Divina Commedia in limba, l'ultima fatica di Monni


Il capolavoro di Dante Alighieri sembra stimolare il gusto dei sardi. A parte lo spiccato interesse mostrato in vari periodi dai letterati isolani per le testimonianze e reminiscenze di Sardegna contenute nella Divina Commedia, la nostra regione vanta forse un primato per quanto riguarda le traduzioni in lingua materna del poema. Con la recente versione in limba di «Sa cummedia divina», da parte di Paolo Monni, completata con l'edizione della terza cantica (Della Torre, Cagliari, 2003), la Sardegna registra in meno di un secolo la presenza di ben due traduzioni di livello: quella appunto di padre Monni e quella di Pietro Casu, altro sacerdote letterato di valore, datata attorno agli Anni 30.
Che cosa spinge allora i sardi ad amare tanto la Divina Commedia, dal volerla voltare a più riprese nella propria lingua? Qual è insomma la causa di siffatto «impulso segreto», come lo chiama lo stesso traduttore nella sua premessa all'opera? Stando alle testuali parole di quest'ultimo, tre motivi fondamentali potrebbero elencarsi. Il primo è generale: dimora nell'orecchio musicale, tipico di tutti i popoli tradizionali. Il secondo risiede nella singolare attrazione propria dei «pastores e massajos sardos ch'in su tempus passau si frimaban a leghere e ripetere a mente sos cantigos de Dante... o de sos ateros poetas mannos italianos latinos e grecos». Il terzo consiste nella speciale sollecitudine per l'opera dantesca comune a ogni sacerdote letterato: sia in quanto sommo exemplum «de poesia berdadera», sia a cagione dell'«umanesimu cristianu» che tutta la pervade; e nella sollecitudine specifica del sacerdote letterato sardo, in particolare, giacché attraverso la traduzione in limba di un capolavoro della poesia europea adempie un'opera meritoria a favore della lingua sarda, contribuendo a valorizzare quest'ultima sopra un modello universale, recuperandone l'antica radice espressiva e comunicativa. C'è poi l'inconscio, inconfessato sentimento di coappartenenza alla civiltà e alla tradizione italiana celato nella coscienza etnico-culturale dei nostri corregionali.
A differenza della versione di Pietro Casu, alquanto corriva e talvolta semplificatoria e italianizzante, la traduzione di padre Monni si mantiene più aderente all'espressione sarda nei suoi aspetti estrinseci e intrinseci. Anzitutto lessicali e morfosintattici. Ragion per cui è anche più impervia, quasi ostica a comprendersi. Non per niente si è reso indispensabile a corredo un glossario dei termini più arcaici o inusitati o malnoti. E, certo, la traduzione di padre Monni è una traduzione che potrebbe ben definirsi della specie «agonistica»: trattandosi di un autentico «corpo a corpo» con l'originale, durato anni.
Il volume di ogni singola cantica è introdotto e presentato da uno specialista di vaglia nel campo della lingua e letteratura. Nella fattispecie, rispettivamente, da: Giulio Paulis, Giovanni Pirodda e Massimo Pittau. L'ultimo libro, data anche l'altra materia metafisica e teologica, reca pure un commento di spiritualità del vescovo di Nuoro, monsignor Meloni. Le soluzioni traduttorie di Paolo Monni faranno felici i puristi. L'autore dichiara di essersi attenuto nel suo lavoro a un certo tipo di «convenzione» per la scrittura del sardo-logudorese-nuorese (che è la varietà prevalentemente usata dal Monni, il quale tuttavia non si preclude la scelta anche verso occasionali varianti); come pure egli ammette di essersi attenuto alle norme di base ortografiche, fonetiche e morfologiche del modello di Limba sarda unificada. Ma solo fino a un certo punto, e «questo non per una puntigliosa scelta individualistica, ma per necessità di composizione poetica e per coerenza interiore all'opera stessa da me iniziata, quando le briglie, soprattutto nel vasto campo della grafia, erano del tutto sciolte». A buon diritto Giovanni Pirodda sostiene, da parte sua, che «la pubblicazione della Divina Commedia tradotta in sardo da Paolo Monni costituisce nel suo complesso un evento di grande rilevanza. Sia dal punto vista linguistico che da quello più generalmente culturale».
Potremmo peraltro azzardare che tale effetto di straniamento e innalzamento di tono pare oggi meglio conseguibile e conseguito proprio attraverso la scelta puristica e arcaistica di un sardo integrale. Un certo integralismo a dire il vero s'aggira, più estesamente, nelle intenzioni e nella stessa concezione e operazione stilistico-letteraria e culturale di padre Monni. Egli ha accompagnato ogni cantica con un'orazione programmatica, una dichiarazione d'intenti redatta rigorosamente in limba. Ma nel terzo libro l'autore ha allargato ulteriormente il tiro, riassumendo le sue iee e per cosi dire istituzinalizzando la propria posizione con un titolo quanto mai emblematico: «Poesia Polis Pietas», dove alla realtà storico-antropologica del «Populu sardu» si affianca e si coniuga il principio di una «Tzittade europea». A conferma che questa operazione traduttiva era fondata sulla base di una puntigliosa e conseguente motivazione ideologica.
«Unu traballu raffinadu e pensosu» - definisce padre Monni la propria impresa, citando a sua conforto alcune riflessioni di Raimon Panikkar, il profeta della diversità culturale - «pro mustrare a mime matessi e a bois leghidores che amus una limba chi balet cantu sas prus mannas, chi non si birgonzat de s'istoria chi at iscrittu e fortzis de cudda chi at a iscribere in sos seculos benidores, in custa Europa e in custu mundu».
Col che l'autore - il quale non teme di rivelarsi animato e sostenuto da ambiziosi e generosi propositi - si inscrive di diritto entro la famiglia spirituale degli insigni illustratori e difensori della lingua patria (pensiamo magari agli esempi insigni ed emblematici di un Joachim du Bellay, autore della «Défense et illustration de la langue francaise» e al Rivarol, autore dell'altrettanto celebre «De l'universalité de la langue francaise»). Ebbene, nel suo piccolo, anche padre Monni, come già a suo tempo il canonico Spano, viene componendo l'elogio vivente della lingua sarda tramite l'esempio concreto del proprio lavoro a servizio della letteratura e della cultura.
Non sempre si può essere d'accordo con i toni e con gli stessi contenuti dell'estremismo appassionato - quasi il fondamentalismo identitario - di padre Monni, il quale individua nella limba, nella sua purezza quasi arcaica, la radice culturale assoluta - poetica, politica e religiosa - «chi mantenet s'identitade e sa libertade de su populu sardu».
Resta però il fatto che questa traduzione è assai bella, ancorché o proprio perché ardua, a conferma che il sardo nasce musicalmente congeniale con la lingua dantesca, forse per una comune aura espressiva di poderosa medioevalità (mentre viceversa esso sembra ribellarsi alla forzatura che gli impongono talvolta certe imperterrite traduzioni in limba di autori moderni e contemporanei troppo lontani dalla sua temperie culturale).
Ma questo stesso medioevalismo ad alta viscosità, per dir cosi, concepito quale sorta di «philosophia perennis» e pegno comunitario di liberi ordinamenti linguistici e culturali, è poi sufficiente a sua volta a garantire, senza all'apporto di ulteriori metamorfosi, un futuro adeguato all'identità sarda nel mondo che muta?
«Sa tzittade oje no est pius ne Atene ne Roma ne Londra. Oje est s'Europa - puntualizza padre Monni -... Oje sa polis est s'Europa e pro custu mi domando comente at a faghere su populu sardu a si cunfruntare cun sos atteros populos de s'Europa, si perdet s'identitade propria».
Proposizione limpida e nobile, dalla quale si evince tuttavia un preconcetto di fondo: vale a dire che l'avvento della modernità equivalga in sé e per sé alla cancellazione meccanica della lingua e delle radici, e che la salvezza consista esattamente nell'opporsi alla storia, in nome di un'altra storia, ritenuta legittima e genuina, in quanto appunto «antecedente» e «autoctona». È l'equivoco delle «appartenenze»: identificando e appiattendo l'immagine della Sardegna sull'esclusivo piano della cultura antropologica, si è finito per confinare e confiscare un'ampia gamma della civiltà e memoria storica isolana nel sospetto della cosiddetta «inappartenenza»: vale a dire si è censurato un patrimonio di inestimabile valore, che tuttora attende nell'isola di essere recuperato e valorizzato: e che potrebbe mostrarci come la civiltà in Sardegna non è solo quella pur cospicua e incomparabile della cultura contadina.
Precisato ciò, non resta peraltro che ribadire con convinzione come Sos canticos de d'Inferru, de su Purgatoriu e de su Paradisu bortados dae Paulu Monni e illustrados da sos pintadores Eliu Monzelsi e Toninu Sezzi si dimostrano per diversi aspetti opera di «tanta valenza linguistica e culturale» (Massimo Pittau) che siamo assolutamente persuasi non potranno mancare negli scaffali e nelle biblioteche di quanti prediligono la buona lettura e la grande letteratura.

Leandro Muoni