Le vie del Signore passano anche da Radio Planargia

TRESNURAGHES.Il Vangelo non proibisce di giocare al calcio e comanda di amare il prossimo.
Per essere sacerdoti del proprio tempo, oggi ci si può anche dedicare al giornalismo radiofonico: una finestrella di 'buona stampa", come si diceva una volta. Se si nasce a Sedilo si può essere avvantaggiati, in questo. Per alcuni motivi basilari: il senso del tempo e dell'esistere, la religiosità di fondo, il carattere temprato, l'alta soglia del dolore spirituale. Don Paolino Fancello - parroco di Tresnuraghes - è nato proprio nel paese dell'Ardia sessantadue anni fa e ha giocato per dieci anni nella Calmedia di Bosa.
Nella cittadina del Temo dirige «Radio Planargia» che da poco ha festeggiato i venticinque anni di vita. Racconta: «La nostra radio è nata nel febbraio del 1979. C'erano già state due esperienze: Radio Bosa e Radio Monte Furru. La prima era durata poco, la seconda parecchio. Si sentiva la necessità di una voce di più ampio respiro: non solo canzonette, anche problemi della comunità visti con gli occhi della Chiesa». Sentiamola, dunque, questa testimonianza singolare.
-Le altre due non erano radio diocesane?
«No, erano libere. Proprio questo ha determinato la nascita di Radio Planargia. Grazie all'aiuto di molte persone, anche sacerdoti. Poi alcuni si sono stancati».
-Cosa ricorda più volentieri, di quei tempi?
«Il coinvolgimento di centinaia di giovani che negli anni si sono alternati ai microfoni con grande impegno. Facevamo un programma culturale a premi, mettendo in gioco le scuole medie della zona. Da Bosa andavamo a Cuglieri, Suni, Tresnuraghes».
-Che altro trasmettevate?
«Si registrava la Messa in alcune parrocchie. E si andava in giro per i servizi sportivi della domenica seguendo tutte le trasferte del Bosa e della Calmedia».
-Rispetto a oggi?
«Ora i mezzi sono diversi: la radio è computerizzata, occorre meno personale. Però ci vorrebbe più attenzione al territorio, per far sentire meglio la voce della Planargia e della Diocesi. Il traguardo piace anche al nostro vescovo, monsignor Antonio Vacca, che ci sostiene e lo ringraziamo. Un altro che ci aiuta è il parroco di Bosa, don Pietro Scanu. Dal clero abbiamo anche altre benedizioni. Solamente augurali, purtroppo».
-Cosa vorreste, invece?
«Un corrispondente in ogni parrocchia. La prima scintilla della mia passione per le comunicazioni si è manifestata in chiesa. Avevo dieci anni quando il viceparroco di Sedilo don Sanna mi nominò delegato della buona stampa. Dovevo diffondere almeno cinque copie del Vittorioso. Ecco, ci vorrebbe maggiore sensibilità da parte del resto della diocesi».
-Altri momenti di difficoltà?
«Il più grave è stato quello del 1994. Il ministero non aveva letto bene le nostre credenziali e la radio venne chiusa. Nel frattempo ero stato trasferito qui e non potevo più seguire la radio come prima. Per anni abbiamo trasmesso da Tresnuraghes e da Bosa. Poi arrivò la legge che ci obbligò a utilizzare l'indirizzo iniziale e ritornammo definitivamente a Bosa».
-Una giornata tipo di programmazione.
«Partiamo alle 7,15, in diretta, con i pensieri scelti dalle suore di padre Kolbe di Oristano. Poi le lodi e la Messa dalla cattedrale, il santo del giorno e venti minuti di notizie della Sardegna: nostre e di rassegna stampa».
-Giornalisti laici che collaborano?
«Prima avevamo Anthony Muroni dell'Unione, adesso Nadia Cossu della Nuova e Sandro Farina del Giornale di Sardegna. Poi c'è la rassegna stampa. Dalle 13 alle 17 ci colleghiamo con il circuito Cei. Abbiamo programmi di musica e cultura sarda, a cura di Natalino Sechi. Anch'io curo una rubrica: ogni giorno un brano di tradizione religiosa in sardo. Ancora, le interviste di un altro collaboratore - Badore Ladu - e un settimanale che riassume gli avvenimenti del territorio, curato da Sandro Farina. Di notte, dalle 20 alle 7,15, trasmettiamo solo musica. Soprattutto musica italiana».
-Come è diventato sacerdote?
«A Sedilo un missionario aveva chiesto a noi ragazzini che cosa avremmo fatto da grandi. Io avevo detto: mi faccio missionario. Poi ho visto che alcuni miei compagni erano andati in seminario e ci sono andato anch'io. Nei primi anni non capisci bene quello che fai, poi prendi coscienza. La mia non è stata una folgorazione sulla via di Damasco, come diceva San Paolo».
-Che cos'è stata?
«Una crescita lenta, con molti dubbi. La vita dell'uomo è accompagnata dal dubbio. Ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno accompagnato in questa crescita, finché mi è sembrato di aver scelto la strada giusta. Da prete cerco di essere disponibile alle necessità delle persone. Prima dei pasti ripeto sempre: Signore, grazie per questa ospitalità, aiutaci ad essere disponibili quando gli altri chiamano noi».
-Rispetto ai primi anni di sacerdozio, nota anche lei quella laicizzazione della società di cui parla il Papa?
«Domanda difficile. Quando venne a Bosa il vescovo Pes, usci un numero speciale di Libertà, dove scrissi che solo Dio può conoscere la fede nel cuore degli uomini. Noi lo facciamo attraverso l'esame delle presenze alla Messa ed ai Sacramenti».
-Che non basta. Voleva dire questo?
«Non lo nego, può darsi sia importante. Ma è poco. Oggi ci sono dei valori che forse prima non c'erano. Altri, un tempo evidenti, oggi sono piuttosto in ombra.»
-Può fare un esempio?
«Non c'è più il banditismo di un certo tipo. C'è maggiore maturità, sotto certi aspetti, e più egoismo sotto altri. Sembra ci sia più rispetto per la vita, ci si ammazza di meno. Però noto anche minore attenzione alla vita. E molto difficile rispondere».
-Parliamo di Sedilo. Cosa rappresenta per lei, anche come sacerdote?
«La culla, le radici. Noi sacerdoti di sedilesi, lo dico spesso ai preti di Tresnuraghes, ritorniamo spesso in paese, soprattutto per San Costantino. Il nostro non è un incontro formale, lo sentiamo profondamente. I sacerdoti di Tresnuraghes frequentano meno il loro paese natale».
-Come lo spiega?
«Forse noi sedilesi sentiamo di più l'appartenenza alla comunità».
-Don Fancello non manca mai all'Ardia. Perché?
«Proprio per questo sentire. Per noi l'Ardia è l'evento. Tu conosci la festa di diSan Costantino: vedere i cavalieri a Su Frontigheddu è sempre un'emozione fortissima e si rinnova tutte le volte».
-Da prete lei ha fatto anche il calciatore, in campionati regolari della Figc.
«Trentacinque anni fa non era facile accettare che un prete giocasse a pallone. Ma lo sport è un mezzo importante per la crescita dell'individuo. A me ha fatto del bene e pensavo che questo bene si potesse riversare sugli altri. Il calcio faceva parte del mio essere. Mi piaceva dare a tutti la possibilità di esprimersi anche attraverso lo sport. A Bosa in quel tempo non era facile».