ARCHIVIO la Nuova Sardegna dal 1999

Lisa Foa racconta un pezzo della nostra vita

E’ uscito in questi giorni da Sellerio un delizioso libretto di memorie di Lisa Foa, intitolato “E’ andata così”. Ne raccomando la lettura: Lisa Foa, classe 1923, ha vissuto in prima fila tanta parte della vita politica e culturale italiana, e dunque ogni cosa che racconta è davvero un pezzo della vita di tutti noi.
 Lisa Foa nasce Giua, figlia di quel Michele Giua che la natale Castelsardo non sembra disposta, ogni tanto, a ricordare come dovrebbe. Torinese, ma legata alla Sardegna in un modo misterioso che va al di là delle radici del Dna (“In casa, quando i figli si impuntavano su qualcosa, dicevamo ‘ecco il filone sardo’”). Rimemorando gli anni e gli incontri del tempo dopo il Sessantotto, Lisa Foa introduce una memoria sassarese. “Ricordo un convegno organizzato dall’Università di Sassari da un docente padovano per discutere un libro di Jean Chesnaux, ‘Cos’è la storia’, una riflessione antiaccademica che aveva avuto a quel tempo una certa risonanza. Vi fui invitata con Fabio Levi e Guido Crainz e portai con me anche due comunisti inglesi trotzkisteggianti. Alcuni estremisti sassaresi, capitanati da Guido Melis in camicia rossa, ci contestarono in quanto estranei alla Sardegna e portatori di intenti colonialisti. C’era anche Joyce Lussu, popolare in Sardegna anche come moglie di Emilio. Lei fu un po’ semplicistica, disse: ‘Cos’è la storia? Si fa la rivoluzione ed ecco la storia!’. Ci furono repliche polemiche, anche da parte di Chesnaux, e seguì un’infiammata discussione. Il presidente del convegno, il professor Manlio Brigaglia, e Simone Sechi, che l’aveva organizzato, fecero fatica a calmare le acque, ma alla fine ci riuscirono usando pazienza e soprattutto ironia”.
 Non lo dico per me, lo dico per Guido Melis (che era oltretutto uno degli organizzatori dell’incontro): e che si dev’essere dispiaciuto non solo per la rozzezza del discorso che gli viene attribuito (anche se in quegli anni di rozzezza ce n’era anche nei posti più impensati) ma soprattutto per quella sua rappresentazione in veste, anzi in camicia, di tribuno. Guido lo conosco da quasi cinquant’anni, forse di rosso non ha mai messo neppure la cravatta. E veniamo al discorso. Mi ricordo che Guido cercò di spiegare la diffidenza che i sardi hanno per tutti quelli che vengono da fuori a spiegargli com’è fatta la Sardegna, di che cosa ha bisogno e che cosa deve fare. E fece l’esempio della Commissione parlamentare d’inchiesta guidata da Depretis - un viaggio di cui, a occhio e croce, cadeva in quell’anno il centenario - che era venuta in Sardegna, l’aveva attraversata molto di corsa, con gran discorsi e soprattutto - come racconta anche Paolo Mantegazza che ne faceva parte da deputato, e lo ricordò nel suo “Profili e paesaggi di Sardegna” che la “Nuova” ha ripubblicato qualche mese fa nella sua “Biblioteca” - con gran pranzi a base di porcetti, e poi, tornata in Continente, si era dimenticata di presentare al Parlamento quella relazione per cui era stata mandata nell’isola. Il tutto detto con la gentilezza (magari un po’ severa, come usava allora nella sinistra) che è stata sempre costume di Guido. E’ curioso il meccanismo per cui quell’incontro si è assestato, nella memoria di Lisa Foa, in questo modo così diverso: forse perché la discussione sul libro di Chesanaux, ma anche su “Storia e/o rivoluzione” di Giampiero Bozzolato (il professore padovano di cui parla la signora Foa), fu intensa ed accesa, e Joyce Lussu ci mise il pepe della sua vocazione libertaria. Ma anche senza bisogno di ironia tutto sarebbe finito in serenità e amicizia: come infatti fu.