«La lingua e la cultura basca segni della nostra identità»

SAN SEBASTIAN.Arriva con puntualità svizzera, Joseba Alvarez, all'appuntamento fissato da qualche giorno al boulevard per antonomasia di Donostia - San Sebastin, un viale quasi sul lungomare, brulicante di folla. Benessere palpabile, questa è la zona a più alto reddito di tutta la Spagna. Alvarez è il numero due di Batasuna, il partito socialista indipendentista del Pa¯s Vasco (la Terra dei Baschi). Batasuna, parola basca che significa 'unione", è l'ala politica dell'Eta. Da qualche anno si ritrova di nuovo fuori dalla legalità in seguito a un decreto del governo Aznar non ancora abolito dall'esecutivo di Zapatero
In questo declino d'estate che somiglia ad un autunno precoce - temperatura minima di 15, massima di 22 gradi - il Pais Vasco appare più che mai come la Svizzera della Spagna, a parte la prosperità economica evidente: affacciata sull'oceano Atlantico, la natura le regala un verde perenne. Qui l'erba è perpetuamente fresca e non conosce alcuna tonalità di giallo, neppure quelle più tenui. Sono settimane d'attesa, per Batasuna. Le trattative con Madrid, ormai a buon punto, si sono arenate di colpo, con l'emergenza degli sbarchi dei clandestini africani nelle isole Baleari, un imprevisto che da quindici giorni sta mettendo a durissima prova la tolleranza e la capacità di mediazione del nuovo capo del governo di Madrid.
Joseba Alvarez ne discorre con serenità, pacatamente come tutti gli ottimisti che privilegiano il dialogo rispetto alla lotta armata. E parla dello stato attuale delle cose nella sua terra, a partire dalla controversia con l'Unione europea in materia fiscale. «Strasburgo dice che la politica fiscale è competenza degli Stati, mentre da noi esiste la doppia fiscalità riconosciuta finora dallo Stato spagnolo: quella del Governo basco e quella di Madrid. Al contrario, l'Unione europea sostiene: questo non può essere».
- E voi che cosa rispondete?
«Che la decisione deve appartenere esclusivamente al popolo basco. Da noi c'è chi si sente soltanto basco, chi si sente solo spagnolo e chi si sente di essere insieme basco e spagnolo. Noi indipendentisti socialisti baschi, come Batasuna, innanzi tutto lottiamo per non scomparire come popolo».
- Che significa?
«Siamo il popolo più antico di Europa, a maggior ragione non vogliamo scomparire. Il problema vero non è tanto quello di non essere uno Stato ma quello di continuare ad esistere come popolo».
- Come pensate di realizzare questo diritto?
«La miglior maniera per non scomparire è diventare uno Stato. Noi non possiamo e non vogliamo imporre nulla, ma ci rendiamo perfettamente conto che neoliberalismo, globalizzazione e disarticolazione dell'economia rappresentano un grave pericolo per tutti noi. La soluzione è l'indipendenza. A questo si arriva con il diritto di decidere. Depositari di questo diritto debbono essere i baschi».
- In pratica questo vuol dire referendum?
«La società basca decide e quello che decide la società basca si rispetta. Si, ci vuole un referendum. Abbiamo vari casi, nel mondo, di cui uno recente: il Montenegro. L'Unione europea disse: se il 55 per cento dei montenegrini in situazioni di pace vota a favore, il Montenegro ha diritto all'indipendenza. Un altro esempio, più lontano, è quello del Quebec, in Canada. Li però ci sono voluti due referendum. In due parole si potrebbe dire: perché Malta si e noi no»?
- Una volta indipendenti, in che cosa consisterà la vostra nuova condizione?
«Non innalzeremo alcun muro. Già l'indipendenza economica non esiste, nel mondo. Esiste semmai un'interdipendenza. Ma dentro casa nostra vogliamo decidere solo noi. Se altri hanno questo diritto, perché lo stesso diritto non deve essere riconosciuto al Pais Vasco?».
- Voi qualche settimana fa avete fatto risentire pubblicamente la vostra voce proprio qui a Donostia, con una conferenza stampa di sollecito al governo di Madrid. Quale spazio vi hanno dato i giornali e le tv?
«Sono venuti tutti alla maniera dei buitres, gli avvoltoi. Gurturzos, come dite voi in Sardegna. Muchos gurturzos. Lo spazio non è mancato, sicuramente. Ora aspettiamo che il governo Zapatero riprenda a trattare con noi».
- Avete anche vostri organi di stampa?
«Si, abbiamo un quotidiano bilingue in castigliano e in basco ('Garà), un altro tutto in basco ('Berrià) e due periodici».
- Veniamo alla questione della lingua. Per le strade di Bilbao, di Santillana del Mar, di Santander e di altre cittadine, come del resto anche qui a Donostia, si sente poca gente parlare in basco. Come mai?
«Il discorso sarebbe lungo, dunque mi limiterò all'essenziale. Per noi non conta tanto il numero dei parlanti quanto il loro tipo. La lingua basca è stata perseguitata, in Spagna come in Francia. Anzi la Francia è l'unico Stato d'Europa che non ha firmato la Carta delle lingue. Dopo trent'anni di persecuzione, alla fine della dittatura franchista qui da noi parlava il basco solo il venti per cento della popolazione, anziani in gran parte».
- Oggi, invece?
«Gli anziani di allora sono morti tutti, oggi oltre il trenta per cento dei baschi conosce bene la nostra lingua. Intendo dire che la parla correttamente, ne ha quel che si definisce una competenza attiva. Poi ci sono gli altri, quelli di competenza passiva: la capiscono bene ma non sono in grado di parlarla correttamente. Però la novità vera è un'altra».
- Quale?
«Il dieci per cento dei parlanti basco è costituito dalla fascia giovanile della nostra popolazione. Oggi gli unici bilingui siamo noi baschi, in Spagna come in Francia. Ogni basco, oltre alla propria lingua, conosce bene anche il castigliano o il francese. Gli unici monolingui sono proprio spagnoli e francesi».
- Quale importanza assegnate alla questione della lingua, voi di Batasuna?
«Debbo premettere che i nostri parlanti di oggi sono ben alfabetizzati e preparati. Il nazionalismo storico basco era rappresentato dalla democrazia cristiana, erano tutti cattolici. Non solo, ma c'era un che di razzista nel riconoscimento dell'appartenenza. Un esempio: per essere considerati baschi a tutti gli effetti occorreva avere il nome basco».
- Con voi che cosa è cambiato?
«Quando sorse l'Eta, nel 1959, anche per influenza dei movimenti di liberazione in Algeria e Vietnam, assunse subito una connotazione socialista. L'Eta mise la lingua e la cultura basca al primo posto tra i segni primari dell'identità. Parafrasando un nostro poeta noi diciamo: la lingua è il corpo, la terra è l'anima. Non esiste l'uno senza l'altra».
- Cosa può dire della presenza della lingua basca nelle vostre scuole oggi?
«Abbiamo tre modelli linguistici. Il primo è quello spagnolo, con il basco come seconda lingua. Il secondo è perfettamente bilingue, cinquanta per cento spagnolo e cinquanta per cento basco. Il terzo è tutto basco, con il castigliano come seconda lingua. I genitori dei ragazzi hanno piena libertà di scelta».
- Come scelgono?
«Negli ultimi vent'anni il primo modello è sempre meno preferito. Nei prossimi cinque anni scomparirà del tutto. Il modello bilingue risulta stabile, mentre quello basco viene scelto sempre di più. Certo, il bilinguismo fornisce maggiori possibilità. Ma occorre sapere il basco, gli insegnanti che non lo conoscono possono insegnare soltanto il castigliano».
Che cosa ne pensa, presidente Soru?