Dalla banda della Magliana alla camorra

SASSARI. In Sardegna sono sessantadue. Tanti i beni immobili confiscati dallo Stato in base alla legge antimafia che si applica anche ai reati di criminalità comune, dai sequestri di persona fino all'usura e alla ricettazione. Un patrimonio del valore di decine di milioni di euro che comprende appartamenti, locali commerciali, cantine, box, terreni edificabili, agricoli e fabbricati rurali.
Acquisti eseguiti con i proventi dei traffici illeciti di singoli e di organizzazioni criminali che hanno scelto anche la Sardegna per riciclare denaro sporco. Prestanome, personaggi in odore di mafia, truffatori, componenti di gang che hanno fatto la storia della criminalità in Italia, come l'arcinota banda romana della Magliana, ma anche protagonisti di primo piano dell'Anonima sequestri. Un mix variegato con il denominatore comune della delinquenza e degli investimenti in terra sarda, anche in zone a sviluppo turistico, a conferma del fiuto per gli affari dei gruppi della malavita.
Un'attività che ha avuto un freno dalla legislazione vigente. Ora quei beni messi assieme dalle holding dell'illegalità e da personaggi di spicco della malavita vengono assegnati per usi sociali: negli anni sono diventati sedi del volontariato, centri per anziani, tossicodipendenti o per le famiglie, aree destinate a verde pubblico e punti di aggregazione.
Un lungo iter e molto sangue avevano accompagnato negli anni la formulazione della legge 109 del 1996, quella che strappando i patrimoni frutto di attività illecite alle lobby del crimine li mette a disposizione di tutti. Nel 1982 il deputato siciliano del Partito comunista, Pio La Torre, presentò un disegno di legge che definiva per la prima volta l'associazione di tipo mafioso, e introduceva il sequestro preventivo e la confisca dei beni alle cosche sullonda dell'orrore e dell'indignazione suscitati dalla serie di omicidi provocati dalla guerra di mafia dei primi anni Ottanta.
Ma vediamo dove e a chi, in Sardegna, sono stati strappati gli immobili. Villasimius è il Comune che conta il maggior numero di confische, tutte eseguite nel 1998: ben 19 tra appartamenti, terreni edificabili e agricoli. Vengono utilizzati come sedi di associazioni, centri per il tempo libero e aree per utilità sociali. Gallura.
A Loiri Porto San Paolo, dietro il villaggio I fari, di cui sono stati sequestrati 14 tra appartamenti e box, si nascondevano nomi legati alla banda della Magliana. Ma in questo caso lo Stato ha tenuto per sé le strutture, destinandole ad alloggi di servizio.
A Golfo aranci sono stati confiscati terreni agricoli che, come nel caso precedente, facevano riferimento a personaggi della stessa Magliana. Nel territorio di Cannigione la magistratura ha bloccato aree ed edifici che risultavano intestati alla convivente di un imprenditore della capitale. La coppia era stata indagata per mafia verso la fine degli anni 90 e le indagini, che avevano portato al sequestro di beni per 40 miliardi, avevano messo in luce, anche in questo caso, rapporti con la banda della Magliana e con la nuova Camorra organizzata del boss Raffaele Cutolo.
Oristano. Sequestrato l'appartamento di un imprenditore siciliano sospettato di collusioni con la mafia. Quartu. Bloccata la villa di un imprenditore. Nel nord-ovest dell'isola i sequestri hanno riguardato le proprietà di personaggi minori della criminalità legata soprattutto a piccole truffe ed usura. Il patrimonio portato via dallo Stato comprende un appartamento con due garage in viale Umberto e due box in via Dalmazia, a Sassari, e un appartamento con box e autorimesse ad Alghero. Calagonone. Sequestrato un appartamento. Lula. Un appartamento sequestrato è stato destinato all'amministrazione comunale che lo utilizza come centro per anziani. Dunque, anche in Sardegna sembra avere trovato un uso positivo la legge che attacca direttamente il patrimonio della criminalità.
Un lungo iter e molto sangue avevano accompagnato negli anni la formulazione della legge 109 del 1996, quella che, strappando i patrimoni frutto di attività illecite alle organizzazioni della malavita, li mette a disposizione di tutti.
Nel 1982 il deputato siciliano del Pci, Pio La Torre, presentò un disegno di legge che definiva per la prima volta l'associazione di tipo mafioso, e introduceva il sequestro e la confisca dei beni alle cosche mafiose sull'onda dell'orrore e dell'indignazione suscitati dalla serie di omicidi susseguenti alla guerra di mafia dei primi anni Ottanta. Il 3 settembre dello stesso anno La Torre fu ucciso e, come rivelò successivamente il pentito di mafia Leonardo Messina, a dare lordine fu il boss Totò Riina, capo dei corleonesi, proprio a causa della proposta di legge presentata dallesponente comunista sui patrimoni dei mafiosi. Stessa sorte sarebbe toccata al generale Della Chiesa, che aveva sviluppato la proposta di La Torre. Ma intanto, il provvedimento era stato promulgato nello stesso anno come legge Rognoni-La Torre, con un appoggio bipartisan in Parlamento. La legislazione demergenza ha continuato a funzionare nonostante l'assalto della mafia ad esponenti politici e magistrati. All'inizio degli anni Novanta erano state create prima la Direzione investigativa antimafia (DIA), che ha il compito di coordinare l'attività informativa e di indagine e successivamente la Direzione nazionale antimafia, più conosciuta come Super Procura. Nel 1993 dopo le stragi di Capaci e di via d'Amelio a Palermo, dove morirono i giudici Falcone e Borsellino, era stato approvato il 41 bis, per rendere più duro il regime carcerario dei mafiosi e limitarne il contatto con lesterno, contatti che consentivano ai boss di gestire i loro affari anche dal chiuso di una cella. In questo quadro si è arrivati al 1996, quando è stata varata e votata all'unanimità la legge che disciplina l'uso sociale dei beni confiscati. E' una legge di iniziativa popolare presentata dall'associazione Libera di don Luigi Ciotti e sostenuta da un milione di firme, di cui cinquantamila raccolte in Sardegna. Lo scorso giugno Libera e Cittadinanza attiva, altra associazione impegnata nel sociale, si sono consorziate per riproporre la confisca anche dei beni dei corrotti, confisca che era stata cancellata durante liter del precedente provvedimento legislativo. Dal 1982 al 2005 sono stati complessivamente 6.556 i beni sequestrati in tutto il territorio nazionale: di questi 2.962 sono già stati assegnati, per 300 la procedura è stata sospesa, 64 non risultano accatastati e 3.220 sono ancora da assegnare. In Sardegna ne sono passati allo Stato sessantadue, di cui quattordici devono essere ancora utilizzati per scopi sociali. Nell'isola non risulta invece alcuna delle 671 aziende sequestrate nel territorio nazionale. La procedura prevede che i beni confiscati diventino patrimonio dello Stato e poi, tramite l'Agenzia del Demanio, vengano assegnati ai Comuni titolari che successivamente li consegnano ad associazioni e cooperative che operano nel territorio spiega Giampiero Farru, referente di Libera per la Sardegna e presidente del Csv Sardegna solidale. Un processo che comporta spesso tempi lunghi e difficoltà. Assoluto il divieto di vendita perché, nel gioco dei prestanome, quelle proprietà potrebbero tornare in mano alla malavita. Sempre pronta a far di tutto pur di non rinunciare ai suoi affari. (p.f.)