I sette eroi dell'Onda

PORTO TORRES. «Nell'affondamento dell'Onda è morto mio padre Salvatore Fois e non mio zio Vincenzo e il fatto è accaduto il 6 e non il 30 maggio». Cosi Nino Fois, che ringrazia pubblicamente il sindaco per l'intenzione di dedicare una piazza (La Renaredda) alle sette vittime rimaste imprigionate nelle lamiere del peschereccio affondato da un sottomarino inglese.
Ma Nino Fois vuole anche ripristinare una verità storica che lo ha coinvolto direttamente. Gli errori, spiega, sono dovuti all'età avanzata del testimone che venne contattato dagli estensori del libro sulla storia di Porto Torres, edito nel 1993 a cura del Comune. «Quindici giorni prima dell'affondamento - racconta Nino Fois - arrivando dal mare mi raccontò che mentre stavano pescando, avevano incocciato un sottomarino. E che tutto l'equipaggio era andato ad accendere un cero a San Gavino».
Fra gli uomini dell'equipaggio ci fu una sorta di ammutinamento e in quei giorni l'Onda non usci dal porto mai alla stessa ora. «Il sottomarino - spiega ancora Nino Fois - era stato avvistato anche da altri pescherecci e tutti sapevano del rischio che si correva a uscire in mare». Il 3 maggio, Salvatore Fois era tornato a casa di pessimo umore: la mattina l'armatore aveva chiesto chi voleva essere sbarcato, ottenendo una risposta ovvia. A quel punto, ai marinai era stato spiegato che essendo 'mobilitati civili" avrebbero dovuto affrontare la corte marziale.
«I nostri non dovranno essere figli di padri fucilati alla schiena - disse uno dei marinai - ma figli di padri che lavoravano con onore». La decisione era stata presa. La sera del 5 maggio Salvatore Fois disse alla moglie: «Ci siamo invocati a San Gavino. Solo lui può fare qualcosa».
La mattina del 6 maggio si sentirono le cannonate. La vedetta sulla Torre Aragonese lancio l'allarme, senza essere ascoltato, e siccome insisteva si beccò cinque giorni di consegna. Il Mas arrivò dalla base di Cala Reale quattro ore dopo l'attacco e recuperò vivi solo i fuochisti Sanna ed Esposito.