ARCHIVIO la Nuova Sardegna dal 1999

Quando la realtà supera la fantasia


Il Sieff ieri si è chiuso con un film-sorpresa, «Jimmy della Collina», ultimo lavoro del regista cagliaritano Enrico Pau, vincitore del premio della Confederazione Internazionale del cinema d’arte e d’essai al 590 Festival di Locarno. È stato presentato prima della proiezione delle quattro opere che hanno vinto le rispettive sezioni. Si tratta di una scelta apparentemente sorprendente, al di là del fatto che “certifica” ulteriormente l’esistenza di un cinema professionale “regionale” - ma non provinciale - capace di confrontarsi con il resto del mondo. Ma, ricoprendo per un attimo il ruolo di avvocato del diavolo, è pur sempre una “fiction”, un film a soggetto (ispirato ad un’opera letteraria dallo stesso titolo firmata da Massimo Carlotto). Per di più il regista che avrebbe potuto raccontare in maniera minimalista la discesa all’inferno del diciassettenne Jimmy, dal rifiuto del lavoro alla rapina, dal tribunale al carcere minorile, dalla comunità di recupero alla fuga, ha costruito il film su una contrapposizione continua tra il “realismo” quotidiano e seriale (la famiglia, gli scorci dell’ambiente criminale, il carcere minorile) e l’immaginario onirico del protagonista, ulteriore catalizzatore della sua sconfitta, della sua perdizione. Insomma un cinema che rifiuta la documentazione diretta, la strumentalità del mezzo audiovisivo.
 Eppure questa scelta, in qualche modo, si colloca benissimo nel cartellone del festival, e questo a prescindere dai film premiati. Anche a chi scrive - che poco o nulla sa di antropologia visuale - l’assaggio di diversi film ha offerto una panoramica abbastanza curiosa del documentario etnografico contemporaneo. Ad esempio, uno dei film che hanno aperto il concorso, il brasiliano «A pessoa è para e que nasce», storia di tre sorelle cieche che assaporano un lungo quarto d’ora di celebrità passando dalle canzoni di strada ai teatri delle grandi città e poi alla tv, non si esiterebbe a definirlo un film consapevolmente warholiano sulla società dello spettacolo. La stratificazione documentaria è sicuramente al confine tra antropologia del presente e sociologia della comunicazione: c’è un residuo di tradizione, in quella vita di strada, poi arriva la tv e il fenomeno diventa non solo folclorico ma “evento” che lo stesso presidente Lula battezza: un «Buena vista social club» da poveri. Ma tutto lo svolgimento del film, in realtà, continua ad oscillare tra il racconto, spesso fantastico, sognatore, delle tre sorelle in viaggio per le diverse città brasiliane e la scoperta esibizione del mezzo - e senza nasconderne l’oggettiva crudeltà - che le trasforma in dive. Certo, ci sono stati, anche i film “rassicuranti”, e non certo di secondo piano: un documentario memoriale è quello di Astrid Bussino, «The Angelmakers» che racconta, attraverso testimonianze, la strana epidemia di uxoricide del villaggio di Nagyrev, in Ungheria, che, nel 1929, si liberarono dei propri mariti ubriaconi e incapaci, molti dei quali reduci di guerra che non riuscivano a riprendere una vita normale. Ma lo fa sempre confrontando il rapporto di coppia stabilito in passato - e dal quale le donne non potevano scappare se non appunto con quei metodi - e quello presente. E ancora, il faticoso ma bellissimo film del francese Ivan Boccara, «La bergere», che documenta la vita di una famiglia di anziani pastori nomadi dell’Atlante marocchino, è una sorta di monumento alla pazienza del documentarista “flahertyano” che deve condividere con gli osservati la loro vita, prima di procedere ad un montaggio logico e razionale di ciò che ha visto e vissuto: un esempio classico di antropologia visuale di alto livello. Persino nella pattuglia sarda non sono mancati i documentari tradizionali («Càrria dimoniu», «Su battileddu», «Tu nos Ephisy protege») ma, ad esempio, «Furriadroxiu», che sembra esplorare un mondo di fantasmi, di dispersi della civiltà moderna, è invece un film di confine che ci dice molte cose interessanti sull’eterna transizione della Sardegna contemporanea. E, anche non considerando l’inclassificabilità (nel bene e nel male) di «Lettere dal Sahara» di De Seta, che dire del film israeliano «Garden», di Ruthie Shatz e Adi Barash, che, nei contorni, assomiglia ad una vicenda pasoliniana: l’amicizia di due ragazzi omosessuali (uno israeliano, l’altro palestinese) che a Tel Aviv raccontano e soprattutto “mettono in scena” se medesimi. In generale, il panorama sembra confermare ciò che ha scritto Francesco Casetti in «L’occhio del Novecento»: ogni opera cinematografica è frutto della mediazione tra realtà e ricostruzione. E forse, aggiungo con modestia, tutto il cinema che racconta il Novecento - ovvero che opera come una sorta di mediazione tra storia contemporanea e vicende che appartengono al quotidiano - contiene molta antropologia. Bisogna solo saperla leggere.
- Gianni Olla

  • Articoli correlati - GIORNALI LOCALI GRUPPO ESPRESSO
  • il mattino di Padova

    Senza Titolo

  • il mattino di Padova

    Senza Titolo

  • il mattino di Padova

    Senza Titolo

  • + Altri risultati