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«Il trucco e l’anima», nuovo tassello di uno spettacolo infinito


 CAGLIARI. «Il trucco e l’anima» ovvero «studi per uno spettacolo in divenire» dell’ensemble Domus De Janas sabato al centro Akroama di Monserrato. Ennesimo tassello di uno spettacolo infinito, appunto in divenire, cominciato tanti anni fa da Pierfranco Zappareddu come una sorta di work in progress che attende ancora la sua forma definitiva. «Il Trucco e l’Anima» è frammentario. Un intreccio di stili che si fondono fra di loro in un wagneriano gioco di “sintesi delle arti”. Teatro. musica, danza, videoarte, performance, happening, fotografia. Uno spettacolo che investe gli spettatori con i suoi suoni aggressivi creati da Marco Rocca che fa vibrare i bassi delle casse colpendo lo stomaco e le orecchie: una musica percussiva, metallica, incessante. Il palco è pieno di schermi bianchi su cui scorrono le video installazioni di Raffaele Mandis che vagano fra colorati effetti optical o l’uso di fotografie che sembrano scattate da polizioti della scientifica sulla scena di un delitto. Su quegli stessi schermi scorrono poi le immagini video d’apertura di Giovanni Coda. La metafisica dei luoghi. Paludi, stradine di campagna, orizzonti larghi. Anime inquiete nella loro eleganza fuori tempo che ondeggiano, vagano rallentate per lo schermo, scalfite da un dolore che sembra disegnato negli occhi, quasi sempre sbarrati, di attori, danzatori, figuranti. Belle ragazze in decoltè in abiti attillati, bei ragazzi alti e patinati, con camicie aperte su petti muscolosi. Si sente la voce di un attore, che sembra rubata a un film degli anni cinquanta, un doppiatore alla Cigoli per intenderci. Racconta di storie d’amore senza pace, di sogni, parla della vita e della morte di malattie non curabili del corpo e dell’anima. Ondeggiare di passioni senza posa. Il video finisce dove comincia la serata teatrale. Due danzatori richiamati dalla voce stentorea del regista appaiono in scena. Una voce off che sembra quella di un imbonitore di una vecchia fiera di paese, o forse meglio quella di un giostraio che inviti i bambini a salire sui cavalli che ruotano. Non ci sono cavalli però, non c’è nessuna giostra, solo corpi che si avvinghiano. La coreografia ripropone sempre lo stesso movimento, il salire sensuale della danzatice sul danzatore con uno scatto, a mostrare i due corpi in una torsione che vorrebbe essere plastica. E’ l’immagine che torna più spesso nello spettacolo. Quella a cui il regista sembra più affezionato. Siamo ora nei territori della danza contemporanea a guardare in controluce si intravedono i riverberi del teatro danzato di Pina Baush. Ma lo spettacolo in fondo è tutto una citazione, siamo nei territori del manierismo ai confini con il kitsch nobilitato dalla tecnologia. Compaiono qua e là segni che rimandano al teatro di ricerca americano degli anni settanta. Richard Foreman, qualche spruzzatina di Bob Wilson. Ci sono elementi che ricordano il gusto decorativo di Carmelo Bene la sua consuetudine di usare i corpi delle attrici spesso bendate come elementi scenografici. C’è anche un bacchino gigante malato, che sbarra gli occhi in proscenio, una visione caravaggesca, che si muove come Frankestein però e poi mangia l’uva sputandola come Carmelo faceva nella sua memorabile “Salomé”. Intanto la voce del regista richiama gli attori alle loro figurazioni, la sua è una presenza alla Kantor autore culto per l’ultimo Zappareddu che gli dedica lo spettacolo unendolo nella dedica al ricordo di tanti artisti e intellettuali cagliaritani scomparsi negli ultimi anni. Una vasca da bagno invade la scena e qui il ricordo va a uno spettacolo di Susanne Linke. Tre corpi avvolti negli accappatoi si avvinghiano. Sigari in bocca, una lunga pipa che dovrebbe citare il finale di «C’era una volta in America» (Bob De Niro che sorride alla cinepresa fumando l’oppio). Siamo nei recinti di un erotismo senza filosofia e poesia, neanche per un secondo minacciato dalla oscenità. Non ci sono neanche George Bataille e Pasolini. Non basta la voce del regista che in diretta spiega quello che stiamo per vedere. Un tentativo di spiazzare che in realtà più che spiazzare consola. C’è il teatro ma non ci sono gli attori, c’è la danza ma non i danzatori. Nella sua disperata ricerca di un teatro che vuole stupire il regista forse si è dimenticato di citare se stesso.
- Enrico Pau