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Il calcio sassarese è salvo Sfida al declino della città


 SASSARI. Per stanare un imprenditore che a prezzo di saldi, 50.000 euro o poco più, salvasse la Torres da morte sicura c’è voluto anche l’impegno di un sindaco che non ci stava a passare alla storia per quello che aveva dovuto ammainare la bandiera sportiva: «Ma sarebbe stato molto più semplice un rimpasto di giunta» commenta stremato Gianfranco Ganau, dopo aver visto la Torres uscire dal tunnel. Sassari, 130.000 abitanti, città nobile e decaduta, il vanto di aver dato i natali al fior fiore della politica italiana del dopoguerra, negli ultimi anni ha perso tutto o quasi. Cagliari e Olbia le hanno strappato la leadership economica, le statistiche segnalano ancora 1.500 posti di lavoro persi in una crisi che sembra senza fine. Soldi pochi, preoccupazioni tante, ci mancava solo la morte del pallone. Il salvatore è arrivato, si chiama Antonio Mascia, ma la certezza si è avuta due ore prima della scadenza dei termini. Uscita dal calcio professionistico l’8 luglio, la Torres è rientrata dalla finestra 11 giorni dopo: partita con discorsi di Serie A, ha perso la B sul campo e la C1 per colpa dei debiti; giocherà comunque in C2, dopo aver rischiato seriamente di sfidare il Latte Dolce in un inglorioso derby in Eccellenza.
 L’era Tusacciu. «Volete la Serie B? Allora me ne vado. Perchè io voglio la Serie A». Reduce da una salvezza sancita dal Consiglio di Stato, il popolo rossoblù agli inizi di settembre acclama in Piazza d’Italia l’uomo della Provvidenza. Edoardo Tusacciu, gallurese, ha fatto fortuna con un giochino magnetico venduto in tutto il mondo. Dovrebbe portare quelle forze fresche che Rinaldo Carta, numero uno da 6 anni, chiede da tempo. Tusacciu si prende il 51 per cento delle azioni, vuole lo stadio per gestirlo all’inglese, chiede 10.000 persone alle partite. La squadra parte a fari spenti guidata da Antonello Cuccureddu, 5 scudetti con la Juventus da giocatore, vecchia volpe dei campionati di serie C e B da allenatore.
 La guerra. Tra Carta e Tusacciu non è amore. C’è chi dice che un grosso affare che volevano avviare assieme sia sfumato, c’è chi dice che il problema sono i conti. La realtà è una sola: entrambi si tirano fuori. Carta anche formalmente, Tusacciu di fatto, adducendo un bilancio a suo dire taroccato: un buco di 3,5 milioni di euro che ai suoi commercialisti all’inizio non avrebbero rilevato. Dalle parole si va in tribunale, la squadra rischia di non concludere il campionato.
 L’àncora di salvezza. Il vicepresidente Piero Mele. Imprenditore nel campo delle automobili, esponente di una famiglia alla quale lo sport sassarese dovrà fare un monumento (il fratello Luciano è presidente della Dinamo basket che gioca in A2), si fa carico dell’ordinaria amministrazione. Non esattamente noccioline: centomila euro al mese che lo costringono spesso e volentieri ad aprire il portafogli. In gennaio Edoardo Tusacciu si dimette dalla presidenza, nessuno lo vedrà più. Si farà sentire lui e non certo per fare complimenti.
 Le vittorie. In mezzo a tutto questo bailamme, incredibilmente, la squadra vince e fa sognare a dimostrazione che lo sport non è una scienza esatta. La Torres si permette anche il lusso di dare una memorabile lezione di calcio al Napoli, punta ai playoff. C’è profumo di Serie B, un campionato che Sassari non ha mai visto. E questo convince i dirigenti a tenere duro, anche perché le prospettive economiche sarebbero diverse.
 La resa dei conti. In maggio viene lanciato l’azionariato popolare nell’estremo tentativo di trovare nuovi fondi: ogni azione costa 285 euro, si può pagare anche a rate. Un call-center tempesta i sassaresi di telefonate, la città è tappezzata di manifesti, le tv locali trasmettono una campagna pubblicitaria martellante. La risposta è tiepida, le azioni le acquistano solo i tifosi e alla fine in cassa entrano 250.000 euro. Gli imprenditori, a parte qualche eccezione, latitano e i normali cittadini pensano a chiudere il mese senza spese aggiuntive: bamboli non c’è una lira, ognuno per sè e Dio per tutti. Ormai siamo al paradosso e per la Torres la promozione significa salvezza.
Calciopoli. Non piove mai, diluvia. Nelle intercettazioni che stravolgono il mondo del calcio compare anche la Torres per una telefonata dell’allora ministro Pisanu a Moggi. In più, il nome di Cuccureddu viene associato falsamente alla Gea. Ormai è un frullatore rossoblù.
Addio Serie B. Il sogno si spegne in semifinale col Grosseto. Persa 1-0 in trasferta l’andata, basterebbe vincere il ritorno con lo stesso risultato. Ma gli dei del pallone decidono diversamente: Alessandro Frau colpisce la traversa, Romano Tozzi Borsoi si fa parare un calcio di rigore. Fino a quel momento non aveva mai sbagliato dal dischetto, è la legge di Murphy: se una cosa può andar male, stai pur certo che lo farà.
Luglio bollente. Il 3 il cda non ricapitalizza, servono 3,5 milioni di euro entro l’8. Ovviamente nessuno li tira fuori e la Covisoc non iscrive la Torres alla C1. Resta il Lodo Petrucci, la possibilità di ripartire dalla C2 costituendo ex novo una società “ceritificata” dal sindaco. Già, ma chi mette i soldi visto che il regolamento esclude tutti gli uscenti e i loro parenti fino alla quarta generazione? La scadenza è il 19 e si avvicina in un silenzio tragico, eppure basterebbe una fidejussione di 50.000 euro. Poi spuntano alcuni strani personaggi lombardi, che si presenta il 13 luglio vestiti come per una gita al mare: «Signor sindaco, domani costituiamo la società e mandiamo il fax». A Palazzo Ducale lo stanno ancora aspettando. È un thriller, non c’è l’assassino ma il supereroe di turno che salva la Torres sull’orlo del baratro: Antonio Mascia esce allo scoperto il 18, il giorno dopo alle 9 chiude l’accordo, alle 13 ci ripensa e non sale sull’aereo per Roma. Prende l’ultimo, alle 20, con gli uffici della Figc che restano aperti solo per lui. Alle 22 fa il suo ingresso in via Allegri e salva la Torres. Migliaia di cuori rossoblù riprendono a battere, Sassari assieme alla squadra di calcio salva anche la dignità.
- Roberto Sanna