Dal ring della boxe a quello della vita

CAGLIARI. Il match più difficile Salvatore Fanni, ex campione europeo e italiano dei pesi mosca, l'ha sostenuto lontano dal ring. Un combattimento durato tre anni, dal giorno in cui il suo maestro Marco Scano ha messo il sigillo sulla sua carriera.
«Lelè - gli dice l'allenatore, ex campione europeo dei welter - est ora de d'accabai». Un colpo da cappaò. Cosi il ragazzino (Lelè) obbedisce e appende i guantoni al chiodo. Da quel giorno il lungo calvario alla ricerca di un posto di lavoro, bussando mille porte prima di trovare quella giusta, al Centro di Solidarietà 'Giovanni Paolo II", alla Caritas, in viale Sant'Ignazio. Prima il volontariato poi l'assunzione in pianta stabile per l'emergenza notturna: vegliare, assistere e accompagnare clochard e senza fissa dimora, sbandati e uomini buttati fuori di casa. «Quasi un miracolo - dice l'ex pugile - reso possibile da due assistenti sociali del Comune».
«Finchè ero in auge e fioccavano i titoli sportivi nazionali e internazionali - racconta Tore Fanni, seduto nella vecchia cappella della ex casa di riposo Vittorio Emanuele II - le solite promesse a non finire di un posto fisso, della sistemazione per la vita, non mi lasciavano tranquillo. Sempre parole e mai fatti. Io non volevo finire come tanti pugili dimenticati e abbandonati al loro destino appena scesi dal ring. Perciò ogni occasione era buona per ricordare agli amanti dello sport e alle autorità il mio problema. Una volta ho approfittato di un'ospitata televisiva per lanciare il mio appello: datemi il lavoro. Nulla da fare».
Ma la fatica è nel dna del piccolo grande campione. L'ha imparato in casa, dove darsi da fare è l'imperativo categorico per il penultimo di una nidiata di tredici figli, padre pescatore e madre casalinga. Si fa di tutto: ogni mese puntuale all'ufficio di collocamento per timbrare il cartellino rosa e aggiornare la lista dei disoccupati. Lavoro precario: all'acquedotto, per aprire e chiudere le saracinesche dell'acqua. Poi giardiniere, spazzino, bidello per tre, sei, otto mesi e festa grande quando il contratto è annuale. La carriera procede spedita a suon di pugni con Tore Fanni sulla cresta dell'onda. Ma quattordici match per il titolo europeo, tre per quello mondiale, 47 incontri di cui 27 vinti prima del limite, senza rivali in Italia, rinviano e non risolvono il problema-lavoro. Con i soldi di quel pugilato non si diventa ricchi: «Sono riuscito a comprarmi una casetta, a Is Mirrionis, dove stare con mia moglie e tre figli. Sempre nel timore che chiuso col pugilato per me fosse la fine. Stava per succedere proprio cosi».
A trentott'anni, nel 2002, Tore Fanni dice addio al ring. E cominciano i problemi: «Nessuno risponde ai miei appelli - ricorda l'ex pugile - l'anno scorso in questo periodo mi presento alle assistenti sociali del Comune, sono in un mare di problemi economici. Riesco a parlare anche col sindaco. Le due funzionarie comunali sono la mia salvezza. Mi mandano al centro di solidarietà per fare volontariato, col passare dei mesi arriva un vero contratto di lavoro».
«Sono state messe insieme due risorse e altrettanti bisogni - spiega don Marco Lai, direttore della Caritas diocesana - Tore ha portato il suo titolo, il nome, l'esperienza e la popolarità acquisita nello sport e la necessità di lavorare, noi la nostra organizzazione e il bisogno di avere persone disponibili, pronte al sacrificio, ma anche sorridenti, capaci di stare in mezzo alla gente, soprattutto ai poveri. E' giusto che la comunità, quando è possibile, tenda una mano di aiuto a persone che hanno dato molto alla città, alla regione, all'Italia anche nello sport, un settore spesso vicino agli ultimi della società».
«Ogni giorno - aggiunge Fanni - entro in chiesa per ringraziare il buon Dio per avermi dato questo lavoro. So che cosa significa rimanerne senza, perciò temo sempre di perderlo. E' triste e fa male quando non si può dare ai figli quello che giustamente chiedono». Diciott'anni di sport in prima linea non si dimenticano facilmente. Perciò Fanni nelle ore libere ritorna, stavolta da maestro, nella palestra Franco Loi, in via Mandrolisai. Anche lui un giorno dirà a un suo allievo: «Lelè est ora de d'accabai».
Mario Girau