La differenza tra gatto e leone

La storia dello Statuto sardo comincia lo stesso giorno in cui finisce la guerra in Italia. 29 aprile 1945: mentre a Piazza Loreto la macabra esposizione dei cadaveri di Mussolini e degli altri fucilati di Dongo chiude nell'orrore il ventennio fascista, si riunisce a Caglari la Consulta regionale. Cerimonia solenne, aperta da un lungo messaggio di Ivanoe Bonomi che indica nella preparazione della carta autonomistica della Sardegna il compito principale del nuovo organismo.
Finisce la dittatura, nasce la democrazia: qualcuno dice «rinasce», perché anche l'Italia prefascista lo era. Ma la Consulta nazionale, qualche mese dopo, sarà inaugurata da una dura polemica fra Ferruccio Parri, uno dei capi della guerra di Liberazione, e Benedetto Croce, il patriarca dell'Italia liberale, proprio su questo punto: per Parri quella che c'era prima del fascismo non era una vera democrazia, ma un regime di oligarchie borghesi. Il «Vento del Nord» dovrebbe portare aria nuova.
Quell'aria nuova si dovrebbe sentire anche in Sardegna, una delle pochissime regioni d'Italia (quasi l'unica) che sia stata risparmiata dalla guerra guerreggiata, dallo scontro e dal passaggio degli eserciti contrapposti. Emilio Lussu, che è in questo momento (nonostante i mugugni di qualche vecchio notabile del suo partito) l'unico vero leader dell'isola che abbia avuto esperienze europee, nel giugno 1943, pochi giorni prima di tornare dall'esilio francese, ha scritto un librino intitolato «La Ricostruzione dello Stato». Lo Stato cui pensa è uno stato federale e socialista. Quando è tornato in Sardegna, nel luglio del '44, subito dopo la liberazione di Roma, ha chiamato «compagni» gli amici sardisti d'un tempo, con grande loro sconcerto. La cultura che circola nel mondo politico sardo è una cultura libresca, che gli intellettuali di provincia contrari al fascismo hanno messo insieme leggendo i testi che riuscivano a penetrare nella cortina (a maglie larghe, bisogna dire) della censura del regime. Sono soprattutto avvocati, delle città piccole e grandi, che hanno testimoniato le loro idee politiche spesso coraggiosamente: Gonario Pinna, a Nuoro, è stato proposto più volte per il confino, Michele Saba, a Sassari, è stato arrestato due volte, e una tenuto a lungo a Regina Coeli. C'è stato anche un antifascismo operaio e proletario, molta gente è finita nelle isole (in «villeggiatura», come diceva il titolo d'un film di Marco Leto) o davanti al Tribunale speciale. Ma la loro voce, di cui pure si fanno eco i partiti di sinistra, è molto meno ascoltata dell'altra.
Il discorso l'ha aperto una volta Guido Melis, a proposito della debolezza sostanziale dello Statuto sardo: quello Statuto era cosi debole perché era debole, non aggiornata, la cultura degli uomini che lo scrissero? È un fatto che di questa debolezza si cominciò a vedere i segni da subito, mentre lo Statuto era ancora nel ventre della Consulta. Che, intanto, di progetti di statuto ne approntò soltanto due, uno firmato Dc e l'altro firmato Psd'A (le sinistre non volevano immischiarsi, arroccate com'erano, allora, su posizioni antiregionaliste), e presentati per di più a poco meno di un anno dall'entrata in funzione della Consulta. Intanto la Sicilia aveva avuto il suo Statuto: Mario Berlinguer e Emilio Lussu capirono i danni che poteva fare tutto quel ritardo e proposero al governo di estendere alla Sardegna lo statuto «forte» che era stato dato ai siciliani. I consultori cagliaritani rifiutarono con sdegno l'idea di uno statuto «octroyé», come si diceva, cioè graziosamente concesso dall'alto invece che duramente conquistato dai diretti interessati - che tanto duri, in realtà, non erano. Ancora a luglio del 1947 Lussu implorava il governo, alla Costituente, perché si sbrigasse a dare all'isola lo strumento autonomistico. «Faciamus experimentum», lasciateci fare questo esperimento, aveva già chiesto cinquant'anni prima l'economista Giuseppe Todde. Ma in quel luglio del '47 troppe cose erano cambiate. A primavera De Gasperi aveva estromesso comunisti e socialisti dal governo di unità antifascista, la Dc si stava spostando sempre più velocemente a destra mentre le sinistre si erano (tardivamente) convertite al regionalismo.
Lo Statuto che arrivò alla Costituente aveva già subito tutti gli indebolimenti di cui gli schieramenti politici isolani di maggioranza si erano fatti carico. La commissione della Costituente incaricata di esaminare il progetto ci mise altro del suo. C'è un dato irrefutabile: l'Assemblea aveva concluso la sua esistenza il 31 dicembre 1947, appena varata la Costituzione. Durava in carica sino alla fine di gennaio soltanto per assolvere a due compiti, come dire?, complementari: approvare gli statuti delle cinque Regioni a statuto speciale e fissare le norme per l'elezione del Senato. Allo Statuto sardo furono dedicati due giorni, il 28 e il 29. C'era aria di liquidazione, come quando una famiglia si prepara a traslocare. E c'era anche l'opposizione dei liberali: quella di Einaudi (vicepresidente del Consiglio e ministro del Bilancio) agli articoli sull'autonomia finanziaria della Regione fu cosi forte che si dovette sospendere la seduta, il veccho guru Francesco «Ciccio» Nitti gridò che quello statuto minava le basi stesse dello Stato.
Lo Statuto fu votato il 31 gennaio, verso le dieci di sera. Mancavano due ore alla fine della Costituente. Su 362 votanti, ebbe 280 voti a favore, 81 contrari. Lussu era scontento. «Al momento del voto dissi a Pietro Mastino - avrebbe ricordato - che votavo a favore solamente per evitare che per un solo voto lo Statuto non venisse approvato neppure cosi ridotto». Ricordando quel momento, Lussu ci ha lasciato una delle sue indimenticabili battute: «Lo Statuto che ci diedero somigliava a quello che i sardi avevano sognato per anni come un gatto somiglia a un leone: l'unica cosa che hanno in comune è che tutt'e due appartengono alla famiglia dei felini».