martedì 09.02.2010 ore 12.17

ARCHIVIO la Nuova Sardegna dal 1999

Quel cuore ingannevole di Zappareddu

 CAGLIARI. Più che la cura al regista cagliaritano Pierfranco Zappareddu interessa la ferita. Il teatro come malattia. Una patologia che si manifesta con un fremito che attraversa sempre i corpi degli attori /danzatori, ma si può tranquillamente invertire l’ordine, il risultato non cambia. Come nella malattia i sensi sono senza equilibrio, troppa luce, troppi rumori, convulsioni, una febbre alta e continua che minaccia anche l’anima. “Ingannevol è il cuore più di ogni cosa” l’ultima fatica di fine anno al Teatro delle Saline, Festival d’Autunno 2007, organizzazione Akroama. Uno spettacolo, come capita ormai da tempo a Zappareddu, volutamente senza centro. Tachicardico, e violento, oppure al contrario languido e sfibrato. Sorretto da una “compilation” musicale anch’essa in bilico fra l’energia percussiva latino americana e la malinconia di certe sale da ballo, che evocano antiche atmosfere cinematografiche, accompagnando lo spettatore dentro i territori inospitali del sogno. Il volume altissimo, la qualità pittorica delle visioni che evocano nelle continue luci di taglio, ora la pittura inquieta di Caravaggio, ora gli incubi pre freudiani di Heinrich Füssli. Per il resto tutto si muove per effetto di un’energia sotterranea che conduce tutte le visioni in un territorio estetizzante. Danzatrici muovono sinuose il bacino scoperto come farebbero le esotiche comparse di un peplum nella classica scena del ballo su musica orientaleggiante. Oppure frammenti di danza contemporanea evocati da danzatrici acerbe, che pero’ riescono solo ad evocare la danza con i movimenti delle braccia che cercano di ferire l’aria, ma la danza è solo un riflesso, semmai: è il desiderio della danza. E’ forse questo il limite di questi spettacoli che hanno visioni a volte potenti. L’idea zappareddiana appare in tutta la sua forza ma, purtroppo, si ferma al limite del proscenio, si arena dentro i movimenti di danzatori il cui gesto tecnico meriterebbe di essere affinato. Il momento piu’ intenso dello spettacolo è tutto nell’apparizione androgina di Andrea Ibba Monni, ormai un’icona degli spettacoli del regista cagliaritano. Una danza sensuale che nasconde il corpo maschile dentro una femminilità che evoca con l’aiuto della musica l’esotismo immaginario di un film americano degli anni cinquanta. Una danza sulle punte, frenetica, sensuale. L’uso di una maschera bianca che cancella le espressioni del viso e affida al corpo il compito di trasmettere l’ inquietudine di un urlo che si ferma nella gola. Efficaci le luci di Lorenzo Perra e Andra Mura che illuminano i pochi elementi di scena lasciati sul palco dallo scenografo Andrea Portas. In scena oltre ad Andrea Ibba Monni, Anna Maria Musiu, Federica Sestu, Misha Fortuna, Gà, Valentina Angius, Silvia Pietrangeli. Produzione Domus de Janas Teatro. - Enrico Pau

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