Un sequestro, tre processi cento personaggi e troppi intrighi


NUORO.Gli ultimi due rapimenti del ventesimo secolo messi a segno da bande di sequestratori sardi avvengono entrambi nel 1997: il 19 febbraio, a Tortoli, cade nelle mani dei banditi la consulente del lavoro Silvia Melis. Il 18 giugno, a Brescia, l'industriale Giuseppe Soffiantini. Caratterizzati da una lunga prigionia, i due casi presentano diverse caratteristiche comuni, soprattutto per la complessità e il protrarsi nel tempo delle vicende giudiziarie, entrambe non ancora definitivamente concluse.
Che l'inchiesta sul caso Melis stesse riservando diverse sorprese era apparso evidente sin dalle fasi finali del rapimento, quando le campagne dell'Ogliastra e del Nuorese erano percorse da una piccola pattuglia di emissari 'civetta" e da strani personaggi - alcuni dei quali veri e propri mestieranti delle trattative - che sembrava avessero l'unico intento di rendere più difficile il già complicato compito delle forze dell'ordine.
La svolta avviene l'11 novembre del 1997, quando Silvia Melis viene trovata da una pattuglia della polizia sul ciglio della strada Nuoro-Orgosolo: sporca e con alcune ferite alle gambe causate dai rovi e dagli sterpi, racconta di essere riuscita a fuggire approfittando dell'allentamento della catena che le cingeva i polsi e dell'assenza del suo custode. Trasferita immediatamente nella questura di Nuoro, compare in pubblico soltanto dopo qualche ora e un radicale maquillage. Il suo aspetto dopo i bagni e gli shampoo, mischiato ad altri particolari, innescano una ridda di ipotesi sulla sua liberazione: quasi tutte basate su una serie di 'perizie popolari" - che a loro volta traggono nutrimento da circostanze fantasiose e deduzioni dagli incerti confini - si inseguono l'una con l'altra, rimbalzando anche sui giornali.
Nella notte dell'11 novembre l'ingegner Tito Melis, padre della sequestrata, incontra i suoi emissari e chiede la restituzione del miliardo di lire versato ad agosto per la liberazione dell'ostaggio. Riscatto non più necessario, sostiene, dal momento che la figlia è tornata in libertà per eventi fortuiti. Mentre le ipotesi sulla liberazione continuano a fiorire senza interruzione, il Corriere della Sera, a sorpresa, pubblica un'intervista a Nicola Grauso nella quale l'editore cagliaritano sostiene che Silvia Melis è stata liberata dopo il pagamento del riscatto, da lui personalmente versato nelle campagne di Esterzili. Il denaro, aggiunge, gli era stato consegnato dall'avvocato Antonio Piras, ex presidente della Sardaleasing, al quale l'ingegner Tito Melis sia era rivolto chiedendo un intervento risolutore.
Si prospetta l'accusa di favoreggiamento per la violazione della legge sui sequestri di persona, ma nel frattempo la procura distrettuale - in base al racconto dell'ingegner Melis e ad alcuni rapporti del Ros - sta vagliando la possibilità di altre, ben più gravi, ipotesi di reato. L'inchiesta si allarga, coinvolgendo anche il giornalista Antonangelo Liori e l'avvocato Luigi Garau, legale di Tito Melis. Quest'ultimo accusa i suoi ex emissari di aver trattenuto il miliardo di lire da lui versato per il riscatto - non più dovuto per via della fuga dell'ostaggio - e di aver anzi preteso un'ulteriore somma di denaro. Spunta anche il nome dell'ex giudice antisequestri Luigi Lombardini, accusato di essersi intromesso nella vicenda e aver cercato di costringere l'ingegner Melis a scrivere una falsa lettera liberatoria - da consegnare all'avvocato Antonio Piras - con la quale la procura distrettuale autorizzava il pagamento del riscatto.
L'inchiesta, a questo punto, si scinde in tre parti: quella sugli autori del rapimento, quella sugli emissari 'civetta" e quella nata dalle accuse dell'ingegner Tito Melis. Quest'ultima, per via del coinvolgimento del giudice Lombardini, passa alla procura di Palermo, competente per territorio, che ipotizza i reati di estorsione, tentata estorsione aggravata e calunnia. La procura distrettuale della Sardegna, nel frattempo, procede sul fronte del rapimento: nel giugno del 1999, per concorso in sequestro di persona, vengono arrestati il nuorese Andrea Nieddu e gli orgolesi Grazia Marine, suo figlio Antonio Maria Marini e Pasqualino Rubanu.
Secondo l'accusa Silvia Melis sarebbe rimasta segregata per oltre due mesi in una sorta di 'buco nero" in polistirolo allestito all'interno dell'abitazione di Grazia Marine, in via Trento a Nuoro, e poi trasferita in altri covi nelle campagne tra Nuoro e Orgosolo. Nel 2000 cominciano i processi: nel tribunale di Lanusei vengono giudicati Grazia Merine, Antonio Maria Marini, Pasqualino Rubanu e Andrea Nieddu, e gli emissari 'civetta". Nei confronti di questi ultimi, compreso il francescano padre Pinuccio Solinas, la vicenda giudiziaria si conclude con una serie di archiviazioni.
A Palermo, intanto, si procede nei confronti di Nicola Grauso, Antonangelo Liori, Luigi Garau e Antonio Piras. L'ex presidente della Sardaleasing sceglie di essere giudicato con il rito abbreviato: condannato in primo grado a cinque anni e quattro mesi di reclusione, viene successivamente assolto dalla corte d'appello. Gli altri imputati optano invece per il processo ordinario, che comincia soltanto nell'ottobre del 2001. Il dibattimento, con oltre cento testimoni, rinvii tecnici e difficoltà di ogni genere, imbocca sin dalle prime udienze la strada dei tempi lunghi: attualmente si trova ancora nella fase di primo grado e non si sa quando si potrà arrivare alla conclusione.
Nel tribunale di Lanusei - presieduto da Claudio Lo Curto - nonostante la miriade di atti da esaminare, l'esame di numerosi testimoni e i sopralluoghi, si procede con ritmo serrato e nel giugno del 2001 arriva la sentenza: 25 anni per Grazia Marine, 30 per Antonio Maria Marini, 26 per Pasqualino Rubanu. Assoluzione per Andrea Nieddu.
La sorpresa arriva un anno dopo, quando la corte d'appello di Cagliari, presieduta da Paolo Zagardo, decreta l'assoluzione di tutti gli imputati: Grazia Marine, Antonio Maria Marini e Pasqualino Rubanu tornano immediatamente in libertà. La procura generale presenta ricorso in Cassazione, sostenendo l'inconsistenza delle motivazioni. Tesi accolta nel novembre del 2003 dalla suprema corte, che conferma soltanto l'assoluzione di Andrea Nieddu e ordina un nuovo giudizio di secondo grado, che viene celebrato nel 2004 nella corte d'appello di Sassari. I giudici, dopo una parziale riapertura del dibattimento, confermano la sentenza di primo grado del tribunale di Lanusei: 25 anni per Grazia Marine, 30 per Antonio Maria Marini e 26 per Pasqualino Rubanu. Una anno dopo, quando la Cassazione conferma il verdetto, gli imputati tornano in carcere.
I principali capitoli giudiziari del caso Melis - tranne quello di Palermo - sono dunque conclusi. L'inchiesta resta però sempre virtualmente aperta, nel tentativo di identificare anche gli altri componenti della banda di sequestratori.

Agostino Murgia