Osidda tra storia e leggenda

Osidda, attualmente 270 abitanti «dopo cinquant'anni di spopolamento», sta in una linea di confine tra l'altipiano di San Giovanni, sopra Bitti, e il Goceano. Ha una storia antica che affonda radici nella leggenda. Prestando fede alle fole delle Carte d'Arborea, lo storico Pietro Martini scriveva nel 1857 in un numero del «Bullettino Archeologico Sardo» che Jolao fondò «non solamente Olbia ma anche Cagliari e Ogrille o Ogrilla», uno dei nomi originari di Osidda dove c'entra un «Orillo ateniese, lo stesso che nell'opera di Pausania comparisce sotto il nome di Grillo».
Ha ragione Luciano Marroccu quando dice che le false Carte d'Arborea sono il vero romanzo storico dei sardi. Solo le si considerasse come romanzo. Nello stesso periodo in cui Martini si esaltava per le invenzioni «del nostro valente paleografo Pillitu», il propalatore delle Carte, scriveva con più concretezza l'abate Angius: «Osidda o Osilla, villaggio della Sardegna nella provincia di Nuoro, compresa nel mandamento di Pattada sotto la giurisdizione della prefettura di Sassari. Faceva parte del Montacuto nel regno del Logudoro».
E più avanti: «Da Osidda si va a Bithi in ore 2 +1,2 per via carreggiabile, a Buddusò in 2, a Pattada in altrettanto, a Benetutti in 5, a Nule in 2, a Orune in 5+1,2, a Ozieri in 4». Il paese contava allora 478 abitanti «distinti in maschi 145, femmine 157, 176 minori tra maschi e femmine». In tutto erano 106 famiglie a costituire la gente di Osidda. Quella gente e i loro discendenti hanno anch'essi una storia tramandata e giunta sino a noi attraverso le voci e le scritture. Senza più leggende stavolta.
La storia del paese e delle sue persone continua a raccontarla un osiddese trapiantato a Nuoro, Fiorentino Deroma. Singolare la maniera. Più che con la scrittura, Deroma narra il paese con i ritratti dei personaggi significativi. Li dipinge.
Li conserva e li espone, facendo cosi diventare anche Osidda un paese portatile. Fiorentino Deroma, 57 anni, istruttore socio-sanitario della Asl nuorese, adesso in pensione, dice che negli anni della diaspora, quando il numero degli abitanti fu quasi dimezzato, la gente di Osidda emigrò in Europa e in continente.
Ma ci fu anche un'emigrazione interna: Olbia, Oristano, Cagliari, Sassari, Nuoro. Di quelli andati via ma anche dei restati in paese, della loro presenza e della loro memoria bisognava fissare i tratti, i volti, la persona. Come se nella reinterpretazione dentro i quadri di dagherrotipi e fotografie, il paese e la sua gente debbano continuare a mostrarsi in colore de su tempus: i segni del passato e del passare a confronto con il presente. Uno come Deroma, Osidda se la porta sempre dentro. Pinta paesaggi: la campagna, il Tirso-Mannuleri che qui nasce, e Rio Molò, gli alberi, sugheri e lecci, fontane. Deroma dipinge i volti in piccoli quadri a olio e adotta dimensioni più grandi per i paesaggi. Sa come trovare le occasioni per mostrarli. Nel borsone, insieme ai quadri ci sono fotocopie di fotografie e fogli di appunti.
«Nessuna via o piazza è stata ancora dedicata agli osiddesi illustri» scrive Fiorentino Deroma in una lettera indirizzata a Giovanni Mossa, attuale sindaco del Comune. È una lettera con tanto di numero di protocollo, intestata come «Centro Divulgazione Arte e Poesia» che serve a ricucire diverse trame della storia della gente di Osidda. «L'attuale sindaco Mossa - spiega Fiorentino Deroma - risulta pronipote di Giovanni Maria Doneddu, che fu uno dei primi amministratori del paese dopo l'unità d'Italia». Il primo in assoluto fu Antonio Pinna, «il più attivo, protagonista nella buona e nella cattiva sorte, dicono i paesani». A scriverlo è Lorenzo Di Cecilia, insegnante irpino sposato con una osiddese, in una monografia, uscita nel 1999 e titolata «Osidda piccolo sole». Di Cecilia chiama Pittau a sostegno del fatto che il nome Osidda-Usidda, cosi in linguaggio nuragico, abbia somiglianze con il vocabolo etrusco «usel, usil», che appunto significa «sole». Proseguendo nell'elenco dei sindaci, Di Cecilia nomina Salvatore Brundu e Andrea Sanna dopo Giovanni Maria Doneddu. Passando all'era fascista, alla guida del paese «si alternano i podestà Angelo Deroma, Giovanni Antonio Deroma ed i segretari politici Nino Deroma, Giovanni Maria Brundu, Alfredo Tola e Salvatore Biancu». I cognomi si ripetono. Il 1946 «apre l'elenco dei sindaci con Pasquale Delogu cui seguiranno Andrea Sotgia, Giuseppino Deroma, Mario Ivani, Ambrogia Doneddu, Giuseppa Mossa, Gavino Bazzu, Mario Chessa». E avanti sino ai nostri giorni. Prima dell'attuale Giovanni Mossa è stato sindaco Andrea Cuccu. Diverse di queste persone si trovano nella galleria di volti pintata da Fiorentino. Non solo sindaci e amministratori della cosa pubblica. Ci sono anche preti, professori, ingegneri, architetti, giudici, soldati e altra gente comune. Non possono mancare i Deroma.
C'è Angelo, «cugino di mio padre» che fu parroco ad Ardara. Poi Giovanni, padre di Fiorentino, pastore-imprenditore agricolo, che mise su un caseificio insieme ai Mossa. Nella galleria dei Deroma figurano pure Francesco, colonnello dell'esercito, che ebbe diversi riconoscimenti e medaglie e ancora Nino, funzionario di banca e imprenditore edile a Nuoro, «che dette lavoro a 35 persone». Altri personaggi sono Giovanni Antonio Mossa, morto un mese fa, avvocato dello Stato e procuratore generale a Sassari, Pietro Doneddu, «professore e preside», che fu tra l'altro sindaco di Carbonia e «pionieristico vivaista dei fiori più belli della Sardegna». Un ruolo importante lo hanno gli insegnanti elementari.
Dicono come a una voce Deroma e Di Cecilia che «da ricordare è Salvatore Delogu, menzionato nei diari di Giorgio Asproni, il primo ad avere dal Comune, nel 1864, l'incarico di insegnante elementare». Delogu, originario di Bitti, fu pure segretario comunale per trent'anni e risulta suocero del secondo maestro, Sebastiano Tola, anch'egli bittese, sposato con Grazia. Proseguendo con le maestre, nel Novecento hanno lasciato memoria di sé le educatrici scolastiche «Anna Rita Marche Mezzanu e Maria Biancu Berselli, non native del posto ma coniugate con osiddesi». C'è da ricordare il primo medico di Osidda, una donna: Maria Tola. Appartengono al paese portatile diverse altre anime da mettere in figura.
Gruppi di donne, poco più che ragazze, a conca nuda o con il copricapo. Tra di loro Giovanna Deroma, Antonica e Angelica Delogu attorniano una bambina vestita in costume. Sono volti perlopiù sereni, di persone che sanno vivere dentro il loro ambiente, in paese e in campagna. C'è gente che gioca alla morra e tra di loro c'è un un «Doneddu Giovanni Pietro», annota il dipintore-raccontatore. Ancora un'altra ragazza, una Maria in espressione seria e dolce insieme, la mano sinistra infilata nella tasca della veste e la destra su cui spicca un vistoso anello, poggiata sulla spalliera di una sedia. Un crocifisso in oro o argento le risalta sul petto. Dietro di lei un muro antico in pietra a dire dell'ambiente rustico. La pietra risalta in una altra fotografia di ridotte dimensioni dove una maestrina e una bambina. Poi vezzos in carzones e berritta.
Il sindaco Pasquale Delogu è decorato con la croce. Una Deroma ostenta la coppia di buttones de oro sul collo di una candida camicia. Pietro Doneddu lo ritroviamo a Tanca Idda, mentre accudisce il bestiame vicino ad un abbeveratoio. Una fila di cacciatori si fa ritrarre con la selvaggina: lepri e pernici. Certi volti è come se parlassero. «Cavalier Doneddu Giovanni Maria» si mostra anch'egli in berritta e medaglia.
Sostiene Fiorentino Deroma che «tutti sono presenti nella memoria degli abitanti».
Tutti hanno un nome. Ci sono pure i soprannomi. Una parte la elenca in ordine sparso e con grande affettuosità il libro di Lorenzo Di Cecilia, da «Franchine a Toiedda attraverso Su Conte, Pazello, Malchesedda, Ciciau, Pizzenteddu e Barorazzu». Sono anche loro gente di Osidda, «uno dei paesi più piccoli della provincia di Nuoro».