Storia di Anna Frank La tragedia dei lager vista da Broadway


All'inizio degli anni Cinquanta i coniugi Frances Goodrich e Albert Hackett, due quotati sceneggiatori di Hollywood, avevano già raggiunto il meritato successo. 'L'uomo ombra", 'La vita è meravigliosa" e 'Sette spose per sette fratelli" erano state fra le pellicole più importanti realizzate su sceneggiature della coppia. Quando, nel 1955, adattarono per le scene di Broadway il 'Diario di Anna Frank" - mentore Eleanor Roosevelt e Susan Strasberg protagonista - la guerra era finita solo da un decennio e l'enormità dell'Olocausto era in genere rimossa, minimizzata o ignorata.
Nello spettacolo gli avvenimenti narrati da Anna erano presentati come un lungo flashback, incorniciato dalla lettura del diario appena trovato da Otto Frank, padre di Anna, al suo ritorno nell'appartamento-rifugio della Prinsengracht 263 di Amsterdam dopo la liberazione. Lo spettacolo, diretto da Garson Kanin, ebbe un enorme successo e i due autori ottennero il premio Pulitzer.
Nell'autunno del 1956 lo spettacolo venne rappresentato contemporaneamente in sei teatri della Germania occidentale e in uno della DDR. Le reazioni del pubblico furono più interessanti della recitazione degli attori o dei valori artistici del testo. In molti casi gli spettatori, calato il sipario, stavano in silenzio e uscivano dalla sala lentamente. Altre volte non smettevano di applaudire. Il 'Diario" andò in scena anche in Austria, e dalla testimonianza di Simon Wiesenthal sappiamo che a Linz una replica al Landestheater venne interrotta da dimostrazioni antisemite.
Dopo altri allestimenti a Londra, Parigi e Amsterdam, il 31 gennaio 1957 va in scena al teatro Eliseo di Roma la prima messinscena italiana: la regia è di Giorgio De Lullo, Anna è interpretata da Anna Maria Guarnieri, Romolo Valli ed Elsa Albani sono i coniugi Frank. Il successo è clamoroso, recensioni generalmente entusiaste, centinaia di repliche e la consacrazione di un mito teatrale che resiste a distanza di mezzo secolo: quello della 'Compagnia dei Giovani", costituita nel 1954 appunto da De Lullo e Valli con Rossella Falk.
Roberto De Monticelli, uno dei critici teatrali più influenti e acuti del dopoguerra, definiva l'esperienza di assistere a un qualunque spettacolo della 'Compagnia dei giovani" come 'un misto di malinconico, di sorridente: quella perplessità, tra trepida e dolorosa, che è della giovinezza quando è delicata, introversa, un po' nevrotica". Quella stessa nevrosi che sulla rivista 'Il Dramma" Anton Giulio Bragaglia mostrava di detestare proprio riferendosi alla messinscena italiana del 'Diario": 'La Guarnieri, abbandonando il cliché degli isterismi di precedenti sue creazioni tutte fabbricate allo stesso modo sugli scatti, ha dato prova di sé un poco più seria delle precedenti. I nervacci da far impressione, come brutali uscite di gioventù bruciata (che barba!) li ha conservati, invece, il Ronconi". Questi è il futuro regista Luca, altro componente di quel cast che comprendeva anche Diana Torrieri, Nino Marchesini, Ferruccio De Ceresa, Mario Maranzana.
Nei decenni seguenti lo spettacolo è stato rappresentato in Italia diverse altre volte (è almeno da ricordare la messa in scena di Giulio Bosetti alla fine degli anni Settanta con Nada Malanima protagonista), ma l'allestimento di De Lullo, al di là dei valori artistici, andò a costituire nell'immaginario di una parte del Paese un tassello di quella educazione sentimentale antifascista e progressista cui contribuivano in quegli anni anche le 'Lettere dei condannati a morte della Resistenza" o le memorie di Alcide Cervi. Parole di persone comuni travolte dalla Storia, in cui, seguendo il parere del critico Vito Pandolfi in una recensione dello spettacolo del '57, 'la sincerità si è fatta arte (mentre l'arte stentava a farsi sincerità): la più alta saggezza ci è pervenuta dagli umili".
Nel 1959 George Stevens, che aveva diretto James Dean nel 'Gigante" e che da cineoperatore dell'esercito statunitense aveva realizzato un documentario sulla liberazione di Dachau, curò la regia del film, interamente girato in un appartamento e dunque fedele all'ambientazione teatrale. Il successo della pellicola venne consacrato da tre Oscar per Shelley Winters migliore attrice non protagonista, fotografia e scenografia. Ovviamente anche i premi dell'Academy diedero corpo a ciò che la consorte di Franklin Delano Roosevelt aveva consigliato a Otto Frank, in occasione dell'uscita americana del libro nel 1952: 'La signora Roosevelt mi fece notare che, dopotutto, un piccolo numero di uomini legge libri, e che era mio dovere allargare il più possibile la cerchia di coloro che volevano accogliere il messaggio di Anna, e per questo il teatro e il cinema erano i mezzi più adatti".
L'edizione integrale del Diario di Anna Frank, curata in Italia nel 1993 da Frediano Sessi per Einaudi, ha incluso quello che viene definito il 'diario intimo" della ragazza: quelle parti in cui raccontava del rapporto difficile con la madre e la sorella, o quelle in cui decifrava la propria sessualità di adolescente, e che vennero omesse dal padre e dal primo editore. La drammaturga Wendy Kesselman ha integrato con parte di questi materiali il copione di Goodrich e Hackett per la messa in scena del 1997 al Music Box Theatre di New York con Natalie Portman protagonista.
A cinquant'anni da quella messa in scena, la struttura melodrammatica del copione (edito nella 'Collezione di teatro" Einaudi) mostra un po' la corda, ma certo il dramma e poi il film contribuirono a creare un senso comune e planetario nel cogliere la tragedia del nazifascismo. I pensieri di un'adolescente sensibile e intelligente, nascosta per due anni nel cuore di Amsterdam, riuscirono a fotografare una fra le milioni di esistenze perseguitate, consumate nelle camere a gas o stroncate dalle malattie e dagli stenti. Come appunto capitò ad Anna, morta di tifo nel campo di concentramento di Bergen-Belsen probabilmente alla fine di marzo del 1945, sessant'anni fa.

Sante Maurizi