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L’assessore non ha dubbi: «Avremo la pillola abortiva»


 CAGLIARI. La Regione è pronta ad autorizzare l’uso della pillola abortiva. Vale da oggi perché finora nessuna struttura ospedaliera pubblica o convenzionata l’ha richiesto. E non deve sembrare strano: in Italia e quindi in Sardegna pochi avevano colto le opportunità della legge 197.
 La pillola Ru486 non viene prodotta in Italia e non è rintracciabile sul mercato farmalogico nostrano ma può entrare in Sardegna attraverso due leggi. Una, come è noto, è la 194 che autorizza l’interruzione volontaria di gravidanza per ragioni sociali e sanitarie, su richiesta della donna e dopo valutazione da parte di un medico, il quale, ovviamente, non deve essere obbiettore di coscienza. La seconda è la 197 che autorizza le Asl a comprare all’estero i farmaci non commercializzati in Italia, ma in circolazione ufficiale e approvata negli altri paesi dell’Unione Europea. La pillola abortiva è usata in vari stati europei da circa dieci anni e, si badi, non in via sperimentale: si usa come tecnica alternativa all’intervento chirurgico ed è considerata una metodica non cruenta, che comporta minori rischi per la salute fisica e psicologica della donna e che espone meno gli operatori sanitari all’impatto emotivo provocato da un’interruzione di gravidanza a volte anche in chi la esegue. La novità esplosa con la polemica seguita alla richiesta di sperimentazione dell’ospedale Sant’Anna di Torino, nella realtà, non è la pillola in sé, ma la scoperta di una possibilità sepolta nella legge 197: la pillola non circola in Italia ma le Asl la possono comprare. La lettura attenta della legge 197, seguita al caso Piemonte, ha messo le regioni nella condizione di studiare la norma e prepararsi a rispondere alle richieste delle strutture e dei cittadini. Perché di questo si tratta, come spiega l’assessore regionale alla sanità, Nerina Dirindin: «La Regione Sardegna, come sempre ha fatto, rispetterà le leggi che, in questo caso, sono la 194 e la 197. Al momento non mi risulta che le strutture abbiano presentato richiesta di acquistare la pillola e di utilizzarla nei reparti, se gli operatori ce lo chiederanno, risponderemo nell’unico modo possibile: con l’applicazione delle leggi». Va chiarito un aspetto: le regioni non devono promuovere l’ingresso della pillola nei reparti di ginecologia e ostetricia, il loro compito è autorizzare le variazioni all’organizzazione delle strutture che si rendesse necessaria. La spesa non è in discussione: «Perché non si tratta di aggiungere spese - spiega l’assessore - ma di spendere per una tecnica anziché per un altra». E qui si arriva a un tasto molto delicato, battuto con forza polemica in questi giorni dal ministro della sanità Francesco Storace: non c’è una corsa delle regioni a moltiplicare gli aborti, non crescerà il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza, ma nei casi in cui verrà richiesto si adotterà una pratica al posto di un’altra. D’altronde, lo illustra lo stesso assessore, le leggi prevedono che le strutture chiedano, i comitati etici degli ospedali valutino e in seconda battuta le regioni autorizzino i passaggi amministrativi necessari. «In questi giorni - annuncia l’assessore Dirindin - faremo degli approfondimenti con i responsabili delle Asl ed eventualmente condivideremo con loro le soluzioni. Finora non è stato fatto perché credo che, qui come altrove, la pretestuosa polemica sorta per Torino, che non ha fatto bene, ha messo però in circolazione un’informazione sconosciuta alle donne e alla maggior parte degli operatori sanitari. E anche alle Regioni». L’assessore è d’accordo sul fatto che questa pillola non è e non potrebbe essere un incentivo ad abortire: «Per l’interruzione volontaria di gravidanza ci sono elementi da valutare in sede clinica e sociale e non è così facile da ottenere. Inoltre, debbo dire che i dati dimostrano come in Sardegna l’aborto non venga cercato con facilità. Indubbiamente i consultori negli anni Novanta hanno lavorato bene e ci sono tanti altri indicatori che confermano un fatto: qui non c’è la corsa da abortire. Per esempio - continua l’assessore - si fa un uso particolarmente elevato di contraccettivi orali ed è basso il numero di donne che dopo un’interruzione volontaria di gravidanza ne pratica un’altra. Il rallentamento che abbiamo notato nell’attività dei consultori in questi ultimissimi anni - sottolinea Dirindin - verrà recuperato. E poi si sta badando a dare sostegno alle donne che non cercano l’aborto, ma si trovano in difficoltà perché sofferenti mentali o perché disturbate da dipendenze di qualche tipo. Nel protocollo con i servizi per le tossicodipendenze, è stato previsto che venissero allestite strutture per accogliere madre e bambino...». Tornando alla pillola abortiva: sono molte le domande sollevate dal caso di un’Italia tanto isolata dal consesso scientifico internazionale da non sapere che la pillola Ru486 si usa da dieci anni e che la sperimentazione non doveva essere necessaria perché l’Organizzazione mondiale della sanità (si scopre adesso) s’era già espressa in favore di una metodica alternativa all’intervento chirurgico eseguito spesso a gravidanza più avanzata. I dubbi, quando ci sono farmaci in gioco, risultano sempre uguali: quali interessi sono stati protetti finora e quali altri, invece, non sono stati sufficientemente tutelati. Forse, come alla fine è sempre nelle questioni mediche, non si tratta di lanciarsi in una scelta di campo definitiva a favore di un metodo o dell’altro, ma di disporre del bagaglio di informazioni necessario per capire. Probabilmente la sperimentazione avviata a Torino e risultata non necessaria, poi, alla luce delle informazioni successive sulle possibilità già previste nelle leggi dello Stato, è servita da grimaldello per forzare un problema taciuto. Forse, finora, nessuno in Sardegna ha sollecitato questa pillola perché, come dice un operatore che chiede di restare anonimo «sapevamo che era tutto bloccato, che ci sarebbero state regioni pilota fra le quali la Sardegna no». C’è bisogno di riflettere sulla pillola Ru486. E, forse, una piccola traccia può arrivare da quel medico che un giorno spiegò a una ragazzina molto favorevole all’aborto: tu, mentre abortisci dormi, io, dall’altra parte della pinza, sono sveglio.
- Alessandra Sallemi