Quando Aggius fece la rivoluzione


AGGIUS.Nel 1802 la Gallura era tutta in fermento: il conte di Moriana che un anno prima aveva visitato i vari centri abitati, nella relazione mandata al fratello Carlo Felice, vicerè dell'isola, sottolineò tutta la sua preoccupazione «dell'odio antifeudale che regnava su quelle montagne» e della delinquenza che aveva popolato «di feroci» e numerose bande brigantesche quelle regioni e in particolare la villa di Aggius «divenuta covo di banditi e contrabbandieri». La Gallura quindi, con il suo elemento torbido, insofferente di ogni freno, ottimi legami con i vicini còrsi, sembrava essere il campo più adatto, non solo per rinnovare i moti antifeudali degli anni precedenti, ma per spingerli fino allo stremo, in un'azione politica tendente a staccare l'isola da Casa Savoia e dare origine alla Repubblica Sardo-Corsa. A capo della spedizione il teologo Francesco Sanna Corda, già parroco di Torralba, che dopo il fallimento della rivoluzione di Giovanni Maria Angioy e la conseguente fuga, aveva abbandonato la parrocchia ed era passato in Corsica, Genova e Parigi dove venne in contatto con la famiglia Bonaparte.
Nell'aprile del 1802 lo «spirito giacobino» rinverdito dalle vittorie napoleoniche, aveva attratto anche uno dei più famosi banditi di Aggius, Pietro Mamia, che godeva del favore e della protezione dei pastori, capo di una banda di uomini scampati alle forche, contrabbandiere e di conseguenza presenza frequente a Bonifacio dove conobbe Sanna Corda e Francesco Cilocco fautori della repubblica Sardo-Corsa. Il bandito si disse pronto a collaborare. Nella notte del 7 maggio nella regione Nuraghe Porcu, non molto distante da Tempio ci fu l'adunanza dei fuoriusciti, dei pastori e dei banditi galluresi in quell'occasione si disse che il «Primo console Napoleone avrebbe trattato i sardi come figli e sarebbero stati esenti da ogni tributo qualora avessero accolto benevolmente le truppe francesi pronti allo sbarco». La repubblica sardo-corsa durò lo spazio di pochi giorni. Anzi, si può conteggiare in ore. A tradire Francesco Sanna Corda, oltre a una buona dose di ingenuità, fu Mamia che si accordò con i funzionari governativi in cambio della libertà facendo il doppio gioco: mentre da una parte incitava i rivoltosi dall'altra denunciava ogni loro mossa alle autorità. Lo sbarco di Sanna Corda (nominato Commissario Generale dall'Angioy «con pienissimi poteri») avvenne il 12 giugno (ma qualcuno dice il 13) nella zona «la Cruzitta» allora in territorio di Aggius (tra Costa Paradiso e Porto Bello) ricevendo ospitalità nello stazzo (che divenne anche il primo quartier generale della rivoluzione) del pastore Matteo Codimuzzu, dove convennero diversi pastori da Aggius (ma non il bandito Mamia). Sanna Corda inviò i primi proclami servendosi di carta intesta col bollo e col moto della Repubblica Francese Liberté Egalité Fraternité, chiamando alla rivolta. Nel suo entusiasmo egli vede già compiuta quella rivoluzione che non era neppure cominciata. Tra i primi adempimenti dichiara decaduto il governo Sabaudo: intorno a se ha solamente una decina di pastori, distribuisce cariche, ordina arresti. Rassicura il clero. Invia una lettera la vescovo di Tempio Michele Pes che gira al comandante della guarnigione di Tempio Villamarina. Tra il 16 e il 17 giugno Sanna Corda, raggiunto da altri rivoluzionari, aveva occupato, senza sparare un sol colpo di fucile, le torri di isola Rossa, Vignola e Santa Teresa. In quest'ultima dopo aver inalberato il tricolore francese e ripiegata la bandiera sarda, stabilisce il quartier generale da dove invia il suo Proclama «A tutti gli stazzi della Gallura» in particolare ai pastori di Aggius e Tempio. Tra gli impegni anche l'estinzione dei debiti per i poveri, il rispetto della religione, l'abolizione dei diritti feudali.
L'attesa sollevazione popolare però non c'è stata. La sera del 18 le truppe dal luogotenente Orano accerchiarono la torre. Sanna Corda (tradito anche dal napoletano Guarnieri comandante di un veliero sequestrato il giorno prima dal Sanna e con lui nella torre) venne crivellato di colpi ai piedi della torre. Fu il solo ad affrontare le 75 carabine spianate contro di lui: nessuno dei suoi lo segui. Venne sepolto in fretta ai piedi della torre. In sole due ore di combattimento fu distrutto il germe della rivolta gallurese con l'uccisone di colui che ne era l'anima e il braccio.
L'impossibile sogno del parroco torralbese era fallito: la Gallura che pareva un barile di polvere cui mancasse solo la miccia per farlo scoppiare, non si era mossa.

Giovanni Gelsomino