Con il suo coraggio era entrato nel cuore di tutti i sardi

SASSARI.Quel giorno di tanti anni fa Tore Burruni era li nell'aula magna del Liceo Azuni per ricevere da Pietro Soddu, che allora era qualcosa come assessore regionale allo sport, una delle mille medaglie che ha avuto in vita sua. E una mia collega, di statura medio-sarda, si meravigliò che quel campione del mondo fosse più basso di lei. A distanza di tempo ancora lo racconta sorridendo.
(C'è un aneddoto quasi analogo nella vita di Gramsci: un anarchico suo compagno di carcere, un pezzo di gigante detto l'Unico, si ribellava a credere che quell'omino sofferente fosse il finissimo pensatore, capo del Partito comunista d'Italia).
La verità è che i pugili, visti fra le corde del ring, sembrano sempre più grandi di quanto in effetti non siano: al contrario dei giocatori di basket, che dentro i pochi palmi del teleschermo danno l'impressione di essere alti come noi.
Un altro grande della statura di Burruni è Gianfranco Dettori, uno dei più grandi fantini che abbiano mai calcato i turf d'Europa. Un giorno che gli chiedevo da dove cavasse la forza per governare la potenza dei suoi corridori, si scopri un avambraccio tutto di ferro e disse sorridendo: «Qui c'è la forza della Sardegna».
Giusta per un fantino, la frase è ancora più giusta per un pugile, se si pensa a quanti ne abbiamo avuto, da Gavino Matta in poi (dico di Gavino, che ho fatto in tempo a conoscere e a veder combattere).
Ma di Burruni colpiva anche l'intelligenza: non solo quella del fighter - ché al livello dei pesi mosca, al suo tempo, la scherma veniva prima della forza -, ma anche quella dell'uomo che sapeva ragionare e parlare con senno. Aveva una pronuncia algherese fortissima, che dava come un sovrappiù di saggezza da pescatore alle cose che diceva: e pazienza se pescatore non era stato mai.
Fu uno dei primi pugili sardi che potemmo seguire in televisione. La sua carriera e la tv in Sardegna (dove era arrivata con qualche anno di ritardo) erano cominciate quasi insieme. C'erano anche altri, come Zuddas, Rollo, Furesi: ma Burruni, che era già simpatico di suo per la riservatezza, la sua modestia, il grande coraggio, aveva un indice di gradimento più alto nel cuore dei sardi.
Non so come, una volta mi capitò perfino di fare lo speaker ad un suo incontro: poca roba, nella boxe chiamano speaker anche quello che dice «Seconda ripresa», intanto che la gente guarda la bella ragazza che alza il cartello col numero 2. In verità so come successe: è che Sebastiano G. Pani organizzava una serata di boxe sul grande prato dell'Acquedotto.
L'incontro di cartello era un Burruni-Accavallo - senza titolo in palio, come si diceva. Era il primo agosto del 1959. A Pani era venuto a mancare lo speaker, e cosi, in nome dell'amicizia, toccò a me quel curioso ruolo dell'annunciatore che, in fondo, non annuncia nulla.
Rivisi Burruni a fine maggio del 1993 ad Alghero. Non mi ricordo chi aveva organizzato un curioso convegno il cui tema (ma non vorrei sbagliare) era qualcosa come 'Cultura e boxe" oppure 'La boxe nella cultura sarda". I promotori avevano messo insieme un bel gruppo di ex-campioni (uno per tutti, mi ricordo, Duilio Loi: c'era un intervistatore che si affaticava a fargli dire che, con quel cognome, anche lui era sardo. Ma Loi, mi pare, si tirava piuttosto indietro, negandosi con un accento che più milanese è difficile trovarne). Tutti i pugili che parlarono dissero poche cose, ma giuste. Burruni stava in mezzo a loro e si vedeva che era il più amato di tutti.
Manlio Brigaglia