D'Aspro, mito della fusione


CAGLIARI.Cattolico e massone. Artista e artigiano. Alla grande figura dell'arte contemporanea sarda, Franco D'Aspro, originario di Mondovi, in Piemonte, ma sardo d'adozione, viene finalmente dedicata un'ampia esposizione che rende visibile, grazie alla buona quantità di opere, per buona parte inedite - un centinaio circa e provenienti dalla collezione privata della vedova D'Aspro che le ha messe a disposizione - le straordinarie doti di questo artista eccentrico, dal sentire eclettico e quasi decadente. «Franco D'Aspro - Religiosità e mito nella fusione» è il (bel) titolo attribuito alla mostra voluta dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici di Cagliari e Sassari, inaugurata ieri nei locali della Pinacoteca alla Cittadella dei Musei (fino al 5 dicembre) e che in un percorso volutamente non cronologico, disegnato dallo storico d'arte Monica Passeroni, offre alla conoscenza e alla visione opere di superba bellezza, molte delle quali lasciano stupiti e colpiscono per l'amore fortissimo di questo artista per la forma. Figlio del secolo scorso, D'Aspro (1911-1995), è intellettuale che conosce in profondità correnti di pensiero e scuole d'arte. Abbraccia tanti stili senza sposarne mai alcuno fino in fondo, citazionista discreto, omaggia ma allo stesso tempo batte percorsi completamente propri e originali fino al punto che nelle sue opere - bronzi, bassorilievi e disegni - si può individuare uno stile unico. Fatto di grande rigore compositivo e soprattutto solida e raffinata sapienza artigianale. Si perchè D'Aspro fu il primo in Sardegna a impiantare una fonderia d'arte (a Villamassargia) dove personalemente si occupava delle fusioni per le sue numerose commissioni. In Sardegna e all'estero (con richieste di opere perfino da New York). Tra quelle più conosciute a Cagliari c'è la Caravella della Basilica di Bonaria, a Carbonia il monumento ai Caduti, ad Alghero la Vergine di Stella Maris...
Riprese, riadattandole con opportuni correttivi, le tecniche metallurgiche utilizzate dagli antichi nuragici per dare vita a sculture di notevole impatto e di affascinante bellezza che anche nelle linee e nelle figure riprendono proprio i bronzetti nuragici come si può vedere nei gruppi di famiglia, nei minatori o nei selvaggi cavalli.
Esplorando le sale dell'esposizione, tra disegni a carboncino e pastelli riproducenti volti colti in pose di prorompente teatralità, bronzi di nudi e corpi danzanti in bassorilievo che ricordano le linee morbide di un Cezanne, come il libero segno picassiano, fino ad arrivare, nell'ultima (più avvincente) sezione della mostra, tra gli inquietanti Cristi sulla croce, cavalieri dell'Apocalisse e Calvari, non è difficile rintracciare quella sorta di dicotomia, sempre presente nell'opera di D'Aspro.
Tra le opere 'civili", dai bozzetti alle sculture raffiguranti l'amato Paganini o i pastori sardi, quasi disegnati da Giacometti e quelle opere destinate agli altari delle chiese. Tra sacro e profano. È tra queste due sponde che sempre si dibattè l'uomo e l'artista. E non è un caso - conferma poi, anche lo storico Passeroni, durante la visita - che proprio nei Crocifissi (avvolti da una sorta di compassionevole 'pietas" che umanizza in modo considerevole la figura del Salvatore) e soprattutto nell'Apocalisse che si coglie la tensione, tra l'uomo che ha abbracciato la filosofia massonica e il fervente credente. In queste, come in altre simili opere, cosi ricche di rimandi simbolici si intuisce la potenza di una tempesta di sentimenti e passioni che si agitavano dentro l'animo di un uomo e di un artista che amò la Sardegna di un amore vero.

Walter Porcedda