I Taviani e «Padre padrone»: sapevamo che dopo 20 anni ai sardi sarebbe piaciuto


«PaoloVittorio, come devo farla questa scena?». Marcello Mastroianni, sul set di «Allonsanfan», si rivolgeva ai fratelli Taviani senza distinguerli, volutamente. Per scherzo o per paura di interpellare il Taviani sbagliato, cioè colui che, in quel momento, aveva la responsabilità delle riprese. Lo ha ricordato Paolo Taviani, durante un incontro con il pubblico del cinema Odissea a Cagliari. Il caso ha voluto che quasi nelle stesse ore, Gavino Ledda, l'autore del libro «Padre Padrone» dal quale i registi hanno tratto uno dei loro film più famosi, fosse al centro di un'intimidazione.
Invitati a parlare dei loro film nell'ambito di una retrospettiva organizzata dall'Istituto di bibliografia musicale e dall'Università, i registi di San Miniato - 76 anni Vittorio, 74 Paolo - non possono fare a meno di spiegare, anche attraverso un aneddoto, il mistero di quest'empatia che si trascina, senza alcun ripensamento, dal 1967 di «Sovversivi» al 2004 di «Luisa Sanfelice». Nelle parole di Paolo, l'empatia resta un mistero, magari condiviso con altre coppie celebri. «Abbiamo incontrato a Roma, recentemente, i fratelli Coen e, automaticamente, ci siamo scambiati lo stesso interrogativo: 'come fate a stare insieme?". Sarebbe interessante rivolgere la stessa domanda ad una altra celebre coppia, i Dardenne, belgi, o magari agli inventori del cinematografo, i Lumiere. In realtà, anche se non è possibile spiegare razionalmente questo rapporto, il cinema è sempre stato creazione collettiva: assomiglia ad una cattedrale, diceva Bergman, costruita da centinaia di maestranze e di tecnici».
«E' invece possibile - prosegue Paolo - raccontare il nostro metodo di lavoro: ripassiamo i diversi spunti che possono venire ad entrambi, le storie, le letture, le immagini; le confrontiamo, decidiamo che si può ricavare un film, poi cominciamo a scrivere. Rileggiamo, cancelliamo, fino a creare una sorta di sceneggiatura d'acciaio, con pochi imprevisti, che pure non mancano, per le riprese. Infine decidiamo il piano di lavorazione, stabilendo in anticipo quali 'ciak" dirigerà Paolo e quali Vittorio. E ci imponiamo di non interferire mai, nonché di avvertire tecnici e attori di non sbagliare interlocutore. Poi, però, il risultato è quello di un'opera unitaria, come se davvero ci fosse una sorta di telepatia tra noi: Paolo sa ciò che farà Vittorio e viceversa». In questa dichiarazione è racchiuso uno dei segreti del cinema dei fratelli Taviani: la condivisione di un'esperienza poetica e soprattutto percettiva, magari davvero telepatica, o più semplicemente memoriale.
«Dopo aver visto 'Paisà" di Rossellini - dichiara sempre Paolo - abbiamo scoperto la grandezza del cinema e la realtà italiana, e queste due scoperte hanno travolto ogni nostra formazione precedente, almeno in apparenza». «Ci siamo dimenticati della letteratura, del teatro, della musica - aggiunge Vittorio - ma progressivamente questa nostra formazione veniva sempre fuori, come se accanto all'esigenza di rappresentare la realtà sociale filtrata dal nostro appartenere alla sinistra comunista, ci fosse sempre il retaggio della spettacolo. Cosi era inutile cercare di dimenticarlo; veniva fuori da solo: la grande letteratura dell'Ottocento, i duelli del Trovatore, la musica di Verdi. E anche per questo che la musica dei nostri film è una vera drammaturgia: le filastrocche di 'San Michele aveva un gallo", l'uva fornarina di 'Allonsanfan" cantata da Laura Betti, il Pipistrello di Strauss, attrazione fatale per Gavino in 'Padre padrone", sono gli esempi più facili. E poi, se si pensa all'orizzontalità delle nostre riprese, perché non vederci il richiamo al teatro? Un teatro riambientato nei paesaggi naturali, luoghi di rappresentazione che aboliscono la distanza tra realtà e finzione. Ci piacciono la Sicilia e la Sardegna perchè sono anche degli straordinari spazi rappresentativi».
L'accenno alla Sardegna, automaticamente, ci obbliga a ricordare le polemiche seguite a 'Padre Padrone", che pure anche nell'isola, ebbe un grande successo di pubblico. «Noi, all'epoca - racconta Vittorio - abbiamo sempre declinato l'invito ad intervenire sulla stampa isolana. Pensavamo che 'Padre padrone" era stato girato in un momento particolare: in Sardegna si discuteva molto, a livello intellettuale, sulla lingua e l'identità sarda, e certo il nostro film non voleva e non poteva occuparsi di queste problematiche. Però, attraverso la storia di Gavino, abbiamo portato la Sardegna in tutto il mondo e, dappertutto, nei dibattiti che seguivano la proiezione, gli spettatori dicevano che la storia di Gavino era l'emblema della solitudine dell'uomo, e non solo del pastore sardo».
E poiché lo stesso Vittorio precisa che, all'epoca, pensò che sarebbero occorsi circa vent'anni per normalizzare la visione sarda di «Padre padrone», entrambi i registi - che hanno visto «Ballo a tre passi» di Salvatore Mereu - sorridono quando ricordiamo che il regista dorgalese ha omaggiato apertamente il loro film sia nel primo cortometraggio, «Prima della fucilazione», che nel lungometraggio che ha vinto numerosi premi nei festival di tutto il mondo.
«Padre Padrone» è ovviamente una sorta di spartiacque per la carriera dei Taviani, e dunque amatissimo. E' il loro film di maggior successo, ma curiosamente nato per caso, dalla suggestione di un romanzo, e poi girato in 16 mm per la Rai, che allora era la sponda produttiva di molti autori italiani. «Doveva andare in onda in seconda serata, su Raidue - racconta Vittorio - senza passare per le sale. Ma i delegati del festival di Cannes chiesero di presentarlo in concorso. Noi eravamo perplessi, ma ovviamente la Rai non poteva farsi scappare un'occasione simile. Poi piacque al presidente della giuria, il nostro maestro Rossellini, e cominciò il viaggio nelle sale di tutto il mondo».
«Poiché il film è tratto da un romanzo - prosegue Vittorio - ogni tanto qualcuno ci chiede se c'è un rapporto unitario tra i nostri autori più 'usati": Tolstoj, Goethe, Pirandello o, appunto, Gavino Ledda. Direi di no, anzi lo escludo. I romanzieri, per noi, sono dei soggettisti ai quali chiediamo delle storie, dei personaggi, delle situazioni. Ci innamoriamo di alcune pagine o dell'intero romanzo, lo facciamo nostro, lo riportiamo ad una realtà filmabile. Queste suggestioni finiscono per venire fuori nel momento in cui scriviamo la sceneggiatura, assieme a tutte le altre che abbiamo elaborato fuori dai romanzi».
«Piuttosto 'Padre padrone" - dice Vittorio - è stato il punto d'inizio di una nostra consapevole conversione verso la popolarità del cinema. Avevamo già girato 'San Michele aveva un gallo" per la Rai, ma allora si era ancora in una fase di grande sperimentazione linguistica. Invece il successo del film tratto da Gavino Ledda ci ha portato a semplificare la comunicazione. E certo un problema, anche sofferto: quando abbiamo girato, da Tolstoj, 'Resurrezione", che noi consideriamo un vero film, abbiamo sicuramente pensato al rischio della popolarizzazione. Ma, d'altro canto, il problema è lo stesso che affrontavano i romanzieri dell'Ottocento quando scrivevano 'a puntate" per i giornali popolari. Dovevano ricorrere a tutti i 'topoi" del gusto popolare: avventura, amore, tradimenti, delazioni, per poter incontrare il pubblico. Cosi abbiamo rischiato, ed è stata una grande soddisfazione il poter raccontare senza limiti di tempo, senza l'ossessione del 'tagliare" che angoscia tutti i registi quando devono confezionare un film per le sale di un'ora e mezza o due».
«In ogni caso - conclude Paolo - non ci siamo dimenticati che il cinema è rischio, sperimentazione, ricerca. Nonostante l'ovvio pessimismo per la vergognosa situazione culturale dell'Italia, crediamo molto nei giovani registi: Sorrentino, Muzzi, e il vostro Mereu».

Gianni Olla