Gramsci e l'isola laboratorio

Pubblichiamo il testo della relazione letta sabato da Guido Melis al convegno organizzato ad Ales dai Ds su «Gramsci, le dimensioni della politica».


di Guido Melis
E' stato Giuseppe Fiori, nella sua insuperata biografia del 1966, a mettere finalmente Gramsci coi piedi per terra. A farne cioè un uomo in carne ed ossa (l'espressione sarebbe piaciuta a Gramsci), corpo fisico e non più solo testa e pensiero: innanzitutto collegandolo in modo definitivo alle sue radici sarde.
Prima di lui, sulla Sardegna quasi il silenzio, sebbene con qualche importante eccezione. Una fra tutte, la più importante: Piero Gobetti, nel 1924, aveva descritto il giovane Gramsci torinese come impegnato nella fatica individuale di vincere l'istinto «maturato nelle campagne isolane, dove le opinioni politiche giungono logicamente sino all'abigeato e alla pratica dell'assassinio vendicatore». E aveva aggiunto: «Pare venuto dalla campagna per dimenticare le sue tradizioni, per sostituire l'eredità malata dell'anacronismo sardo con lo sforzo chiuso e inesorabile verso la modernità del cittadino».
Diagnosi straordinariamente acuta, oltreché precocissima. Vi si coglievano i due elementi essenziali della «sardità» di Gramsci.
Innanzitutto il senso originario di quel «socialismo sardista», di ispirazione ribelle e contadina, immediatamente antistatuale, che Gramsci stesso avrebbe poi descritto in un passo eloquente del 1924: «Che cosa mi ha salvato dal diventare completamente un cencio inamidato? L'istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso dieci in tutte le materie nelle scuole elementari, mentre andavano il figlio del macellaio, del farmacista, del negoziante in tessuti. Esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini ed io pensavo allora che bisognava lottare per l'indipendenza nazionale della regione: 'Al mare i continentali!"». E poi, al tempo stesso, vi si intravedevano i tratti salienti di quello sforzo inesorabile [...] che il Gramsci ragazzo dovette compiere, lui «triplice e quadruplice provinciale» come si definiva, per superare lo stacco tra la sua cultura d'origine e quella propria di una società urbana e industriale, anzi, di una società che era allora la più urbana e industriale che si potesse concepire. [...]
Questione sarda.Questo sforzo inesorabile, quasi una sovrastante fatica fisica e psicologica che lo avrebbe segnato per sempre, è appunto il tratto peculiare della biografia gramsciana [...] Una sorta di filo rosso, spesso dichiarato, altre volte implicito, lega l'esperienza della Sardegna agli anni successivi. Molti i segnali: basterebbe citare, tra i primissimi, l'appassionata ricerca intorno alla lingua sarda ispirata dalle lezioni universitarie del Bartoli; o, poco più tardi, gli eloquenti scritti politici del periodo 1913-1920, tra i quali soprattutto quelli dedicati alla Brigata Sassari impiegata in servizio d'ordine pubblico contro gli operai torinesi o alla associazione «Giovane Sardegna», nel 1919. La Sardegna appare già, in queste iniziative politiche (diffusione di manifestini in sardo tra i soldati, propaganda capillare tra paesani, analisi dell'interesse comune tra contadini e pastori sardi e operai torinesi, denuncia dell'ambiguo interclassismo paternalistico del sardismo delle classi dirigenti isolane) come una situazione esemplare, sia nei riguardi del problema meridionale che della alleanza operai-contadini. Solo due anni prima, nell'ottobre 1917, Gramsci aveva scritto al socialista iglesiente Angelo Corsi, futuro deputato della Sardegna prima dell'avvento definitivo della dittatura, per proporgli di collaborare al settimanale «Il Grido del Popolo» e aveva usato un'espressione precisa, quasi programmatica: «Per far conoscere la Sardegna nuova all'Alta Italia [...] e per meglio rinsaldare la coscienza unitaria del proletariato italiano».
La coscienza unitaria del proletariato italiano. Non erano, nel dibattito socialista dell'epoca, parole e concetti comuni. In Sardegna, ad esempio, il movimento operaio si era radicato, quasi a macchia, nelle sole zone di insediamento operaio e minerario, in totale separazione dai problemi incombenti della società agropastorale. Dopo la guerra mondiale i contadini-soldati di cui avrebbe poi parlato Lussu, irrompendo per la prima volta nella storia del Novecento, avrebbero trovato semmai altrove, nelle file dell'appena costituito Partito sardo d'azione soprattutto, la propria scuola di formazione politica: e tra socialisti e sardisti sarebbe stata a lungo reciproca diffidenza, quando non guerra aperta.
Del tutto diverso era invece, sin da queste prime battute, il discorso di Gramsci, profondamente collegato in questa prima fase a quel modello consiliare che - lo ha osservato acutamente Salvadori - distingue già «un meridionalismo di tipo nuovo» rispetto alla tradizione dei Salvemini e dei Ciccotti.
Prendeva forma allora, per gradi, un'analisi della questione sarda che ne proiettava i temi in una dimensione nazionale, definendola come l'aspetto peculiare (e qui stava un'altra novità: la sua riconosciuta particolarità) di complesse contraddizioni che non riguardavano solo i contadini sardi ma tutti i lavoratori italiani, a cominciare dagli operai del Nord.
Secondo tempo.C'è poi un secondo tempo della riflessione gramsciana sulla Sardegna, e viene nei primi anni Venti, anzi, per essere esatti, accompagna la svolta del 1923-24, il periodo breve ma intenso nel quale Gramsci diventa segretario del partito e deputato alla Camera. Una battuta, tratta da una lettera a Togliatti del 1923, consente di introdurre efficacemente il discorso. E' là dove Gramsci, parlando del Partito Sardo, lo definisce come «il campo per affermazioni essenziali nel problema dei rapporti tra proletariato e classi di campagna».
Soffermiamoci un attimo su questa affermazione. La lettera, da Mosca, è datata 18 maggio 1923 e traccia le linee fondamentali della nuova politica che i comunisti dovrebbero svolgere verso i partiti «democratici» a base contadina (l'accenno, infatti, si estende poi anche al Partito popolare); qualche mese dopo Gramsci definirà il Psd'Az come «la formazione del primo partito laico dei contadini»; nel marzo dell'anno successivo, nell'indicare quale indirizzo i comunisti debbano imboccare per uscire dalle secche del settarismo bordighista, scriverà: «Studio delle possibilità militari d'una insurrezione armata nel Mezzogiorno e nelle Isole. Studio della possibilità di fare alcune concessioni di carattere politico a queste popolazioni con la formulazione di 'repubblica federativa degli operai e dei contadini" invece di 'governo operaio e contadino"».
Le linee dell'iniziativa gramsciana sul terreno della questione sarda sono dunque già abbozzate a sufficienza nel carteggio del 1923-24. La riflessione di Gramsci sul problema sardo, da adesso in poi, si svilupperà nell'ambito di una più generale revisione della politica «contadina» del suo partito.
Due grandi temi più generali si intravvedono attraverso il prisma della questione sarda: la corposità ed evidenza della questione agraria in Italia (la sua rilevanza ai fini della rivoluzione: non dimentichiamo che agiscono in Gramsci anche le suggestioni del dibattito sovietico del 1922-23 intorno al tema della Nep); e il fatto che questa questione assume nel nostro Paese i tratti caratteristici delle questioni regionali, chiamando direttamente in causa la precarietà e astrattezza del processo di unificazione nazionale ed evocando acute contraddizioni su base territoriale (a cominciare da quella tra Nord e Sud) mai affrontate e risolte dalle classi dirigenti. Ecco dunque, accanto al problema contadino, affacciarsi quello delle autonomie.
Il laboratorio.Si chiede Gramsci nel 1923: «Perché in Sicilia i grandi proprietari sono autonomisti e non i contadini, mentre in Sardegna sono autonomisti i contadini e non i grandi proprietari?». Perché cioè in Sardegna il sardismo, al di là delle sue contraddizioni, si presenta come un grande movimento di massa a base popolare?
Questo interrogativo fondamentale troverà una più organica risposta nel saggio del 1926 sulla questione meridionale. Quel che mi preme, adesso, è insistere su una tesi che molti anni fa, nel 1975, era alla base della mia antologia su Gramsci e la questione sarda, e che mi pare tuttora convincente: che cioè la Sardegna diventò per Gramsci negli anni Venti una specie di laboratorio, nel quale egli pensò si potessero isolare con maggior nitidezza gli elementi essenziali della sua nuova politica rivoluzionaria delle alleanze.
Qui i contadini, per effetto della struttura frammentata della proprietà fondiaria, erano più «liberi», meno oppressi da grande latifondo; qui la piccola borghesia urbana (gli ufficiali della Grande Guerra) godeva di maggiore autonomia intellettuale rispetto ad una più esile e meno influente grande borghesia; qui era già in campo sin dal dopoguerra una grande rivendicazione di autonomia regionale, che si radicava nell'insularità della Sardegna, nel suo stato di storica subordinazione all'interno dei meccanismi del dualismo Nord-Sud (Franco Venturi sostenne poi che il primo esempio di questo dualismo si era avuto appunto nel Regno di Sardegna, tra il Piemonte metropolitano e la Sardegna).
Un laboratorio, dunque. Sono questi gli anni, i mesi (prima dell'avvento definitivo della dittatura, stretti dalla morsa della violenza fascista) in cui Gramsci si impegna per ribaltare gli equilibri di un partito ancora largamente bordighista. «Dirigere dal di fuori le masse degli altri partiti», per dirla con l'espressione sintetica di Gramsci, significa appunto far leva sulle contraddizioni reali, far politica, aggregare su un programma antifascista aperto alle specificità regionali, lavorare per il blocco operaio-contadino. Nel 1924 Gramsci torna in Sardegna (non lo sa ancora ma sarà per lui l'ultima volta). Lo fa per partecipare al congresso regionale, semiclandestino, sulla spiaggia di Is Arenas, vicino Cagliari. Vi sostiene, davanti a poche decine di delegati, la nuova linea dell'alleanza operai-contadini. Particolare quasi commovente: il compagno Scalas, da Oristano, ha portato un pacco di paste, che i delegati consumano in fretta prima di sciogliersi alla chetichella, timorosi d'essere scoperti.
Sappiamo che per la svolta gramsciana non ci fu più tempo. L'episodio dell'appello del Krestintern, l'Internazionale contadina, al V congresso del PSd'Az (Macomer, 1925) è emblematico. Lo riassumo in breve. Ruggiero Grieco piomba in Sardegna, cerca di diffondere tra i delegati un testo che in sostanza li invita a ripudiare i capi per unirsi agli operai rivoluzionari e che prefigura, con qualche ambiguità, un futuro governo a base soviettista e consiliarista, un consiglio composto di operai, di contadini, di pastori e di pescatori. Respinto alle soglie della sala congressuale dai militi fascisti che svolgono servizio d'ordine, Grieco parlerà poi di «eroicismo diffuso» dei delegati sardisti e ammetterà l'insuccesso. Severissimo, qualche tempo dopo, il giudizio sull'episodio di Emilio Lussu, in una lettera amichevole a Gramsci: «I capi che voi chiamate opportunisti sono però quelli che hanno impedito che i contadini e i pastori sardi passassero al fascismo [...]. Non siamo comunisti: questo è un fatto».
L'arresto di Gramsci interrompe la traduzione in politica dell'intuizione sulla Sardegna-laboratorio. Non sappiamo se davvero, date le condizioni della lotta politica sarda dell'epoca, quel progetto avesse possibilità di realizzarsi. Molti e profondi erano gli elementi di debolezza della situazione, a cominciare dall'ambiguità dello stesso Partito sardo, stretto tra le sirene del sardofascismo (l'ala scissionista guidata da Paolo Pili che aveva aderito al regime e almeno per qualche tempo ne aveva avuto una delega a governare) e l'antimarxismo di fondo del suo gruppo
dirigente.
Nei Quaderni (edizione Gerratana) la Sardegna è citata in una quindicina di punti diversi. Il luogo forse più significativo, però, è ancora quello dove Gramsci riprende l'analisi dei contadini sardi e delle alleanze. In questi brani, come nel decisivo passaggio dedicato alla Sardegna nel precedente saggio del 1926 sulla questione meridionale, il punto focale si fa ancora più netto: come trasformare lo spontaneo antistatualismo dei pastori e contadini sardi in sentimento anticapitalistico; come tradurre il ribellismo in scienza rivoluzionaria; come fare dell'intellettuale piccolo-borghese nemico dei «continentali» il nemico irriducibile dei capitalisti continentali. Insomma come far compiere ad un grande movimento di massa un cammino uguale a quello che il giovane Gramsci aveva compiuto, lui stesso, nei suoi primi anni torinesi.
Ricorderà Gramsci nel 1937, in una delle ultime lettere in cui si parla della Sardegna: «Nella letteratura italiana hanno scritto che se la Sardegna è un'isola ogni sardo è un'isola nell'isola, e ricordo un articolo molto comico di uno scrittore del Giornale d'Italia che nel 1920 cosi cercava di spiegare le mie tendenze intellettuali e politiche. Ma forse un pochino di vero c'è, quanto basta per dare l'accento».
Vecchio e nuovo.Appunto, l'accento. Il Gramsci che, dal carcere, raccomanda alla sorella di lasciare che «i bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell'ambiente naturale in cui sono nati» pensa forse anche in chiave autobiografica. Avverte la ricchezza di quel patrimonio, proprio mentre coglie con staordinaria lucidità i limiti storici di quella che chiama, senza idoleggiamenti e con severità, «la cultura regionale o da villaggio». Sa - e lo scriverà nei Quaderni - che la critica radicale di quella cultura, delle sue ricorrenti chiusure, del suo atavismo cronico, non deve tuttavia costituire il rifiuto di quella «concezione del mondo [...] non elaborata e asistematica [che è] propria delle classi subalterne in Sardegna»; concezione del mondo della quale va attuata la «riforma», sino a riscattarla e a tradurla in un modo di pensare «nazionale ed europeo».
Non esiste dunque un Gramsci «sardista», come non esiste [...] per lo meno nel senso che se ne volle dare, anche sulla scorta dell'interpretazione togliattiana, nel secondo dopoguerra e oltre. In fondo, per definire il rapporto tra Gramsci e la Sardegna, non trovo ancora oggi nulla di meglio che far ricorso all'immagine suggestiva utilizzata nell'introduzione dell'antologia del 1975. E' un passo tratto da una lettera del 1932 a Teresina, e dice cosi: «Non so se ricordi. Io dicevo sempre, da bambino, che avrei desiderato di vedere tia Alene in bicicletta, ciò che dimostra che ci divertivamo a mettere in contrasto i trogloditi con la modernità relativa d'allora».
I «trogloditi» e la modernità, il vecchio e in nuovo, la cultura della tradizione e quella dell'innovazione, il mondo contadino e quello operaio, Ghilarza e Torino, il Sud più arretrato e il Nord più avanzato, il ribellismo sardista dell'adolescenza e la matura coscienza rivoluzionaria degli operai d'avanguardia: un ambizioso progetto di sintesi affidato interamente alle armi nuove della politica comunista. Il carcere e poi la morte di Gramsci avrebbero purtroppo impedito che se ne potessero verificare gli esiti.