24 settembre 2006 —
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sezione: Spettacolo
Il Sieff ieri si è chiuso con un film-sorpresa, «Jimmy della Collina», ultimo lavoro del regista cagliaritano Enrico Pau, vincitore del premio della Confederazione Internazionale del cinema darte e dessai al 590 Festival di Locarno. È stato presentato prima della proiezione delle quattro opere che hanno vinto le rispettive sezioni. Si tratta di una scelta apparentemente sorprendente, al di là del fatto che certifica ulteriormente lesistenza di un cinema professionale regionale - ma non provinciale - capace di confrontarsi con il resto del mondo. Ma, ricoprendo per un attimo il ruolo di avvocato del diavolo, è pur sempre una fiction, un film a soggetto (ispirato ad unopera letteraria dallo stesso titolo firmata da Massimo Carlotto). Per di più il regista che avrebbe potuto raccontare in maniera minimalista la discesa allinferno del diciassettenne Jimmy, dal rifiuto del lavoro alla rapina, dal tribunale al carcere minorile, dalla comunità di recupero alla fuga, ha costruito il film su una contrapposizione continua tra il realismo quotidiano e seriale (la famiglia, gli scorci dellambiente criminale, il carcere minorile) e limmaginario onirico del protagonista, ulteriore catalizzatore della sua sconfitta, della sua perdizione. Insomma un cinema che rifiuta la documentazione diretta, la strumentalità del mezzo audiovisivo.
Eppure questa scelta, in qualche modo, si colloca benissimo nel cartellone del festival, e questo a prescindere dai film premiati. Anche a chi scrive - che poco o nulla sa di antropologia visuale - lassaggio di diversi film ha offerto una panoramica abbastanza curiosa del documentario etnografico contemporaneo. Ad esempio, uno dei film che hanno aperto il concorso, il brasiliano «A pessoa è para e que nasce», storia di tre sorelle cieche che assaporano un lungo quarto dora di celebrità passando dalle canzoni di strada ai teatri delle grandi città e poi alla tv, non si esiterebbe a definirlo un film consapevolmente warholiano sulla società dello spettacolo. La stratificazione documentaria è sicuramente al confine tra antropologia del presente e sociologia della comunicazione: cè un residuo di tradizione, in quella vita di strada, poi arriva la tv e il fenomeno diventa non solo folclorico ma evento che lo stesso presidente Lula battezza: un «Buena vista social club» da poveri. Ma tutto lo svolgimento del film, in realtà, continua ad oscillare tra il racconto, spesso fantastico, sognatore, delle tre sorelle in viaggio per le diverse città brasiliane e la scoperta esibizione del mezzo - e senza nasconderne loggettiva crudeltà - che le trasforma in dive. Certo, ci sono stati, anche i film rassicuranti, e non certo di secondo piano: un documentario memoriale è quello di Astrid Bussino, «The Angelmakers» che racconta, attraverso testimonianze, la strana epidemia di uxoricide del villaggio di Nagyrev, in Ungheria, che, nel 1929, si liberarono dei propri mariti ubriaconi e incapaci, molti dei quali reduci di guerra che non riuscivano a riprendere una vita normale. Ma lo fa sempre confrontando il rapporto di coppia stabilito in passato - e dal quale le donne non potevano scappare se non appunto con quei metodi - e quello presente. E ancora, il faticoso ma bellissimo film del francese Ivan Boccara, «La bergere», che documenta la vita di una famiglia di anziani pastori nomadi dellAtlante marocchino, è una sorta di monumento alla pazienza del documentarista flahertyano che deve condividere con gli osservati la loro vita, prima di procedere ad un montaggio logico e razionale di ciò che ha visto e vissuto: un esempio classico di antropologia visuale di alto livello. Persino nella pattuglia sarda non sono mancati i documentari tradizionali («Càrria dimoniu», «Su battileddu», «Tu nos Ephisy protege») ma, ad esempio, «Furriadroxiu», che sembra esplorare un mondo di fantasmi, di dispersi della civiltà moderna, è invece un film di confine che ci dice molte cose interessanti sulleterna transizione della Sardegna contemporanea. E, anche non considerando linclassificabilità (nel bene e nel male) di «Lettere dal Sahara» di De Seta, che dire del film israeliano «Garden», di Ruthie Shatz e Adi Barash, che, nei contorni, assomiglia ad una vicenda pasoliniana: lamicizia di due ragazzi omosessuali (uno israeliano, laltro palestinese) che a Tel Aviv raccontano e soprattutto mettono in scena se medesimi. In generale, il panorama sembra confermare ciò che ha scritto Francesco Casetti in «Locchio del Novecento»: ogni opera cinematografica è frutto della mediazione tra realtà e ricostruzione. E forse, aggiungo con modestia, tutto il cinema che racconta il Novecento - ovvero che opera come una sorta di mediazione tra storia contemporanea e vicende che appartengono al quotidiano - contiene molta antropologia. Bisogna solo saperla leggere.
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Gianni Olla