei designer che, pur di realizzare un oggetto «carino» o originale, perdevano di vista la sua funzione. A questo volume è seguito, tra gli altri, «Emotional design», in cui lo studioso correggeva parzialmente il tiro rispetto alle tesi precedenti e privilegiava il lato emozionale degli oggetti tecnologici, la necessità cioè che coinvolgessero piacevolmente, ma non solo, il loro utilizzatore.
 Quanto alla Apple, i pignoli tra i lettori diranno che Donald Norman ricoprì quegli incarichi durante il decennio in cui il fondatore e attuale presidente Steve Jobs era in esilio. E che quando, nel 1997, Jobs tornò in azienda, la prima cosa che fece fu di chiudere il gruppo di ricerca sulle tecnologie avanzate di cui era vice presidente Norman. Poi arrivarono l’iMac, l’iBook, l’iPod, l’iPhone e chissà cos’altro ci riserverà il futuro.
- Paolo Merlini