La madrina degli sciamani

Ha un sogno: 'raccogliere e tramandare, in modo indelebile, i riti del passato". Ed ecco i libri scritti da Dolores Turchi su 'Leggende e racconti popolari della Sardegna". Oppure 'Maschere, miti e feste della Sardegna". Altro titolo: 'Preghiere e scongiuri della tradizione popolare sarda", edizioni Iris. O, ancora più intrigante, 'Lo sciamanesimo in Sardegna". Sardi e sciamani. Perché 'la convivenza con la morte, i colloqui con le anime dei defunti, le capacità terapeutiche derivanti dal contatto con gli spiriti, sono sempre stati elementi molto vivi nella cultura popolare sarda". Da quando? «Dal periodo neolitico quando popolazioni asiatiche, durante le loro migrazioni, approdarono nell'Isola a ondate successive... Arrivarono genti minoico-micenee non certo estranee ai culti estatici e astrali. E tracce vivissime della presenza orientale sono oggi lo 'ziqqurat" di Monte d'Accoddi, le tombe rupestri del neolitico e le venerette di tipo anatolico ritrovate a corredo dei defunti. Ma sono soprattutto i miti, le credenze e i modi di dire che ancora vivono nella memoria collettiva delle vecchie generazioni a costituire il segno più prezioso di una sapienza dalle radici remote».
Oggi Dolores Turchi ha 70 anni e abita nella sua casa di via Calamida, ai piedi di Corràsi. È stata insegnante elementare, mamma e maestra di mille alunni, prima a Laconi, poi a Ovodda. A un concorso con 2500 concorrenti si classifica terza e prende cattedra a Nuoro, poi a Oliena, il paese dove è nata. Una famiglia originaria di Pisa. È il nonno Antonio (noto Dino) a sbarcare in Sardegna a fine ottocento, funzionario del Catasto. Sposa Peppina Pais di Seneghe, originaria di Bosa. Il padre, Pietro, è elettricista nell'azienda leader di quegli anni in Barbagia, la Guiso Gallisai di Nuoro. Pietro sposa Giuseppa Biscu, la mamma 93.enne di Dolores e di altre due figlie (Dina, anche lei maestra in pensione e Franca che insegna Storia e filosofia a Siena). Elementari tra Nuoro, Riola, e Oliena, è alunna di 'maestra Leonigia Carbonia, comprensiva e materna in un periodo in cui a scuola sembrava una legge esser severi". Le medie a Nuoro, con la preside Elena Melis 'competente, preparata, dava molto e molto esigeva". Il ginnaso al classico 'Giorgio Asproni", poi il diploma magistrale. Il primo lavoro alla Guiso Gallisai, nel 1959 insegnamento a Laconi ('quattro ore e mezzo di pullman per arrivarci"). È l'anno in cui sposa Loris Bellodi, ha due figli. Ha insegnato anche in un master di secondo livello all'università di Cagliari. Ma sempre, dai banchi di scuola ai giorni della pensione, la grande passione per le tradizioni popolari. Ama anche le rassegne moderne di folklore: da Sant'Efisio, alla Cavalcata sarda, al Redentore, Gonare e San Francesco di Lula. 'Questa è rimasta la festa più tradizionale, i pellegrini si fermano a S'Arvure come tanti anni fa, l'ospite è sempre sacro". E dopo san Francesco? 'Sa Nossata di Bitti, è la festa privata dei bittesi nelle campagne di Mamone. Ho avuto il privilegio di essere ospite di una famiglia. È la più bella delle feste di maggio".
Ma una scrittrice può essere conosciuta meglio - e in modo più autentico - dalla lettura delle loro opere. E qui proponiamo alcuni passi dagli articoli firmati da Dolores Turchi nella sua rivista semestrale di cultura 'Sardegna mediterranea" che tra pochi mesi raggiungerà il decimo anno di vita. La rivista si occupa di 'etnologia, storia, archeologia, tradizioni popolari, cinema, arte, ambiente". Ecco, in sintesi, il pensiero dalla maestra-antropologa.
Pregiudizi e levatrici -'Non è un caso che i sardi fossero considerati dagli spagnoli, che dominavano buona parte della Sardegna alla fine del XV secolo, come persone che 'estaven familiaritzats amb les metzines, avevano familiarità con le stregonerie". E cosi abbiamo 'le levatrici guardate con sospetto dalla Inquisizione spagnola in quanto molte di esse erano considerate esperte erbarie e quindi considerate anche fattucchiere". Non basta: 'Le levatrici conoscevano gli effetti della segale cornuta ed erano in grado di dosare la giusta quantità sia per lenire i dolori sia per affrettare le doglie della partoriente. Chi si adattava a fare la levatrice erano le donne sole, poverissime, prive di qualunque sostegno, in genere vedove che non avevano possibilità di sopravvivenza".
L'incubazione e Aristotele -'L'incubazione a scopo terapeutico era assai praticata in Sardegna a giudicare dai passi che si trovano nelle opere di alcuni scrittori classici e dai retaggi che di questa pratica sono giunti in varie maniere fino ai giorni nostri. Il primo a parlare di incubazione in Sardegna fu Aristotele, nel quarto libro della Fisica. Scrisse che in quest'isola vi erano degli eroi presso le cui tombe andavano a dormire coloro che volevano liberarsi dagli incubi. La notizia venne ripresa da Tertulliano con queste parole: Aristotele scrive che un certo eroe della Sardegna liberava dalle visioni coloro che andavano a domire nel suo tempio. Quali visioni? Le allucinazioni, le ossessioni, le manie, ma anche la possessione da spiriti maligni e le convulsioni epilettiche, ovvero i disturbi del sistema nervoso e i gravi traumi psichici". Esisteva anche un sorta di turismo incubatorio terapeutico perché, riferisce la Turchi citando il filosofo Filopono del XV secolo dopo Cristo, 'alcune persone afflitte da infermità se ne andavano lontano, presso le tombe degli eroi in Sardegna e qui si curavano".
Mangiare carne cruda -'Tra le prescrizioni sinodali sarde, il sinodo di Cagliari del 1695, proibisce il digiuno nei giorni della festa del fuoco di Sant'Antonio del 16 e 17 gennaio. Il divieto consisteva di astenersi dal mangiare vivande cotte, quindi anche carne cotta, e ciò conferma inequivocabilmente che ancora nel XVII secolo, durante questa festa, c'era gente che mangiava carne cruda. Nelle feste dionisiache infatti si mangiava la carne cruda, anzi si lacerava, perché era proibito l'uso del coltello. Questo per commemorare la morte di Dioniso che era stato sbranato dai Titani. Non è raro incontrare ancora oggi persone che in certe occasioni mangiano il fegato crudo del maiale".
Brigantaggio nell'800 -Dolores Turchi mette a raffronto due episodi di brigantaggio, uno in Sardegna l'altro in Grecia, a Maratona. Traduciamo dal quotidiano francese 'Le petit journal" del 20 agosto 1894: 'Cattura di due viaggiatori francesi da parte di briganti in Sardegna. Due francesi sono stati fermati i giorni scorsi dai briganti in Sardegna dove viaggiavano per i loro affari. Sono i signori Régis Pral e Paty, incaricati dell'acquisto di boschi da cui ricavarne legname la costruzione per la Casa Pral di Valenza. M. Paty aveva condotto nel suo viaggio la moglie e il figliolo. Erano partiti tutti e quattro a cavallo verso una foresta nei pressi di Aritzo dove dovevano acquistare dei noci. Una guida, della Pirisi, li accompagnava. Ma questa guida non era che un complice incaricato di favorire la cattura dei due commercianti e di condurli in un determinato luogo. Pirisi è il genero d'un bandito assai noto, Torracorte. Somma richiesta 15 mila lire. Il governo francese ha rimostrato energicamente con Roma presso il governo italiano". Ci fu il lieto fine. Poi il racconto dei briganti di Maratona con 'i banditi uccisi a Oroppo dalla truppe elleniche". Per saperne di più leggere il numero di ottobre del 2000 della rivista.
Le acque di Benetutti -'Dopo che il geografo Solino scrisse che in Sardegna si trovavano delle fonti prodigiose le cui acque erano capaci non solo di risanare gli ammalati e di consolidare le ossa fratturate, ma anche di smascherare i ladri e di accecare gli spergiuri, alcuni scrittori del passato si interessarono a queste fonti cercando di individuare il sito in cui potevano essere ubicate". La Turchi cita 'le acque di Benetutti" dove esistevano '101 fonti dalle quali scaturivano 101 tipi di acque diverse capaci di curare 101 mali". Poi quelle di Sardara (Sant'Anastasia), ovviamente quelle di Oliena e Orgosolo, ma anche quelle di Arqueri di Seui: 'Arqueri era un antro oracolare del tipo di quello di Trofonio a Lebedea che, come afferma Pausania, funzionava per mezzo di voci e di visioni. Ad Arqueri ci si recava per fare i patti col diavolo. Il suo nome anticamente doveva probabilmente suonare Oru Eri, ossia la divinità degli inferi, Ade, che i Greci chiamavano Orcos, il protettore dei giuramenti. D'altronde lo stesso termineòrchios ha il significato di testimone del giuramento".
La maschera di Samugheo -'Delle maschere di Samugheo, fatte rivivere alla fine degli anni'80, si è trovata la testimonianza più antica attraverso alcune composizioni poetiche del gesuita Bonaventura Licheri, datate 1772 e raccolte dal sacerdote Raimondo Bonu di Ortueri, infaticabile studioso al quale si devono varie opere sulla Sardegna. Queste maschere oggi dette Mamutzones erano allora chiamate Ossudos ed erano state notate il 20 gennaio per la festa di san Sebastiano perché in alcuni versi si dice: In su fogulone, brincand'inghiriados, cun peddes cumbinados sunt sos Ossudos, nel grande falò, saltando in cerchio, ci sono gli Ossudoc di pelli travestiti".
Su durdurinu -'Su durdurinu è un ballo che esclude totalmente la musica. I danzatori, mai più di tredici, si muovono al canto della sola voce che dà l'avvio alla danza. Quando la voce tace i ballerini continuano a danzare in silenzio, ormai sincronizzati, seguendo il rumore dei passi. Ne scaturisce pertanto un continuo alternarsi tra danza cantata e danza muta. Per il ballo comunitario c'era la piazza dove al posto de Su durdurinu si ballava su passu torrau che permetteva un maggiore allargamento del cerchio consentendo un ritmo più pacato. Viene spontaneo pensare che fossero proprio i balli di questo tipo quelli che un tempo si facevano entro le chiese".
L'eutanasia che fu -'Tutti sanno che s'accabbadora è una figura macabra dei secoli passati, generalmente una donna avanti negli anni, chiamata a por fine alla lunga agonia dei moribondi. Una forma di eutanasia posta in atto dai familiari, consenzienti per pietà, quando il proprio congiunto si dibatteva per giorni e giorni tra la vita e la morte, senza riuscire a effettuare il trapasso. L'intervento de s'accabbadora si rendeva necessario quando un individuo si macchiava di alcune colpe ritenute di estrema gravità: bruciare un giogo, spostare un termine di confine, rubare un alveare, uccidere un gatto. Questi sembravano essere i delitti più gravi che avrebbero portato a una lunga agonia durante il trapasso, causando grandi sofferenze al moribondo che non riusciva a esalare l'ultimo respiro. A Ottana, tra le motivazioni che prolungavano l'agonia, si parlò del grave peccato in cui incorreva chi bruciava uno scanno".
Sas tres Marias -'A Orgosolo sas tre Marias erano rappresentate da tre bambine non orfane che dovevano rispondere al nome di Maria. Il giorno in cui si celebrava un matrimonio, prima che il sole sorgesse, sas tre Marias si recavano a casa della sposa. Questa le accoglieva con grande rispetto e tutta la famiglia aveva verso di loro un riguardo particolare. Venivano fatte accomodare, invitate e infine si dava a ciascuna di esse un canestro contenente il pane degli sposi, la carne cruda e dei dolci. Nel ricevere tali doni ogni bambina ripeteva per tre volte la frase: Deus bo ahumpanzede e sas tres Marias, Dio vi accompagni e le tre Marie. Alttrettanto avveniva in casa dello sposo. Sembra di vedere in questa cerimonia il retaggio di un rituale precristiano. Con tutta probabilità esse erano il simbolo di una triade deputata in tempi lontani a presiedere o a consacrare l'unione degli sposi. Tre è un numero sacro e perfetto per ogni religione".
Leggende popolari -Nell'introduzione al libro 'Leggende e racconti popolari della Sardegna", (tutti i testi della Turchi sono pubblicati da Newton & Compton e diffusi da edizioni Della Torre), scrive: 'Con questa raccolta si vuole restituire al popolo, in particolare a quello dell'interno, i brandelli di una cultura in via d'estinzione. Raccoglierla e tramandarla era il modo migliore perché non rimanesse nel chiuso delle biblioteche, continuando a restare appannaggio di una ristretta élite di studiosi del folklore. D'altra parte, se oggi non è possibile continuare la tradizione orale, la si può ben surrogare con una cultura scritta che raccoglie e tramanda, in modo indelebile, i riti del passato".