Ricordo del Vate di Sardegna

C'è il poeta Sebastiano Satta, «Vate di Sardegna», ma anche il brillante penalista, il giornalista coraggioso, l'intellettuale impegnato nel sociale. A novant'anni dalla morte, il letterato nuorese affascina ancora per la complessità della figura, quella di un moderno comunicatore, profondamente versatile e attento a tutte le forme di espressione artistica. «Sebastiano Satta - Vate di Sardegna, reporter e penalista» è il titolo del convegno che si è svolto ieri a cura del Comitato Nuoro 2000 con il patrocinio delle amministrazioni comunale e provinciale e del consorzio universitario nuorese.
L'autore di «Versi ribelli» e «Canti barbaricini» «fu uno dei figli prediletti di Nuoro», come ha ricordato l'assessore comunale alla Cultura Roberto Deriu, «l'iniziatore dell'Atene sarda», colui che più di tutti condizionò «la cultura cittadina e la mentalità stessa degli uomini».
«Una figura poliedrica - ha ricordato il presidente del Consorzio universitario Bachisio Porru - insieme reporter, penalista e comunicatore, letterato che sfuggiva a facili classificazioni».
Basilio Brodu, presidente dell'Ordine degli avvocati di Nuoro, ricorda la grandezza del penalista ma anche la sua sfortuna umana e professionale. Quella che dopo appena dodici anni di attività costrinse al silenzio colui che l'allievo Pietro Mastino, diventato a sua volta un grande protagonista del Foro nuorese, defini «dominatore di folle» per l'arte oratoria. Accade nel 1908, quando Satta, appena 41enne, fu colpito da un ictus che gli tolse l'uso della parola sino alla morte, sei anni dopo. E cosi quello che Brodu ricorda come «l'avvocato degli umili» dovette lasciare la professione che amava quanto la letteratura.
Maria Grazia Poddighe ricorda il cantore della Barbagia, il suo profondo «sentire barbaricino» insieme alla sua «feroce sardità». «Barbagia è tua la notte, profonda e perigliosa», scrive Satta nei suoi versi. E di questa Barbagia oscura, quasi un cuore di tenebra dell'isola, egli fu, con le sue poesie, testimone appassionato. Dalla parte degli umili, è stato detto, e volto a comprendere, se non giustificare, anche i loro atti più violenti, come la vendetta.
Antonio Rojch, inviato della Rai, descrive il Satta giornalista. L'esordio da cronista al giornale «Sardegna» durante gli anni degli studi a Sassari, cui segui la collaborazione con «La Nuova Sardegna» dove diventò una delle firme più prestigiose. Poi l'avventura editoriale, nel 1892, con la fondazione de «L'Isola» insieme con l'amico Gastone Chiesi. E lo scoop, come si direbbe oggi, quello che vale un'intera vita professionale, fatto ad arte anche per risollevare il giornale dalla crisi che ne provocò la chiusura appena due anni dopo: l'intervista al latitante Francesco Derosas, un big del banditismo sardo di fine Ottocento, accusato di almeno undici omicidi, che al giornalista diceva, a mo' di giustificazione, che uccideva «solo per vendetta» e mai per soldi. «'L'Isola" andò a ruba - dice Rojch - e quello scoop, che ebbe vasta eco anche fuori dalla Sardegna, resta un documento unico nella storia del giornalismo sardo. Per la prima volta venne descritta la vita del bandito alla macchia».
Simona Pilia, docente dell'università di Cagliari, sta lavorando alla pubblicazione di un inedito di Satta. E' un quaderno al quale il poeta affidava le proprie riflessioni, ma dove si trovano anche le prime versioni di molte sue poesie, assieme a ritagli di giornali, aforismi di grandi scrittori spesso tradotti in sardo. E un vocabolario, con oltre 800 lemmi trascritti dal Petrocchi o dal Rigutini-Fanfani e da lui commentati e, di nuovo, tradotti in sardo.
Con la relazione di Alessandra Carta (università di Sassari) sui «Muttetos del Vate» si arriva pian piano a discutere della prodonda sardità di quello che viene definito il più grande poeta isolano benché scrivesse in italiano. Accompagnano ciascuna relazione gli appassionati interventi di Nicola Tanda, professore emerito di letteratura italiana e sarda dell'università di Sassari e decano degli studiosi di autori in «limba»; tenace oppositore della supremazia della lingua italiana su quella sarda e, più in generale, della subalternità dei saperi locali, Tanda, che ama l'«italiano» Satta, non ha dubbi: negli ultimi anni della sua vita il poeta si rammaricò di non aver mai scritto in sardo, capi, ma troppo in ritardo, l'importanza della lingua. Proprio lui, su questo sono tutti d'accordo, che «pensava in nuorese».