Il «caso Hamer» non è chiuso

AJACCIO.Pericoloso evocare i fantasmi del passato. Perché certe ombre possono tornare e chiedere il saldo di un conto che non è mai stato pagato. Ne sa qualcosa Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria Savoia (ma lui preferisce 'di Savoia"), per grazia di Dio e diritto dinastico pretendente all'inesistente trono d'Italia.
La sera del 21 giugno, il principe è chiuso in una cella del carcere di Potenza, dove l'ha spedito il gip Rocco Pavese su richiesta del pm Henry John Woodcock. Una storiaccia davvero poco nobile di truffe, videogiochi e prostituzione. Con l'augusto detenuto c'è Rocco Migliardi, anche lui coinvolto nell'inchiesta. E Vittorio Emanuele parla. Parla senza sospettare che invisibili 'orecchie elettroniche" intercettano ogni parola che dice. Cosi evoca il fantasma di Dirk Hamer, il giovane studente tedesco ferito da un colpo d'arma da fuoco nella notte del 18 agosto 1978 nel paradiso dorato di Cavallo, un isolotto a poche miglia dalle coste della Corsica. Il ragazzo si spegnerà quattro mesi dopo, alla fine di un doloroso calvario segnato da ben tredici, inutili, interventi chirurgici. Per quella storia, Vittorio Emanuele fini in manette. Ne usci assolto tredici anni dopo, grazie a una sentenza che creò grande sconcerto. E su quell'assoluzione della corte d'assise di Parigi l'erede al trono d'Italia ci ride su, la sera del 21 giugno scorso. «Anche se avevo torto, devo dire che li ho fregati» dice al suo 'compare" Migliardi. E ancora: «Eccezionale... Venti testimoni e si sono affacciate tante di quelle personalità pubbliche. Il procuratore aveva chiesto cinque anni e sei mesi. Ma ero sicuro di vincere. Ero più che sicuro».
Semplicemente agghiacciante la descrizione dei momenti più drammatici di quella notte di follia: «Io ho sparato un colpo cosi e un colpo in giù, ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua, che era steso, passando attraverso la carlinga. Pallottola trenta zero tre».

LE MICROSPIE.Per Birgit Hamer, sorella del povero Dirk, le frasi del principe 'rubate" dalle microspie sono come il sale sulla ferita. Rinnovano un dolore e confermano tutti i dubbi su quella sentenza che sanciva l'innocenza di Vittorio Emanuele. «Non voglio vendetta - ha detto in una recente intervista a Repubblica -, ma giustizia si». Il problema dunque oggi è questo: si può correggere un possibile errore della giustizia degli uomini? Sabine Paugam, l'avvocato di Birgit Hamer, è pessimista. Ma forse il processo può essere riaperto.
Dice infatti un alto magistrato di Ajaccio che chiede però di mantenere l'anonimato: «Teoricamente un processo arrivato a una sentenza ormai definitiva può essere riaperto. Se la famiglia del giovane Hamer presentasse oggi un ricorso nel quale vengono fornite nuove prove, la magistratura francese dovrebbe valutare se i nuovi elementi sono in grado di portare a una verità processuale diversa. Cioé modificare la sentenza passata in giudicato. Si, il processo potrebbe essere riaperto».
Domanda: ma l'esplicita ammissione di responsabilità fatta da Vittorio Emanuele nel suo colloquio intercettato nel carcere di Potenza è un elemento sufficiente per riaprire il caso? Il magistrato francese preferisce non rispondere. Ed è comprensibile. «Per ora - dice infatti - mi pare che ci siano solo notizie di stampa...». Si, ma quelle notizie sono pesanti. Molto pesanti. Sono infatti contenute in un provvedimento del Gip di Potenza, dove viene motivata la decisione di non revocare il divieto di espatrio per Vittorio Emanuele.
A distanza di quindici anni, diventa a questo punto interessante rileggere gli atti di un processo che fece molto discutere. Prima di tutto, in estrema sintesi, i fatti. La notte tra il 17 e il 18 agosto del 1978 un ragazzo di appena 19 anni, Dirk Hamer, promessa dell'atletica leggera tedesca e fratello della bellissima Birgit (miss Germania 1976), viene colpito a una coscia da un proiettile mentre dorme a bordo di uno yacht. Morirà dopo 111 giorni, dopo l'amputazione di una gamba e tredici interventi chirurgici. Un calvario. Teatro del fattaccio è l'isola di Cavallo, paradiso delle vacanze dorate di pochi fortunati vip, a poche miglia dalla Corsica.
A tredici anni dai fatti, Vittorio Emanuele di Savoia viene processato in corte d'assise a Parigi. Il processo finisce con un'assoluzione. O meglio, l'erede al trono d'Italia viene condannato solo a cinque mesi e mezzo con la condizionale per porto abusivo di arma da fuoco.
Prima anomalia: si arriva al processo addirittura dopo tredici anni. Un solo commento. E' quello del magistrato di Ajaccio Gaston Carasco che, nei mesi scorsi, ha detto: «E' difficile che da noi le inchieste per omicidio durino tanto. I tempi medi sono infatti al massimo di due anni. Il principe aveva però ottimi avvocati».
Per il medico romano Niki Pende, che la drammatica notte di Cavallo si scontrò con Vittorio Emanuele, il problema è invece che il principe aveva «ottime amicizie». Come quella con Valery Giscard d'Estaing «con il quale faceva affari». Pende accenna a traffici d'armi con l'Iran dello Scià Reza Pahlevi. E in effetti tracce di questi traffici affiorano nell'inchiesta del giudice veneziano Mastelloni e in quella del giudice di Trento Carlo Palermo. «Processo corrotto» dice Pende. Sicuramente processo avvelenato, visto che il padre di Dirk Hamer arrivò a denunciare il ministro della Giustizia francese, Robert Badinter, colpevole di avere rapporti troppo stretti con l'avvocato di Vittorio Emanuele, Paul Lombard.

«AVEVO PAURA DELLE BR».La notte maledetta tutto cominciò con un violento litigio tra Vittorio Emanuele e Niki Pende. Il principe accusava il medico romano di aver preso il canotto Zodiac del figlio per salire a bordo del suo yacht, il Coke, ormeggiato a Cala Palma. E per far valere le sue ragioni, imbracciò una micidiale carabina US 30 per la caccia agli elefanti. «Avevo paura delle brigate Rosse» disse ai giudici francesi. E anche: «Temevo poi che i banditi sardi sequestrassero mio figlio».
Vittorio Emanuele disse al giudice istruttore che stava recuperando il suo canotto, quando venne aggredito verbalmente da Pende: «Sparai un colpo in aria per intimorirlo, poi lui mi saltò addosso e cademmo in acqua. In quel momento parti un altro colpo». Il principe disse anche: «Mi assumo la responsabilità per le ferite causate dalle pallottole sfuggite». In sintesi la sua linea era questa: sono stato aggredito e nella colluttazione è partito un colpo. Insomma, è stata un disgrazia. Dirk Hamer, che dormiva su uno yacht vicino, il Mapagia, sarebbe stato quindi colpito dalla seconda fucilata.
Completamente diversa la versione di Niki Pende: «Me lo trovai davanti che gridava: 'Italiani di merda, drogati". E ha fatto fuoco due volte ad altezza d'uomo. Mi sono abbassato e poi gli sono saltato addosso». Durante il processo, Vittorio Emanuele cambiò versione e disse: «Ho sparato i due colpi in aria, non posso essere stato io a colpire Hamer». E i suoi avvocati, con un colpo di teatro, tirarono fuori una pistola Smith&Wesson che i gendarmi avevano trovato, la mattina del 18 agosto, a bordo del Mapagia. Il proprietario, il conte romano Vittorio Guglielmi Lante della Rovere, ammise subito che l'arma era sua, ma che non veniva usata da tempo. Impossibile una perizia sulla pistola, perché venne subito restituita a Guglielmi; impossibile una perizia sulla fiancata del Mapagia, perché lo yacht non venne sequestrato e Guglielmi lo fece riparare dopo qualche giorno.

UN UOMO D'ONORE.Ma sono sconcertanti soprattutto le testimonianze a favore di Vittorio Emanuele. Come quella resa nell'udienza del 14 novembre del 1991 da Jean-Paul de Rocca Serra. Sindaco di Porto Vecchio, presidente dell'Assemblea della Corsica e senatore della Repubblica, Rocca Serra era l'uomo più potente dell'isola. Disse ai giudici: «Io apprezzo la cortesia e la gentilezza del principe del quale mi onoro di essere amico. E' un uomo d'onore: se avesse avuto una responsabilità, l'avrebbe sicuramente detto». Come dire: dice la verità perché è un mio amico... Come resta difficile da capire la perizia psichiatrica del dottor Laroche di Nizza: «La personalità del principe è segnata da una forte immaturità affettiva». E ancora: «E' un uomo di una fragilità estrema».
Il 18 novembre 1991, la sentenza: innocente. Se allora non era stato Vittorio Emanuele a ferire Dirk Hamer, sicuramente fu qualcun altro. L'inchiesta per accertarlo non è mai stata aperta.