La morte misteriosa del baritono

Cinquant'anni fa, il 25 aprile 1956, a Dublino moriva il baritono Antonio Manca Serra. Era stato scritturato per il Festival of Italian Opera al Gaiety Theatre. La sua morte fu un giallo, perché una morte improvvisa - unu corpu! - fa piroettare la fantasia. Chi diceva infarto e chi avvelenato per gelosia da qualche cantante che non sapeva neppure aprire bocca. Chi ictus, chi peritonite, chi mal di stomaco e chi addirittura indigestione. La vita gli sfuggi che aveva trentatré anni, arrivando la stagione del raccolto, dopo aver ben seminato. La notizia fu battuta dalle agenzie di stampa, La nuova Sardegna la pubblicò in prima pagina. Emilio 'Ninni" Carta, allora giovane giornalista dell'Ansa, la comunicò al padre, che cercò di dare una risposta ai molti interrogativi estemporanei. Tormentato da un raffreddore, Tonino temeva per la voce, aveva paura di non farcela a cantare. Si fece visitare da un medico, il quale per tranquillizzarlo gli prescrisse un'iniezione di penicillina, allora largamente usata, toccasana per tutte le malattie. Non sapeva di essere allergico alla penicillina. E proprio l'antibiotico gli sarebbe stato fatale: shock anafilattico.
Diverse le conclusioni della fidanzata del cantante. Per lei, nella morte del suo Tonino c'erano delle falle, a cominciare dall'autopsia, che diceva poco e nulla. Si era trattato di un infarto fulminante. Arrivato in albergo, Tonino depose le valigie nella stanza. Senza neppure aprirle, si diede una veloce rinfrescata, quindi di corsa in teatro per le prove. E in teatro mori, durante le prove. Per evitare la sospensione o ritardo della stagione lirica, fu deciso di trasportarlo in albergo, seduto su d'una sedia, in modo da farlo sembrare vivo. Una messinscena senz'altro cinica per evitare perdite di denaro.
Antonio Manca apri gli occhi a Cagliari, il 16 gennaio 1923. Il padre lo registrò all'anagrafe con i nomi di Antonio Giuseppe Ricardo (con una c). Stessi nomi e grafia anche al fonte battesimale. Quando la madre mori, aveva poco più di dieci anni. Al cognome paterno aggiunse quello materno, formando il nome d'arte di Antonio Manca Serra. S'iscrisse al Conservatorio Statale di Musica «Pierluigi da Palestrina» di Cagliari. «Voce di tenore» sentenziò all'esame di ammissione, Renato Fasano, direttore del Conservatorio. Di diverso avviso gli altri insegnanti della commissione. Frequentò le scuole di canto di Laura Pasini e Maria Capuana: due grandissime cantanti e straordinarie insegnanti.
Consegui il diploma nel 1945, con il massimo dei voti. Prodromo di promesse, vincendo una borsa di studio, frequentò il «Corso di perfezionamento di Canto del Teatro dell'Opera di Roma». Debuttò nel 1947, al Teatro Mancinelli di Orvieto, nell'opera Il Trovatore, di Giuseppe Verdi.
Forte di un laboratorio di canto serissimo, capace di proporre parti che spaziavano dal Settecento al Novecento, si avviò in un itinerario di successi, lungo la strada del nomadismo artistico, di teatro in teatro. Nel suo desiderio di girare, ha cantato dappertutto, anche nei teatri dell'estrema periferia. Quei teatri che per i cantanti costituivano una formidabile palestra, dove s'imparava il mestiere, si affinavano le tecniche, si sentiva e si ascoltava il respiro degli spettatori. In partenza per Dublino, ricevette i telegrammi per cantare al Teatro alla Scala di Milano e al Metropolitan di New York. Una carriera affrontata con concretezza e portata avanti in maniera splendida. Una carriera breve, ma da protagonista. Quando mori era solo agli inizi, chissà quanto avrebbe ancora potuto dare. In neppure dieci anni ha mostrato voce, scuola e tecnica. Ha mostrato gusto, musicalità, intensità d'interpretazione, espressione ed emozione, talento. Ha inciso diversi dischi, riproposti in questi ultimi anni in CD, ad eccezione dell'Aida e dei brani dalla Favorita registrati a Londra: Otello e Il Trovatore di Verdi, Fidelio di Beethoven, Andrea Chénier di Giordano, Samson et Dalila di Saint Saëns, Famous Italian Baritones Of The Past. Riposa a Cagliari, nel cimitero di Bonaria. Sulla tomba non mancano mai fiori freschi.
Adriano Vargiu