«Stefano Siglienti il Rinnovatore Modernizzò le banche italiane»

«Brav'homine, custu: cosi nel primo congresso sardista dopo la liberazione dell'isola - eravamo a Macomer, nel 1944 - un vecchio pastore mi parlò di mio padre. Già ministro delle Finanze nel governo Bonomi, papà conosceva i durissimi impegni richiesti dagli anglo-americani all'Italia. Perciò, come dirigente del Psd'Az, invitò l'assemblea all'unità nazionale nonostante molti puntassero sul separatismo. In sala prima scese il gelo, poi ci fu un interminabile applauso. Anche quel pastore, imponente, dalla lunga barba, batteva le mani. Non sapeva che fossi il figlio di Stefano Siglienti. Voleva dirmi, alla sarda, che lo considerava un uomo coraggioso, di valore. Non l'ho dimenticato: ancora oggi è il giudizio su di lui che mi ha maggiormente colpito nel tempo».
Questo uno dei ricordi personali che il banchiere Sergio Siglienti - a lungo alla guida di Comit, Ina, Assitalia - ha regalato al pubblico nell'aula magna dell'università. Quella di ieri, prima nell'ateneo e poi al Banco di Sardegna, è stata infatti una mattinata dedicata alla memoria. Un omaggio al sassarese che dal 1945 al '71, anno della morte, fu presidente dell'Istituto mobiliare e dell'Associazione bancaria italiana. Cosi prese decisioni cruciali nei momenti febbrili della Ricostruzione e del boom economico. Convegno di studi e intitolazione di una sala della direzione generale sassarese dell'istituto di credito che lo stesso Stefano Siglienti contribui a far nascere, nel '53, insieme con il Credito industriale sardo.
Alle due fasi della manifestazione ha assistito l'ex ministro Luigi Berlinguer, cugino di primo grado di Sergio Siglienti (che per parte di madre, Ines Berlinguer, lo è anche di Enrico e Giovanni). Con lui hanno preso parte ai lavori del convegno nell'ateneo il presidente del consiglio regionale, Giacomo Spissu, tanti docenti, giuristi, economisti, amici personali della famiglia. Ma ecco qualche tappa fondamentale dell'opera svolta dal ministro sardo dell'era Bonomi nei commenti dei relatori e degli altri protagonisti della giornata.
Il presidente del Banco di Sardegna, Antonio Sassu: «La vita di Stefano Siglienti è un'esperienza da non dimenticare. Ufficiale interventista nella Grande Guerra, si distinse, fra l'altro, nella battaglia del Montello. Antifascista, dopo il secondo conflitto mondiale diede un contributo decisivo al rilancio dell'economia e favori la nascita di una moderna cultura bancaria». Gianni Toniolo, professore a Tor Vergata: «A lui vanno riconosciuti ruoli centrali nelle istituzioni finanziarie italiane. Faceva parte di un gruppo, molte ristretto, che di fatto decideva le sorti dell'economia nazionale. Con un'attività di moral suasion si fece garante del sostegno delle banche alla politica voluta da Luigi Einaudi e dall'allora governatore di Bankitalia Donato Menichella. Esercitò quindi un'intelligente mediazione tra l'Abi e la Banca d'Italia. Senza dimenticare l'opera che nel '53 ha portato al varo della legge sul riordino degli istituti e quindi alla trasformazione dell'Icas in Banco di Sardegna».
Il rettore, Alessandro Maida: «Dopo la maturità all'Azuni e una breve parentesi nella facoltà d'ingegneria di Cagliari, si laureò in Giurisprudenza a Sassari con il massimo dei voti e la lode proprio in quest'aula magna. Oltre alla tesi sulla proprietà rurale, discusse una delle tre tesine con Arturo Carlo Jemolo, che all'epoca insegnava qui da noi». Al figlio Sergio il rettore ha quindi consegnato copia degli atti accademici, una medaglia ricordo e il volume di Renato Pintus «Sassaresi illustri», che raccoglie anche una biografia dell'economista. Opera, pubblicata dalla società editrice Webber, nella quale si può leggere parte di un intervento ancora attualissimo pronunciato da Stefano Siglienti durante un congresso internazionale a Palermo: «Il credito di per sé non risolve il problema dello sviluppo se non si basa su un flusso di formazione di risparmio e d'importazione di capitali sufficientemente intenso. E se l'ambiente nel quale lo si eroga non è capace di riceverlo e utilizzarlo nel modo più economico. Vale a dire se non esistono sul mercato iniziative veramente produttive, progetti seri, imprenditori abili, competenti e attivi. In mancanza di tutto ciò la funzione creditizia viene degradata al rango di pura erogazione assistenziale, caritativa o sociale, ma sempre e comunque non produttiva di reddito». Come ha sottolineato il direttore generale Natalino Oggiano, che ha coordinato i lavori del convegno sassarese, il Banco di Sardegna ha invece promosso per la circostanza una pubblicazione ad hoc, ricchissima di materiale fotografico inedito. Lavoro meticoloso e accurato che ha richiesto l'esame di centinaia di documenti e illustrazioni. Fatto per il quale lo stesso Sergio Siglienti ha voluto ringraziare pubblicamente la bibliotecaria dell'istituto, Maria Grazia Cadoni.
Davvero illuminante il contributo - soprattutto per la comprensione dell'attività portata a termine dall'economista sassarese nel dopoguerra - dato dal vicedirettore generale della Banca d'Italia Pierluigi Ciocca: «Siglienti è stato un protagonista assoluto sin da quando s'impegnò con rischi personali contro il fascismo. Lo hanno sempre caratterizzato il coraggio individuale, la schiena dritta». Ciocca ha citato il giurista-scrittore Salvatore Satta sulle condizioni disastrose nelle quali la dittatura e la guerra avevano lasciato il Paese. Ha plaudito all'iniziativa del Banco anche a nome del governatore di Bankitalia. Ha aggiunto a proposito del dirigente sardo: «È stato parte integrante della ripresa italiana: Concorse a plasmare l'industria bancaria e la finanza. A Siglienti si deve in definitiva quell'Italia moderna che ci è stata lasciata e che probabilmente lui stesso vagheggiava nelle riunioni clandestine di Giustizia e libertà». Il segretario generale dell'Abi, Federico Pascucci, è quindi intervenuto in rappresentanza del presidente Corrado Faissola, impossibilitato a partecipare. «La memoria di Siglienti nell'Associazione bancaria italiana è ancora viva - ha spiegato - È stato una grande guida che ha saputo circondarsi di grandi collaboratori: Gianfranco Calabresi, Bruno Visentini, Guido Carli. Lo hanno sempre caratterizzato uno stile e un temperamento unici, un'autorevolezza e un prestigio che gli hanno consentito rapporti bilaterali con tutti i banchieri e con la stessa Bankitalia».
Infine, prima della consegna di una targa commemorativa nella sala del Banco intitolata al padre, l'applauditissimo discorso fatto all'università da Sergio Siglienti. Che ha dichiarato in premessa di voler semplicemente tratteggiare qualche aspetto del carattere paterno. Ma che in chiusura non ha scordato di rammentare come l'economista sassarese lavorò sempre per trovare soluzioni automistiche nelle diverse regioni italiane, Sardegna compresa, mantenendo però ferma una visione unitaria nazionale. Dopo aver ringraziato tutti i promotori della giornata, l'ex presidente di Ina e Assitalia, ha ricordato come il padre fosse persona riservata, simile in questo a molti sardi. Ha inoltre parlato delle lettere che scriveva prima della Grande guerra (fu ferito in battaglia e decorato dal re con una medaglia di bronzo). Lettere alla fidanzata Ines Berlinguer, che nel 1924 sarebbe diventata sua moglie in una cerimonia di nozze a cui fece da testimone Emilio Lussu. Lettere nelle quali esprimeva perplessità sull'inizio della sua attività, ad appena sedici anni, nella banchetta che sarebbe poi diventata la Popolare di Sassari. «Non mi sento a mio agio nell'arido groviglio di dare-avere», «Mi ritrovo sempre meno in un mestiere che non mi dà alcuna soddisfazione», scriveva fra l'altro Stefano Siglienti. «Sarebbe però stato lui, un domani, a imporre a quel mondo l'etica che gli era propria - è stato il commento conclusivo del figlio Sergio - Durante il fascismo trovò lavoro al Credito fondiario prima a Sassari e Cagliari, quindi a Roma. Non era iscritto al Pnf. La dittatura rallentò la sua carriera. Divenne vicedirettore solo nel 1938. Da quel momento, nessun'altra promozione: le cariche più elevate venivano decise dall'alto. Tutti però in banca riconoscevano il suo ruolo decisivo per la sopravvivenza dell'istituto. Cosi quando fu arrestato dai nazifascisti continuarono a pagare lo stipendio integralmente a mia madre. Insomma, mio padre salvò la banca e la banca salvò lui».