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L’università si schiera con i ricercatori


 CAGLIARI. I ricercatori hanno ottenuto la solidarietà necessaria dal senato accademico con un voto unanime contro il decreto legge che decima i ricercatori, rende precari gli ordinari e, soprattutto, guarda agli enti privati come i destinari dei finanziamenti per la ricerca scientifica. Un successo per il coordinamento dei ricercatori, forse più scontato di quanto si pensasse se si è prestata attenzione alle ultime parole del rettore Pasquale Mistretta ieri a riunione quasi finita: «Attendo per martedì dai presidi di facoltà una nota in cui si dichiara che le lezioni sono riprese regolarmente».
 Dovevano cominciare il 4 ottobre, ma ancora non se ne era vista una di quelle tenute dai ricercatori, che costituiscono un terzo della forza docente non soltanto in Sardegna ma in quasi tutta l’Italia, ricco Nord compreso.
 La storia domina le cronache di questi giorni. Nella commissione parlamentare si esamina un decreto che, se passasse, introdurrebbe un sistema contrattuale di stampo americano per ordinari, associati e ricercatori. In teoria niente di male, vista la qualità della ricerca e della didattica di certe università americane, nella pratica un disastro perché il criterio americano è prima di tutto basato sul merito, sulla scoperta e sulla valorizzazione, anche economica, dei talenti. In Italia non si sa neppure prevedere cosa succederebbe se un ordinario sapesse di durare in carica tre anni e il ricercatore si ritrovasse a dover dimostrare chissà quali doti e risultati senza soldi, senza programmazione, senza sostegno per i progetti proposti. Perché «questo decreto legge punta ad affidare la didattica all’università e la ricerca, quella biomedica in particolare, ai grandi centri privati», spiegava un’affermata ricercatrice, la quale poneva un grande dubbio: «La didattica universitaria riesce a pesare di più di una buona didattica di livello liceale anche perché c’è un travaso continuo dei risultati delle ricerche sulla didattica. Lo stesso docente è un ricercatore, che si circonda di ricercatori. Se queste due attività vengono separate, come si potrà mantenere la supposta eccellenza universitaria?». Così, ieri, a seguire di tante regioni italiane dove i senati accademici si sono già espressi contro il decreto, il senato cagliaritano (che è composto dai presidi delle facoltà) ha votato contro attraverso una mozione articolata. Erano pronti a protrarre lo sciopero delle lezioni, ma i ricercatori ieri sono stati ammessi (assieme agli studenti) alla prima seduta a porte aperte mai tenuta dal consesso e hanno partecipato intensamente al dibattito. «Il 15 gennaio - ha detto tra l’altro il rettore Mistretta -, la conferenza dei rettori e il coordinamento dei ricercatori si incontreranno a Roma a un tavolo comune proprio per discutere di tutte queste novità. In due mesi di tempo speriamo di trovare spiragli». Che sarebbero i soldi necessari per conciliare la riforma pretesa dal ministro della pubblica istruzione e le sensate proteste del mondo accademico.
 Perché, a ben guardare, non è una battaglia di retroguardia: rendere precario un apparato dove non c’è abbastanza denaro per tenere in vita il sistema come le esigenze di studio richiedono, in Italia può comportare, tra l’altro, un’ulteriore fuga di cervelli visto che i ricercatori di ogni branca, ma quelle scientifiche in particolare, hanno bisogno di denari e strumentazioni. Non è acqua fresca la mozione votata ieri. Tra l’altro «... il senato accademico manifesta al ministro la forte preoccupazione di fronte all’eventualità, confermata dalla notevole adesione del corpo accademico al documento d’ateneo sul decreto legislativo C4735, che i docenti limitino la propria attività didattica ai soli obblighi istituzionali ai sensi della legge 382 del 1980, qualora l’iter del decreto presso la Camera dei deputati non venga fermato. Tale forma di protesta avrebbe infatti conseguenze gravissime sul regolare svolgimento della didattica e potrebbe determinare il blocco dell’anno accademico». Anche il senato di Cagliari chiede «la sospensione immediata dell’iter legislativo del decreto e l’avvio da parte del ministro di un reale confronto con le rappresentanze universitarie su tutti i problemi dell’università».
 In sostanza, il senato ha fatto propria la piattaforma dei ricercatori. In un passaggio della mozione stigmatizza «l’abolizione della figura dei ricercatori attraverso la messa ad esaurimento del loro ruolo e la loro progressiva sostituzione con contrattisti a tempo determinato, che sicuramente scoraggerebbe l’ingresso dei migliori in una professione che verrebb a configurarsi come poco allettante economicamente e dall’incerto futuro».
 Sullo sfondo «la mancata previsione di finanziamenti adeguati destinati alla didattica e alla ricerca - è scritto ancora nella mozione -, le quali devono trovano principalmente nelle università pubbliche la loro naturale collocazione senza il rischio di veder trasferire a istituti extrauniversitari e a soggetti privati la titolarità delle stesse».
- Alessandra Sallemi