Le vere debolezze del Sessantotto


TORINOLe debolezze del '68. Soprattutto di questo ha parlato ieri alla Fiera del libro Marco Revelli presentando il volume edito dalla Cuec «Rivelazioni e promesse del '68», che raccoglie gli atti di un convegno tenutosi a Cagliari nel 1998 in occasione dei trent'anni della rottura politica e culturale segnata dal movimento studentesco, in Italia come in ogni altra parte del mondo.
Alcune promesse, il '68, le ha mantenute. La messa in circolo di anticorpi antiautoritari contro la sclerosi della politica ufficiale, ad esempio. E gli effetti durano tuttora. E poi il rifiuto della delega ai politici di professione e la democrazia come partecipazione diretta alla gestione della cosa pubblica di cui ha parlato l'altro relatore chiamato dalla Cuec a presentare il libro, Franco Sbarberi.
Quanto queste promesse siano operanti oggi e quanto siano importanti, lo si vede nei movimenti che ancora attraversano le società occidentali, da quello pacifista a quello no global sino ai girotondi.
Lo hanno opportunamente notato anche due dei curatori del volume intervenuti al dibattito di ieri, Walter Falgio e Daniele Mocci. I quali hanno anche gettato un ponte tra l'antiautoritarismo libertario dei movimenti giovanili del '68 e la cultura che sta dietro alle esperienze di auto organizzazione della conoscenza e dei rapporti tra individui rese possibili da Internet e dalle tecnologie informatiche. Ma poi ci sono i ma. Che sono quelli di cui ha detto, appunto, Revelli, allievo di Norberto Bobbio e, a suo tempo, uno dei leader del '68 italiano.
Due le principali debolezze del '68. La prima, la più grande, è per Revelli l'incapacità mostrata dal movimento di inventare forme nuove della politica. Nel grande crogiolo della contestazione sono confluite, specialmente in Italia e in Europa, tradizioni diverse della cultura politica del Novecento, dal marxismo di Rosa Luxembourg all'esperienza dei soviet nella prima fase della rivoluzione bolscevica, dall'esistenzialismo sartriano al pensiero critico francofortese.
Ma di queste culture non è stata operata una sintesi che ne costituisse - questo è il punto che a Revelli preme di più - un effettivo superamento. Superamento in che direzione? In direzione di una negazione radicale della assolutizzazione della politica, della preminenza della politica su ogni altro aspetto della vita sociale e individuale. Lo slogan «tutto è politica» gridato nei cortei aveva dietro una cultura ancora legata al primato della dimensione statuale come unico campo di realizzazione di una società di liberi e giusti. Revelli lo dice da tempo e lo ha ripetuto anche ieri: se non si esce dal modello fondativo della cultura politica occidentale, quello del Leviatano di Hobbes, non si va da nessuna parte, si resta prigionieri di una concezione della politica in cui l'uso legittimo della violenza è pur sempre uso della violenza. Con tutti prezzi che, anche a sinistra, e anche nell'esperienza del '68, si sono pagati. La vera domanda è invece: è possibile un modo di fare politica che alla violenza, in qualunque forma considerata, rinunci per principio?
La seconda debolezza del '68 indicata da Revelli è la mancanza di senso del tragico. La contestazione giovanile aveva dietro di sé esperienze assolute del tragico: la Shoah, Hiroshima, i gulag. Ma nella gioiosa adesione al movimento, nell'immergersi vitalistico dentro l'onda liberatoria della rivoluzione, quelle esperienze furono come rimosse. «Noi avevano più il senso del comico», dice Revelli. Una risata vi seppellirà, era un altro degli slogan del '68. Per Revelli la demistificazione comica in nome di una vita che si afferma nel movimento nella sua immediatezza ha impedito di capire che la vita è una faccenda un po' più complicata, che nella vita ci sono antinomie, contraddizioni, che non si risolvono con lo sventolio di una bandiera, interrogativi di senso - ad esempio di fronte alla morte o al male - che nessuno slogan può risolvere.
E fa impressione sentire Revelli che fa questi discorsi in una Fiera del libro che quest'anno è dedicata proprio al tema del ridere e che ha un programma imbottito di comici di tutte le specie. I comici fanno audience, i comici scrivono best seller. E se la pervasività del comico fosse uno dei più potenti strumenti non più di critica e di emancipazione ma di istupidimento collettivo? Colpa anche del '68?

dal nostro inviato Costantino Cossu