la Nuova Sardegna — 16 dicembre 2004
pagina 23
sezione: FATTO DEL GIORNO
Scrivo da Dublino ma sono originaria di Villanova Strisaili frazione di Villagrande. In questi giorni in cui gli abitanti del mio comune di nascita sono duramente provati dalle tragedie e dai disagi procurati dalle avverse condizioni meteorologiche, diventa ancora più pesante sopportare una lontananza che di per sé impedisce una maggiore comunione di quelli stessi straordinari momenti di difficoltà sia psichica che fisica. Non potendo fare di più, ho raccolto alcuni pensieri in merito sperando che possano portare un sentimento di conforto.
Gli anziani bene informati sostengono che in un tempo lontano, tanto felice quanto improbabile, Villanova Strisaili fosse una cittadina di una qualche importanza in Ogliastra. Per converso, Villagrande si proponeva come un borgo rurale abitato da poche famiglie di pastori. Poi, il caso, la fatalità, forse la peste mutarono lo status quo e con esso i destini dei due nuclei abitati. Per Villanova in particolare iniziò un lento, inesorabile declino che è continuato fino ai giorni nostri e che si manifesta nel suo status di frazione del più popoloso paese di Villagrande. Questultimo invece si rinvigorì nel tempo, acquistando ben presto una personalità distinta e a tratti imponendo la sua tempra forte sul ridimensionato villaggio parente.
Ad ascoltare attenti le storie tramandate da un numero sempre più sparuto di anziani sapienti si apprende tuttavia che linarrestabile decadenza di Villanova non sarebbe stata causata da una mera, difficile congiuntura economica o sociale, ma che sarebbe stata propiziata dalle parole e dalle conseguenti azioni di diversi villagrandesi di rango. Nello specifico, sarebbe stato un vecchio parroco di Villagrande a lanciare sul vicino villaggio appisolato sulla collina la terribile maledizione che ne avrebbe infine decretato la rovina, riducendolo ai minimi termini o per la precisione a soli sette fogos. È indubbio però che ogni villanovese conservi nella memoria i ricordi delle mille manifestazioni comportamentali e accidentali che tale rivalità ha inevitabilmente portato con sé. Ricordi dei cori scanzonati delle opposte tifoserie durante lennesimo incontro-scontro di calcetto, meglio se sulla piazza di San Basilio a Villanova dove lavversario non aveva via di scampo, annicchilito e circondato dallentusiasmo incontenibile dei padroni di casa.
Ricordi degli sberleffi, delle risa sguaiate a danno del malcapitato del momento, nelle diverse occasioni offerte dalle sagre paesane, prime fra tutte quella di San Basilio e quella di Santa Barbara nel bellissimo bosco omonimo. Ricordi delle storie di ordinario abigeato e di altre curiose faccende, riportate con flemma inglese, ma quasi sempre solo sussurrate dai vecchi pastori quando la sera si radunavano in questo o quel cortile.
Ma ogni villanovese conserva nella mente pure la continua, costante, rassicurante presenza di Villagrande e dei suoi abitanti, soprattutto nei momenti più difficili. Era infatti in tali occasioni particolari che la Villagrande matrigna sapeva trasformarsi in mamma teneramente amata. Mamma da ricercare, da ammirare, contro cui protestare quando il pegno a saldo pareva ingiusto e davvero spropositato. Ed era sempre in quegli istanti fatali che quasi per miracolo la gente di Villanova e di Villagrande si scopriva a camminare mano nella mano, intenta a percorrere la stessa tortuosa strada, determinata ad affrontare insieme i rischi e i pericoli insiti nel percorso obbligato che è nel destino di ogni centro abitato della Sardegna interna, suo malgrado perennemente costretta a combattere la quotidiana battaglia contro i lugubri fantasmi del passato, nel tentativo di affermare il presente onde procurarsi lillusione di un altro futuro. Di un futuro qualunque. Migliore, se possibile.
Forse è anche per questo che la mattina del 6 dicembre, Villagrande e Villanova si sono risvegliate ancora una volta accomunate dallo stesso destino. Quel destino tragico che ha voluto proporsi ai loro occhi nella maniera più crudele: portandosi via un piccolo angelo e un altro di quelli anziani che con le loro storie, le loro esperienze, la loro coscienza del vivere quotidiano hanno pavimentato il nostro cammino permettendoci di andare avanti, se non in maniera più veloce, almeno con minore fatica.
Ma neppure questo è bastato. E quindi la furia degli elementi ha violentato le case, ucciso le bestie, distrutto il raccolto, abbattutto gli alberi, travolto le auto, affogato il dolore, prima di seppellire il mondo in sé, sotto una tristissima cappa di detriti e di fango. Roccia slavata senza terra è tutto quello che è rimasto dei tanti prati e giardini che in primavera fiorivano di ogni colore e di ogni profumo. Roccia slavata senza terra è tutto quello che è rimasto di molti tra i bellissimi pascoli. In conseguenza di questo, in virtù di ciò che è stato e soprattutto di ciò che è rimasto, incoraggiamo dunque gli abitanti di Villanova e di Villagrande, nonché le genti degli altri centri ogliastrini colpiti da questa dolorosa calamità, a rinascere insieme.
Incoraggiamoli a rimboccarsi le maniche, a spazzare via il fango, a tappare le crepe sul cemento, a riparare i tetti delle case, a ricostruire i ponti, a ripulire le strade e a farlo in silenzio. Con la dignità di sempre.
Come si addice alle modeste formichine che da secoli abitano ogni collina che guarda alla Grande Montagna e che pur nella sciagura sanno che da quella verranno protette persino contro ogni maledizione da tregenda e da leggenda. Sempre. E comunque.
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Rina Brundu Eustace