Donne lavoratrici nella città multietnica

OLBIA. Niente mimose sul tavolo, nessuna voglia di festa alla Simpliciana, diventata per una sera la biblioteca della riflessione al femminile. Olbia, ieri, ha ricordato cosi, senza i simboli inutili del consumismo, l'omaggio alle operaie americane morte bruciate in fabbrica nel secolo scorso. E l'ha fatto celebrando le sue donne lavoratrici, quelle del mondo, bianche e nere, che vivono in città.
Ed è stato un successo. Un 8 marzo degno di questo giorno, degno di una ricorrenza triste per le donne americane morte in fabbrica. Vittime e paladine del lavoro che era e resta una necessità, ma anche un segno e un sogno di libertà, inseguito nei tempi.
Olbia, non a caso, ieri ha chiamato altre donne che lavorano per ricordare. «Donne del mondo», come nel titolo scelto da Marella Giovannelli che ha suggerito alla Fidapa la serata multietnica patrocinata dall'amministrazione.
Donne con nessuna voglia di ghettizzarsi, di chiudersi ancora nel limbo di un'identità cromosomica e culturale, storica e sociale: un fardello che l'esasperazione consumistica dell'età postmoderna ha trasformato in festa, senza però riuscire ad alleggerirne il peso. E gli effetti di una condizione che continuare a fare rima con disagio, tanto più violento quanto più cambiano i tratti somatici e quindi l'appartenenza a nazioni, paesi e comunità.
Beata Maria (polacca), Flavia (argentina), Ekaterina (russa), Ana Maria (messicana), Isabel (peruviana), Fares (marocchina), Doris (nigeriana) e Mannar (senegalese): sono loro le donne di Olbia arrivate dal resto del mondo, protagoniste della memoria che ieri si è fermata in biblioteca. Sette su centinaia di donne che hanno vinto una doppia scommessa: quella del lavoro e quella dell'integrazione.
Forse in queste storie felici ha contato pure la fortuna, che però non sembra bastare quando si è donne.
«Serve che la società costruisca spazi e canali riservati ai drammi al femminile - ha detto il vicequestore aggiunto Anna Maria Savoia, dirigente del commissariato -. Dal mio osservatorio privilegiato è facile capire che Olbia manca di una casa di accoglienza per le donne senza diritti, per le clandestine, per le donne che non hanno soldi, ma bisogno di assistenza, psicologica e legale. Ecco perché non è sufficiente un giorno per costruire, e nemmeno è utile pensare agli uomini come avversari o nemici. Per esempio, non ho mai creduto di essere una costola di qualcuno, ma si che sono convinta del bisogno di un aiuto effettivo che le donne meritano. Un percorso a cui tutti insieme dobbiamo lavorare per il riconoscimento delle pari dignità».
Alla Simpliciana era un continuo applaudire mentre le donne del mondo si raccontavano, donne bianche e nere, famose e non, pronte a fare rinunce, ma libere di scegliere.
Ha detto Donata Giacomelli, del Laboratorio interculturale. «Non immaginate neanche quante donne islamiche vivano a Olbia, ma non possono uscire perché non sanno dove andare. O quante donne dell'Est lavorino in città, ma da anni non vedono i loro bambini. Non saprebbero dove tenerli. Significa che la multiculturalità non solo non coincide con l'interculturalità, ma la strada da fare è ancora lunga per ridurre la distanza tra i due aspetti di questa stessa dinamica sociale. Chiedo l'aiuto di tutti».
Alessandra Carta