Le spie fasciste in Sardegna


Tema a lungo trascurato dalla storiografia, lo studio delle polizie del fascismo può oggi avvalersi di un ricco contributo grazie al libro di Mauro Canali «Le spie del regime», pubblicato recentemente dal Mulino. L'autore vi ha condensato l'esito di una minuziosa ricerca sul funzionamento della macchina repressiva di Mussolini, realizzata sugli enormi archivi di polizia disponibili.
La polizia integralmente fascistizzata fu affidata alla regia di un pugno di funzionari che, per la repressione del dissenso, agiva tramite la divisione Polizia politica e il suo braccio operativo, l'Ovra. Il capo della polizia Arturo Bocchini centralizzò una potente rete spionistica estesa capillarmente nel paese, contribuendo ad avvelenare la società dell'epoca elevando la delazione a sistema. I gruppi di informatori, gestiti su più livelli, erano spesso in concorrenza fra loro, cosi come nepotismo e lotte di potere imperversavano ai vertici dell'organizzazione.
Inizialmente impiegata contro l'antifascismo militante, nel corso degli anni Trenta la polizia politica si trasformò in uno strumento di controllo generalizzato al servizio dei propositi totalitari del fascismo. È in questo quadro, di accelerazione totalitaria all'interno, di guerra coloniale e contrapposizione ai fronti popolari sul piano internazionale che l'Ovra fu estesa all'intera penisola.
Nel 1937 venne istituita la zona Ovra della Sardegna affidata a Dino Fabris, funzionario con una brillante carriera costruita sulla repressione delle minoranze slovene in Venezia Giulia. Integrando la sintesi di Canali con alcuni approfondimenti sulla nuova documentazione disponibile è oggi possibile delineare un quadro inedito della situazione politica sarda di quegli anni. Fabris mise in piedi una rete di informatori estesa su tutta l'isola, talvolta avvicinando personalmente le potenziali spie, talaltra vagliando le domande che pervenivano spontaneamente. È il caso per esempio di un assicuratore di Nuoro, Renzo Lori, che in virtù dei contatti nella provincia offri i servigi della propria «Agenzia di Informazioni». Lori fu assunto per sorvegliare gli ex-sardisti con una retribuzione mensile di 400 lire.
La bieca attività repressiva si mescolò con loschi affari realizzati all'ombra protettiva del fascio: nell'estate 1942 il veterinario di Villagrande, Francesco Congiu, scrisse alla Direzione generale di PS offrendosi come informatore. Seguirono gli accertamenti sull'affidabilità del mittente compiuti dal confidente 'Silvio" (dietro il cui pseudonimo si celava il medico condotto di Lanusei Francesco Marras): ne sorti uno spaccato del malaffare gravitante attorno alla costruzione del bacino del Flumendosa, le cui vicende tuttavia non costituivano la priorità della PS, più interessata ad aggiungere una pedina sullo scacchiere del controllo politico. In questo caso la domanda fu respinta, poiché la vocazione delatoria del Congiu altro non celava che il proposito di «compiere vendette con maggiore facilità».
A Cagliari ex sardisti ed intellettuali erano spiati da Myrta Mannucci, proprietaria di un negozio di antiquariato in cui erano soliti riunirsi. Mario Berlinguer covava una serpe in seno: il dattilografo dello studio legale, Lavinio Uras, era in realtà una spia di Fabris. Il leader sardista Mastino del Rio venne tradito dal suo più fedele collaboratore, l'avvocato Antonio Monni.
Buona parte degli informatori fu reclutata nel Sulcis-Iglesiente tra i lavoratori dell'industria estrattiva: operai, minatori, collocatori, elettricisti, chimici, esercenti, guardiani. Alcuni vennero assunti tra venditori ambulanti e ferrovieri, che meglio di altri potevano riferire su uno «spirito pubblico» strangolato da censura e repressione. Orecchie indiscrete si trovavano nelle osterie, negli alberghi, nei porti, negli ambienti professionisti, impiegatizi e militari, tra gli impiegati postali, e ancora barbieri, impiegati comunali, esattori, gelatai, sarti, medici, dentisti, professori e studenti universitari arrotondavano con la retribuzione mensile elargita dalla polizia. Spicca la presenza dei parroci, specie nell'entroterra, dove i tentacoli dell'Ovra faticavano a penetrare. Sono documentati i casi dei parroci di Iglesias, Carbonia e Mamoiada. L'appoggio al fascismo di una parte rilevante del clero isolano andò oltre la caduta del regime: nel gennaio 1944 un rapporto ne denunciava le simpatie per i fermenti neofascisti.
Alla caduta del regime Fabris fu nominato questore di Sassari e collocato contemporaneamente alla testa dell'Ispettorato speciale di polizia, incarnando quella continuità di uomini e istituzioni che caratterizzò la transizione al regime democratico. Attento alla ripresa dei partiti di sinistra, nel gennaio 1944 si rese responsabile della repressione dei moti dovuti al carovita e alla mancata epurazione della classe dirigente fascista, organizzati dalla sezione giovanile del Pci di Sassari; tra gli arrestati ritroviamo Enrico Berlinguer e Giuseppe Fiori. Fabris verrà rimosso solo in seguito ad una martellante campagna antifascista.
Se i funzionari dell'Ovra furono trasferiti tardivamente, gli agenti della polizia politica rimasero al loro posto. Fu cosi che le tre questure dell'isola si mostrarono renitenti a reprimere gli ultimi conati del fascismo sardo. Esplosero ben presto lotte intestine tra «funzionari squadristi» della questura di Sassari e Ispettorato di polizia che, riciclato in funzione antifascista, gestiva gli infiltrati tra i neofascisti.
Il dopoguerra vide pressoché tutti i funzionari dei servizi politici uscire indenni dai processi di epurazione. La polizia dell'Italia repubblicana rimase cosi nelle mani di vecchi arnesi fascisti con l'attiva complicità della classe politica al potere che, lungi dal promuovere una riforma della PS in senso democratico, se ne servi largamente per reprimere le rivendicazioni delle classi lavoratrici.

Mario Ivani