Quel pittore ha un'anima rock

Chissà se Salvatore Garau consulta I Ching, l'antico libro cinese di oracoli amato persino da Carl Gustav Jung. Perché sembra che nel gioco del destino assegnato a ciascuno da quelle tre monete lanciate per aria (ma ora si può fare anche via internet, e bastano pochi click), fra i sessantaquattro esagrammi del Libro dei mutamenti, a lui sia capitato il primo: Ch'ien, il Creativo. Che recita, tra l'altro: «La via del Creativo opera per mutamento e trasformazione, cosi che ogni cosa acquista la sua giusta natura e destinazione e giunge a durevole concordanza con la grande armonia». Del suo modo di dipingere dice: «La mia arte è astratta, ma c'è la figurazione. Ma si potrebbe dire anche il contrario. In fondo sono un pittore romantico, nel senso che credo nel continuo mutamento delle cose, nella loro impermanenza». Il Creativo, appunto.
Pittore, musicista, ma anche poeta, scrittore, sceneggiatore. Per adesso, poi si vedrà. Potrebbe anche cambiare medium, un domani, questo artista nato a Santa Giusta cinquantadue anni fa, oggi affermato a livello internazionale. Lo ha già fatto nel 1983, lasciando una carriera musicale ben avviata per tornare a fare il pittore. «La mia vita - dice - è una fusione totale fra musica e pittura, ma non solo. Ho concepito la musica come pittura e la pittura come musica. Non ho mai scisso le due cose, non ne ho mai capito le differenze. E in tutto questo la mia anima rock ha avuto un'importanza capitale».
Di Salvatore Garau si è parlato molto negli ultimi tempi per l'opera gigantesca esposta a Milano, in uno spazio pubblicitario in corso Magenta che Nike, Armani e altri marchi si contendono a cifre folli. La sua «Scultura nel cielo», duecento metri quadri di superficie, vi è rimasta per dieci giorni, come un guanto di sfida alle leggi del profitto. Ma è stato soprattutto un tentativo ben riuscito di portare fuori dai luoghi deputati all'arte (i musei, le gallerie) l'opera di un pittore contemporaneo. «L'idea è nata un paio d'anni fa assieme agli amici di Supermedia, un'agenzia che gestisce i più importanti spazi pubblicitari di Milano. Sono loro a fornirmi i teloni in pvc che uso per dipingere. Per realizzarla abbiamo preso in affitto una fabbrica di giocattoli alla periferia di Milano. È stata un'impresa pazzesca: inizialmente in quello spazio enorme mi sentivo perso, scomparivo. Cosi ho lavorato immaginando di trovarmi di fronte a un quadro delle dimensioni che dipingo abitualmente, due metri per due. E mi sono dovuto inventare nuove tecniche». Nei filmati di Antonello Carboni, documentarista oristanese, si vede Garau che scorrazza in bicicletta sul telone con in mano uno spazzolone, lasciando scie di colore. Nero, bianco e rosso, i suoi preferiti. Non è un vezzo d'artista, ma la necessità di trasferire sul grande formato un tratto distintivo della sua pittura, le pennellate un po' da action painting che in genere hanno una larghezza di cinque-dieci centimetri, e qui sono diventate almeno di due metri.
Garau vive a Milano dal 1977. Qui ha sposato una musicista, la cantante Paola Minello. Divide le sue giornate tra la casa in centro e lo studio, gli incontri alla sera con pochi amici. Da qualche anno torna a Santa Giusta con maggiore frequenza.
«Quando dipingo - dice l'artista - ascolto sempre musica. Nel mio studio ho un impianto radio valvolare potentissimo, con due casse enormi. Ho scoperto un'emittente, Life Gate, che trasmette grandi brani d'annata, da Ray Charles a Jimi Hendrix, da Aretha Franklin al blues. Metto a manetta questa roba mostruosa, il volume è cosi alto che vibra persino la tela. Ed è come se fossi di nuovo sul palco, come se stessi ancora suonando».
Sul palco a suonare la batteria, anzi, sui palchi di mezza Europa, Salvatore c'è stato almeno un migliaio di volte, quando faceva parte degli Stormy Six, uno dei gruppi rock più interessanti della scena italiana sino ai primi anni Ottanta. La band nasce a Milano nel 1966, in piena era beat, e l'anno successivo fa persino da spalla al tour italiano dei Rolling Stones. Attraversa tutti gli anni Settanta nel segno dell'impegno politico e dell'avanguardia musicale e si scioglie nel 1983. Ha segnato l'esordio di musicisti come Eugenio Finardi, Alberto Camerini, Claudio Rocchi. Salvatore Garau ne fa parte dal 1977: ha 24 anni, in tasca un diploma dell'Accademia di belle arti di Firenze, e ha già fatto parte di un gruppo storico del rock sardo, i Salis & Salis, dal cognome dei fratelli che lo fondarono, Antonio e Luigi. «E' stato il più grande gruppo che la Sardegna abbia mai avuto», sostiene Garau. E può ben dirlo, perché oltre ai due fratelli, nella band ha suonato anche un artista che oggi è un grande nome del jazz internazionale, il fisarmonicista e pianista Antonello Salis. Renzo Arbore mandava in onda i loro brani ad «Alto gradimento», ogni concerto nell'isola era seguitissimo. Musica di ottimo livello, ma anche impegno politico. «Sulle basi militari, per esempio - ricorda Salvatore - conducemmo una campagna che ci attirò non poche antipatie. Non parlo del pubblico, ovviamente. Ai concerti proiettavamo immagini scattate clandestinamente nelle basi dell'isola e facevamo quello che oggi si direbbe un rap con l'elenco delle zone militari: dicevamo Capo Teulada, e il pubblico rispondeva 'occupata", La Maddalena, 'occupata", e via di seguito».
«È stato un periodo bellissimo - spiega - I ragazzi facevano l'autostop da una parte all'altra dell'isola per seguire i nostri concerti. Per Santa Giusta fu un periodo magico, era diventato il paese della musica. Nelle vie, c'era la sala prove di un gruppo e poi una casa di pescatori, un'altra sala prove e un'altra casa di pescatori. I Salis li ho conosciuti cosi, abitavano a pochi metri da me. Quando mi chiesero di far parte del gruppo, a diciassette anni, fui felicissimo».
L'incontro con gli Stormy Six avviene nel 1975, durante un concerto a Nuoro in cui i Salis fanno da spalla. «Il leader, Franco Fabbri, si innamorò del mio modo di suonare e mi chiese di entrare nel loro gruppo. Ma io non accettai - continua - non sapendo che di li a qualche tempo i Salis si sarebbero sciolti». Nel 1977 Fabbri torna alla carica, e Salvatore accetta, ma a una condizione: portare con sé il bassista del gruppo oristanese, Pino Martini. Gli Stormy decidono che quel batterista vale la sostituzione di un bassista e Garau e Martini si trasferiscono a Milano.
Da allora per lui comincia una vita da rockstar, un po' anomala, certo, vista la situazione politica che l'Italia vive in quegli anni. Gli Stormy Six sono un gruppo impegnato politicamente, a sinistra s'intende, ma sono anche fra i più stimati per la ricerca musicale. Un loro album, Macchina maccheronica, nel 1980 vince il premio della critica tedesca come miglior disco dell'anno per il rock d'avanguardia. «Era la prima volta che accadeva a un gruppo italiano - racconta Garau - Melody Maker ci dedicò pagine intere. Ma la cosa straordinaria fu che il secondo premio lo vinsero i Police!». Il gruppo si sciolse tre anni dopo. «Erano, soprattutto a Milano, davvero anni di piombo. La cultura giovanile italiana era in crisi, nella musica avanzava la disco. Ci lasciammo e andammo ognuno per la propria strada». Oggi i componenti degli Stormy Six non fanno più musica. Ciascuno di loro ha avuto successo nel proprio campo: c'è chi fa l'architetto, chi il poeta, chi il docente al Dams. Chi il pittore affermato, come appunto Salvatore Garau.
Ha esposto in tutta Europa, i suoi quadri sono stati acquisiti da musei e istituzioni importanti, da Basilea a Colonia, dal Pac di Milano alla Galleria d'arte moderna di Bologna. Nel 2003 ha fatto parte del ristretto gruppo di artisti dell'Italian Factory, il meglio della scena nazionale presentato alla Biennale di Venezia. Lo scorso anno ha tenuto due mostre negli Usa, alla Limn Gallery di San Francisco e alla Capricorno Gallery di Washington (con un bel catalogo realizzato col contributo dell'Imesa Telecommunication di Antonio Manca). Dopo il successo europeo, quello degli Stati Uniti è il mercato a cui guarda il suo ultimo gallerista, Antonina Zaru.
Ma è da più di vent'anni che Salvatore Garau espone nelle maggiori gallerie. Sin dal 1983, alla sua prima vera mostra, da Cannaviello a Milano, composta da quadri interamente neri, che attirò su di lui l'interesse di critici come Luciano Caramel, Enrico Crispolti, Elio Grazioli. Al nero («ma non l'ho mai usato con l'idea della tristezza e del pessimismo, piuttosto dell'eleganza e della bellezza», spiega) si è poi aggiunto il bianco, e ora anche il rosso. «Il colore è subentrato dal 1999. Lo uso con una sfacciataggine mostruosa. Se è rosso, rosso dev'essere, quindi che sia porpora per eccellenza. Credo che il colore debba esprimersi nella sua purezza, senza mezzi termini».
Suonare e comporre, dipingere. E scrivere, infine. «Faccio una premessa - chiarisce -. È una dimensione privata, non ho mai pubblicato niente». Ma anche qui, come I Ching c'insegna, sappiamo che «la via del Creativo opera per mutamento e trasformazione» e che premia «ciò che è propizio e perseverante». Alcuni anni fa, finito il suo primo racconto, ambientato in un anonimo paesino sardo, Salvatore lo mandò ad Aldo Busi, del quale aveva appena letto Nudo di madre (manuale del perfetto scrittore), senza alcun riferimento alla propria attività di musicista e pittore, per conoscere il suo parere. Busi gli rispose dopo appena quindici giorni, con una lettera in cui affermava che il testo non presentava particolari novità stilistiche, «ma per la prima volta dopo tanti anni ho letto un racconto sino alla fine senza sentirmi frustrato», che detto da lui è sicuramente un bel complimento. E ancora lodi per «le descrizioni delle genti e dei paesaggi» che si vede «arrivano proprio dal suo cuore». E per spiegare meglio il gradimento, colui che si definisce il più grande scrittore vivente concluse: «Consideri questa lettera che le scrivo come qualcosa di eccezionale che le capita».
A quel racconto ne seguirono altri, e alla fine è arrivato un romanzo, ambientato sulla costa oristanese. Ma di questo oggi Salvatore Garau non vuole parlare, con una faccia che però sembra dire: in fondo, non è che un debutto.