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Se una cena al buio serve per far aprire gli occhi

 NUORO. Incredibile. Inimmaginabile. Sconcertante, emozionante, traumatica. La “prima cena al buio in Sardegna” organizzata dalla sezione nuorese dell’Unione Ciechi, ha coinvolto venerdì scorso circa cinquanta commensali tutti rigorosamente vedenti, che, dopo tre ore trascorse nelle tenebre, non saranno più le stesse persone di prima.
 Un’esperienza unica nel suo genere, voluta dai non vedenti dell’associazione per far capire direttamente a chi possiede il dono della vista, quanto male faccia a non apprezzarlo abbastanza. È un mondo a parte, quello dell’oscurità, fatto di suoni amplificati, di distrazioni non permesse, di una fiducia quasi obbligatoria nel prossimo. Un mondo che per chi è costretto a viverci, può essere affrontato, tollerato, superato, in qualche modo “domato”; ma che per gli altri si trasforma in un incubo, seppure lungo il tanto di una cena.
 Sono state tre ore di emozioni intense quelle che hanno separato l’antipasto dal caffè, ore di euforia per la nuova esperienza, di ilarità un po’ genuina e un po’ isterica, di paura, di panico, di dolore agli occhi e ai muscoli, involontariamente tesi, di angoscia, e anche di uno strano, innaturale sonno.
 Le condizioni in cui il corpo vive quotidianamente cambiano, e l’adattamento, pur con lo spirito migliore del mondo, non è facile.
 Gli ospiti, incuriositi e un po’ timorosi, sono arrivati all’“Hostaria da Massimo” alle otto in punto. Un po’ di luce proveniente dalla strada ha fatto ben sperare i più paurosi “sediamoci vicino alla finestra, così siamo almeno in penombra”. Ma che senso avrebbe? L’evento è stato studiato nei minimi dettagli: a rotazione i camerieri ciechi accompagnano i clienti ai propri tavoli. Calano anche le serrande del locale, è il buio totale. In bagno solo le fiammelle di due candele appoggiate sul pavimento permetteranno di usufruire dei servizi. Per il resto, solo nero, nient’altro che nero. Ai tavoli iniziano le presentazioni “chi c’è alla mia destra, chi alla mia sinistra?” si cerca di riconoscere le voci, ma non è facile come sembra. Prima di iniziare, il presidente dell’Uic Pietro Manca dà qualche indicazione: la bottiglia dell’acqua è quadrata, quella del vino tonda. Si inizia a perlustrare con le mani il tavolo, a volte ci si incontra, è imbarazzante. Ognuno tiene stretto il bicchiere del vino, il più a rischio perché di vetro. Arrivano gli antipasti. Si scherza e si ride mentre si acchiappano le pietanze con le mani: i primi tentativi di usare le posate falliscono subito. Va un po’ meglio con il primo, gnocchetti al sugo che sfuggono ma che, bene o male, ognuno riesce a mangiare. Intanto Pietro Manca gira con naturalezza per i tavoli nell’oscurità, da perfetto “padrone di casa” si accerta che tutto vada bene. In breve tempo, ogni tavolo riconosce il proprio cameriere. Sono veloci, silenziosi, perfetti. Non cade un piatto, un bicchiere, i danni li combinano i vedenti.
 Passa il tempo, e l’allegria si trasforma per alcuni in ansia, insofferenza e strani malesseri fisici. Nessuno resiste ad una capatina alla toilette, dove è sufficiente il piccolo lumicino per riappropriarsi di sé stessi e del proprio orientamento, smarriti di là, nel buio. Gli occhi fanno male, qualcuno preferisce tenerli chiusi, qualcun altro sente una sonnolenza improvvisa impossessarsi di lui. È il corpo che risponde al cambiamento ambientale. Le pause in bagno durano poco, altrimenti, il gioco non è valido, anzi, già si bara.
 Qualcuno, furtivo come il celebre Fantozzi che ruba le polpette durante la cura dimagrante, si nasconde con il viso sotto il tavolo e accende per un attimo il telefonino. Ma in quell’oscurità è come accendere un lampione, e partono i rimproveri per l’imbroglione.
 La cena si anima al momento del secondo: fettina di manzo con contorno di patate fritte. Vada per le patate, ma nessuno, senza averci provato, è capace di immaginare quanto sia complicato tagliare la carne con coltello e forchetta al buio. Qualcuno ci rinuncia, la maggior parte torna ai vecchi metodi, e mangia con le mani.
 Il momento del caffè coincide con il ritorno della luce: un sospiro di sollievo reso amaro dal pensiero che non per tutti, in sala, le tenebre sono scomparse. Cosa resterà a questo punto, di una tale esperienza? Non cambierà il mondo, ma vivere un’esperienza del genere, anche se per poche ore, può davvero cambiare la vita. Vivere gli affanni quotidiani con la giusta misura, saper capire cosa è grave e cosa, in fondo, non lo è, immedesimarsi anche solo per una attimo in chi non vede non per una colpa, ma per un caso, e capire che è solo per un caso, che ci si trova dall’una o dall’altra parte. Passato il momento più difficile, per tutti resta un’ emozione forte. Qualcuno si sente in colpa, come Ottavia, che collabora con l’UIC da più di quindici anni “stasera mi sono vergognata, perché mi sono resa conto di non aver capito, in tutti questi anni, quello che ho capito in questa cena, e, lo devo ammettere, ho avuto paura”.
 Alla fine della serata Pietro Manca ha ringraziato tutti i partecipanti per aver avuto il coraggio di mettersi in gioco in questa avventura. Ma il grazie va a lui e a tutti coloro che non si arrendono di fronte all’ignoranza degli altri.
 Solo conoscendo una situazione la si può migliorare secondo le reali esigenze di chi la vive: ma a questo punto è lecito chiedersi se la nostra sensibilità sia talmente ridotta da obbligarci a questo tipo di esperienze estreme per poter riuscire ad immedesimarci nel prossimo. La risposta, purtroppo, la conosciamo tutti.
Alessandra Corrias

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