Sorgono, rivive la Stonehenge sarda con l'antico splendore dei menhir


SORGONO.Nel mattino di fine ottobre il sole invade Biru 'e concas, che tutti qui considerano ormai come la Stonehenge sarda, anche se poi è soltanto (ma si fa per dire) il più grande insediamento del Mediterraneo, con i suoi 200 menhir, trenta dei quali schierati in doppia fila, come antichi guerrieri, pronti a respingere il nemico che attacca la collina. Gli altri 170 sono invece stesi per terra, orientati dove tramonta il sole, e in gran parte abbattuti e spezzati da una furia violenta e misteriosa, che alcuni fanno risalire alla «guerra santa» dichiarata da papa Gregorio Magno nel VI secolo, durante la cristianizzazione della Sardegna più interna, contro gli idoli dei barbaricini che, nell'alto medioevo, adoravano ancora ligna autem et lapides.
Barbaricini adoratori di menhir, circa 5000 anni fa, dunque, di quelle lunghe pietre sacre, messe li fitte, a guardia dei villaggi, e risalenti al neolitico, che secondo gli studiosi, dovrebbero ricordare le figure mitiche ed eroiche degli antenati. Ma che rappresentano sicuramente i simboli fallici della fertilità che evocano la Dea Madre.
Oltre duecento menhir, una vera enormità per le Barbagie che ne contavano fino a qualche anno fa solo una cinquantina. E tutti concentrati nello straordinario scenario di Biru 'e concas di appena cinque ettari (letteralmente «il sentiero delle teste») che si trova a un tiro di schioppo dall'antico santuario di San Mauro, eretto verso il 1300 dai monaci benedettini, come per esorcizzare quelle statue granito, sacre e falliche, in fila verso l'occidente, lungo l'antico tracciato di transumanza che portava le greggi nella piana di Oristano.
La clamorosa scoperta è avvenuta circa 15 anni fa su segnalazione di un ex sindaco di Sorgono, Francesco Manca, appassionato solitario di cose archeologiche, che venne colpito un giorno da tutte le stele di abbattute, una dietro l'altra. Tutt'intorno inoltre, i segni circolari di capanne (forse di un villaggio nuragico successivo). E a poca distanza, su altre colline, anche due nuraghi, una tomba di giganti, e un dolmen.
E poi vicino ai menhir, proprio sotto la collina, una sorgente nascosta: forse di un pozzo sacro, per il culto delle acque. Insomma, la chiara conferma di un intreccio di stili e architetture, tra l'epoca delle grandi pietre, il neolitico e la civiltà nuragica.
Segnalata dall'ex sindaco di Sorgono, questa grande scoperta archeologica venne poi confermata in tutto il suo valore archeologico dal professor Enrico Atzeni, il quale incaricò a sua volta la Soprintendenza per due progetti di scavo e restauro finanziati dalla Regione e dal Gal.
«Il lavoro è stato lungo e delicatissimo - afferma oggi Francesca Barracciu, attuale sindaco di Sorgono - perché bisogna rimettere i menhir in piedi e nella posizione originaria. Cosa non facile, dunque. L'operazione ha comunque portato a una ricognizione di tutta la zona, mettendo in risalto la grande scoperta che fa oggi di Biru 'e concas il più grande insediamento di menhir in tutto il Mediterraneo». E non è finita. Dopo un certo periodo di silenzio, anche il ministero dei Beni culturali si è interessato del sito inserendolo subito, per la sua importanza, nel Piano archelogia nazionale, insieme con i monumenti italiani più importanti.
«E' stata questa una conquista per noi importantissima - commenta la Barracciu - che ci permette di sperare in una completa e organica valorizzazione di tutto il sito dei menhir, con eventuali altre ricadute, non soltanto culturali, su tutto il territorio e l'intera isola».
Appena insediatasi in municipio, infatti, Francesca Barracciu (che è anche consigliere regionale Ds) si è subito interessata di Biru 'e concas inoltrando domanda al ministero per un nuovo intervento. Domanda accolta con 400 mila euro di finanzimento e il placet a terzo progetto di scavo e restauro. Poi, addirittura, l'inserimento del sito anche nel prestigioso Piano archeologia nazionale. Un riconoscimento importante per Sorgono, il Mandrolisai, e la Sardegna intera.
«Ora con il terzo progetto - conclude il sindaco - noi speriamo che il sito riceva un impulso decisivo e che entro breve tempo si possano contemplare in tutto lo splendore le schiere dei duecento menhir sulla collina sacra. Inoltre auspichiamo che vengano presto restaurate e portate alle luce le numerose capanne nuragiche, in modo da dare una configurazione definitiva e organica del sito che ospita la pietre sacre».
La concentrazione di 200 menhir, in un unico posto della Sardegna più interna, ha provocato un piccolo terremoto nel mondo degli esperti e degli appassionati. Quasi obbligato per tutti rileggere quell'epoca e tutto il neolitico alla luce della straordinaria scoperta. Che popolo era quello delle grandi pietre? E perché questa grande concentrazione di menhir sui monti del Mandrolisai e vicino a Sorgono? Erano collegati al megalistismo occidentale europeo, celtico e bretone, oppure presentano caratteri propri e autoctoni, e quali? Queste le domande più ricorrenti, sollevate dalla grande scoperta archeologica, sulle quali gli archeologici sardi, ancora riflettono e studiano, prima di sbilanciarsi ufficialmente. Dagli appassionati del posto invece la prudenza è stata messa subito da parte. In preda a un più che comprensibile entusiasmo, per la scoperta dei 200 menhir, essi non esitano a definire il sito una vera e propria Stonehenge sarda sia per il numero delle pietre sacre sia per le implicazioni che potrebbe avere sulla storia dell'archeologia sarda e sulle zone montane più interne dell'isola. «Non resta che attendere i risultati del nuovo progetto per saperne di più», conclude prudente Barracciu.

dall'inviato Nino Bandinu