Un pezzo di Lodè sui campi della serie A


LODÈ. A calciare la palla c'erano buoni tutti aSu Remediu . E anche lui, quel piccoletto mezzosangue dalle gambe lunghe, Sergio Pellissier, cognome di chiare origini valdostane, non scherzava mica quando tirava dritto verso la solita serranda di un garage preso di mira dagli aspiranti bomber.
Succedeva, questo, durante le sfide appassionate contro quelli di Sa Tuppa Manna o di S'Iscala. Allora erano tempi di tornei estivi tra rioni di paese, di sana guerra dei bottoni tra pestiferi che tanto facevano imbestialire il proprietario dell'autorimessa sacrificata al calcio. «Se vi prendo... da quel pallone ve ne faccio due» minacciava l'uomo, dall'alto di una finestra, urlando in limba. Certo, mai e poi mai, vent'anni fa, nessuno a Lodè avrebbe pensato che in mezzo a quella combriccola di sognatori impazziti per Michel Platini e Paulo Roberto Falcao ci fosse uno 'straniero" d'occasione che al 67' di una domenica d'ottobre 2005, serie A, stadio Olimpico di Roma, avrebbe rifilato un bel gol alla Lazio di mister Delio Rossi. Eppure cosi ha fatto Sergio Pellissier, senza troppi pensieri, maglia numero 31, attaccante del Chievo Verona, la squadra delle mille e una favola.
Un metro e 76 d'altezza, 70 chili di peso, è dalla stagione 2002-2003 che gioca regolarmente con i colori gialloblu. Già nel 2000-2001, tuttavia, Pellissier aveva calcato l'erbetta del Bentegodi quando la corazzata della cittadina veneta militava ancora nel campionato di serie B. È da allora che la punta d'ariete ha preso casa all'ombra dell'Arena, tra i vicoli che furono di Giulietta e Romeo, lontano parecchi chilometri dalla sua amata Fénis, villaggio di montagna, a metà strada tra Aosta e Saint Vincent, poco più di duemila anime. Proprio come Lodè, il paese della madre di Pellissier, Pietrina Mele, classe 1944. «Lei lavorava in Svizzera - racconta oggi l'unico genito della donna - da quando aveva diciotto anni. Faceva la cameriera quando conobbe mio padre».
C'è una storia d'emigrazione, insomma, alle spalle del velocista che anche domenica scorsa ha segnato una rete preziosissima contro l'Empoli. È in quel peregrinare con la valigia, comune a tanti lodeini, che la futura mamma di Sergio ha incontrato Camillo Pellissier, pure lui classe 1944, titolare di una macelleria al dettaglio, originario di Nus, a nord-est rispetto a Fénis. Cosi per il piccoletto di famiglia, nato il 12 aprile 1979 nel capoluogo della regione ai confini con la Francia e la Repubblica Elvetica, i viaggi in Sardegna sono diventati un'abitudine. Prima di tutto per far visita annuale, durante le vacanze estive, ai parenti che sventolano la bandiera dei Quattro Mori. «Anche se a Lodè non ci sono stato mai per troppo tempo di fila - dice il numero 31 del Chievo - ricordo benissimo la casa di mia nonna». Come pure ricorda Pellissier una lunga serie di aneddoti legati comunque al pallone. Curiosità, per esempio, tipo quella delle partitelle a Su Remediu, dove lo 'straniero" di classe arrivava al fianco del suo inseparabile cugino Lucio, più grande di lui di dieci anni.
«Calcisticamente, tuttavia, sono cresciuto a Fénis - ironizza il 'continentale" dal dribbling facile - Sono rimasto nella squadra del mio paese fino a quando avevo undici anni». Poi è piovuta l'occasione della vita, offerta dalle giovanili del mitico Torino, la grande tra le grandi. E cosi, una volta in Piemonte, il passo per l'esordio in serie B non si è fatto attendere. Sergio Pelissier, il cartellino da professionista lo ha inaugurato al meglio, nel 1996-1997, con un gol messo a segno contro la Salernitana. Purtroppo, tuttavia, quel suo guizzo non bastò ai granata e la partita fu chiusa con un 2 a 1 a favore dei campani. Da allora di palle sotto rete ne sono passate parecchie. Il figlio di Pietrina Mele ha tenuto alte le quotazioni. Nel 1998 l'ha spuntata il Varese, per la C1, nel 2000-2001 la parentesi sulla panchina del Chievo, in prestito, di nuovo in serie B, poi dal gennaio 2001 in forze allo Spal, Ferrara.
E proprio a Ferrara, quando ormai la scheda del giovane attaccante riportava almeno venticinque colpi centrati e affondati, gli occhi di Sergio Pellissier hanno preso a brillare d'amore, per Michaela, anche lei figlia dei flussi migratori, padre romagnolo, madre con sangue spagnolo. Michaela: la ragazza sposata nel giugno 2004, davanti a un'intera comitiva partita da Lodè per la festa del matrimonio. Michaela: la ragazza che a Pellissier ha dato una bimba, Sofia, quattro mesi fa, il 15 giugno, quella bambina che il calciatore ha fatto vedere a tutti, domenica scorsa al Bentegodi. Firmato il gol, al 62', contro l'Empoli, il ballerino del Chievo si è tolto la maglia, infatti: sotto ce n'era un'altra, bianca, con la faccia di Sofia stampata in grande.
Diploma da geometra preso a Torino, iscritto all'Isef, sempre nella città di Superga («ho dato quattro esami e ho mollato - confessa - non riuscivo a conciliare lo studio con gli allenamenti»), Sergio Pellissier va avanti cosi, con il suo orgoglio di sempre, la sua semplicità di ragazzo di periferia, la sua serietà di operaio del calcio ligio al dovere. Talmente ligio che, nel dicembre 2004, nonostante le 'minacce" degli amici di Lodè, dovette 'suo malgrado" ficcar dentro la porta del Sant'Elia una pallonata micidiale che lasciò di stucco Katergiannakis. Allora, tuttavia, Gianfranco Zola & Company presero il sopravvento e travolsero gli ospiti con un chiaro 4 a 2. Altri tempi, per la squadra di Massimo Cellino. Non certo per lui, Pellissier, che invece è andato in crescendo, già da quando, nel 2002, era tornato nelle file dei gialloblu, dopo l'esperienza dello Spal.
Corteggiato anche dall'Inter, il valdostano con sangue sardo ha vissuto in prima persona la favola del Chievo guidato da Gigi Del Neri. «Nessuno si aspettava niente - dice oggi Sergio Pellisier - C'era da lavorare bene» si limita a dire come a volersi godere da solo il momento magico che ha fatto sognare mezza Italia e non solo Verona. Eppure di storie calcistiche da raccontare ne ha tante, lui che con i suoi, allora, ha fatto tremare i vertici della classifica di serie A. Ma forse il numero 31 preferisce aspettare la prossima estate, a quando cioè tornerà nella terra della madre, come ormai fa da sempre, per assaporare il sole di Posada e della Caletta. È qui che Pietrina Mele e Camillo Pellissier hanno preso casa per godersi la pensione e la fama del loro unico figlio che tira calci al pallone. Stavolta, poi, a Lodè e in Baronia tutta, il parentado del bomber aspetta con ansia la fine del campionato: non tanto per regalare all'attaccante il meritato riposo, quanto per abbracciare Michaela e soprattutto la piccola Sofia. Che come il padre avrà modo di girare tra le vecchie vie del paese, magari facendo tappa nei rioni di Su Remedio, di Sa Tuppa Manna e di S'Iscala.

Luciano Piras