domenica 21.03.2010 ore 19.10

ARCHIVIO la Nuova Sardegna dal 1999

Sul palco stratificazioni di stili e forme

 CAGLIARI. «Che tu sia per me il coltello». Liberamente ispirato a un romanzo omonimo di David Grossman, a sua volta ispirato da una frase scritta in una delle sue struggenti lettere d’amore da Franz Kafka alla amata Milena Jesenska: «Amore il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso». E l’ultimo spettacolo di Pierfranco Zappareddu presentato nei giorni scorsi al teatro delle Saline all’interno della stagione del teatro contemporaneo organizzata da Akroama.  L’idea di citazioni che si incrociano e si rincorrono fra di loro dal teatro al romanzo, alla scrittura epistolare, ci rivela qualcosa della natura di questa messinscena che si fonda essenzialmente sul convergere nel centro del palcoscenico di tanti segnali che a guardarli tutti insieme addensarsi, uno sopra l’altro, sembrano come gli strati di un sito archeologico liberato dalla terra, dove si possano osservare stili e forme costretti dalla storia a stare uno sopra l’altro. Il teatro di Zappareddu nel corso degli anni si è come svuotato della sua natura originaria che era fatta di carne e sangue pulsante, di passionalità, e di energia presa dalla terra e trasmessa al corpo dell’attore. Oggi divenuto sempre più bagliore, riverbero, citazione. Un teatro che mischia tutto, non ha fiducia nella parola, ma ha svuotato il corpo dell’attore di sensualità, tanto da rendere gli attori come ombre spesso immobili. Zappareddu tenta di fare quello che faceva Carmelo Bene con gli attori, svuotati di corporeità li fa apparire sul palco come burattini di un teatro che ha bisogno di tutti i trucchi del melodramma, costumi eccessivi, movimenti larghi, gesti pieni di enfasi, ceroni spropositati, per continuare a esistere.  Ma se il teatro di Carmelo nascondeva la filosofia, il lento procedere dell’attore verso una morte simbolica e non solo, verso una «putrefazione» scenica, la singolare scoperta è che Zappareddu ci appare oggi pieno di ottimismo, di una singolare fiducia nella possibilità del teatro, ancora, di sorprendere.  Un teatro degli eccessi, con una vocazione al manierismo, cadenzato da scelte musicali molto trendy che accompagnano continuamente lo spettatore iniettando ritmo e colore. Attori e danzatori: Andrea Ibba Monni, Marek Krenek, Anna Mereu, Carla Stara, che ammicano disciplinati al pubblico, giocano a piacere, immersi dentro una scena densa di segni lasciati dall’artista Andrea Portas. Se il teatro di Carmelo feriva quello di Zappareddu accarezza, una scelta, perfettamente in linea con questo inizio di secolo in cui ci restano solo i bagliori di una postmodernità senza inquietudini. - Enrico Pau

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