«In quel faro gli anni più belli»


ORISTANO.La letteratura e le leggende hanno attribuito ai fari tante simbologie. Quello di Capo San Marco le racchiude tutte. Dalla strada Carlo Felice, che unisce i due estremi della regione, si arriva verso la zona d'Oristano e ci s'immette nel bivio che conduce a Cabras, seguendo la segnaletica della zona archeologica di Tharros. Paralleli alla linea di costa, gli ambienti umidi costituiscono una risorsa di grande valore naturalistico. Sale Porcus, Mistras e Cabras hanno un'importanza internazionale, e sono riconosciuti dalla convenzione di Ramsar per la ricchezza dell'avifauna.
In particolare Cabras è il più grande stagno d'acqua dolce della Sardegna. Vi si pescano muggini, anguille, spigole e altre specie, attraverso camere che hanno il compito di trattenere il pesce, tradizionalmente costruite con filari di canne, come nel complesso della storica peschiera Pontis. Più avanti le case basse del villaggio di San Salvatore, un tempo utilizzato come set per i film western. Qui si celebra, a settembre, 'la corsa degli scalzi", un evento che ricorda la precipitosa fuga della comunità di fronte allo sbarco dei saraceni sulle coste.
Ovunque, lungo il percorso, c'è una concentrazione di nuraghi e testimonianze d'insediamenti umani d'ogni epoca, fino all'imponente Torre di San Giovani, che domina il promontorio roccioso di Capo San Marco. Costruita interamente in basalto tra il 1580 e il 1610, faceva parte di un progetto più ampio, ideato da Filippo II, successore di Carlo V, che prevedeva la costruzione di una cinta di torri di guardia, dislocate strategicamente a vista tra loro, per consentire un sistema d'avvistamento e segnalazione contro le incursioni barbaresche. Le coste del Sinis presentano un vasto campionario di queste torri, sorte tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo.
Prima di arrivare al faro, sulla sinistra, c'è Tharros, il più grande insediamento del territorio, la città-Stato costiera, fondata nell'800 a.C. dai Fenici vicino a un preesistente abitato nuragico, poi punica e, in seguito, romana. Il faro, costruito nel 1924, è un grande fabbricato a due piani, con una torretta a pianta quadrata dove poggia la torre cilindrica della lanterna che ha una portata di 18 miglia.
Si può perciò affermare che seguendo la sua luce si scoprono tante storie: quella dell'antica città di Tharros, di fronte alla quale le imbarcazioni trovano rifugio dalla forza del mare e del vento; quella degli stagni della penisola del Sinis, punto di passaggio dei fenicotteri rosa che arrivano a migliaia per riposarsi durante la loro migrazione; quella delle torri costiere aragonesi. E, infine, quella d'Elisabetta Deriu, la prima donna farista d'Italia. Suo figlio, Vincenzo, nato nel faro di Sant'Elia a Cagliari, è l'attuale fanalista di Capo San Marco, coadiuvato da Vincenzo Pinna e Alessandro Cocco.
Elisabetta sposò Graziano, seguendolo da un faro all'altro della Sardegna fino a Torre Grande, al centro del golfo d'Oristano. Era felice, amava suo marito, la famiglia e soprattutto la vita nel faro. Ma, come tutte le cose belle non durò a lungo, e nel 1967 rimase improvvisamente vedova con quattro figli da mantenere e pochi soldi.
Decise di occupare il posto del marito con l'aiuto della marina militare italiana, che aveva stabilito di agevolare i congiunti dei faristi, deceduti durante il servizio e, per la prima volta, apriva la possibilità di lavoro alle donne. Si ritrovò nel 1969, insieme col figlio ventenne Vincenzo, a frequentare un corso alla Spezia per imparare a maneggiare i motori, l'elettricità e tutto quanto era necessario per la manutenzione del faro. Aveva 42 anni quando diventò farista a Torre Grande (mentre Vincenzo fu assegnato all'Isola dei Cavoli) e poi reggente a Capo San Marco, dove visse con altri due colleghi della Maddalena, i fratelli Paolo e Benito Mureddu. Oggi Elisabetta è una donna quasi ottantenne, giovane nel fisico, ma soprattutto nello spirito, che le avversità non sono riuscite ad intaccare. Conduce una vita 'normale", in paese, a Cabras. Ma rimpiange gli anni tra le mura del faro: 'Ero felice, non ho mai conosciuto il significato della parola solitudine, avevo sempre da fare e amavo il mio lavoro. Anche quando non ero di guardia, non riuscivo a dormire senza aver controllato che la luce della lanterna fosse sempre accesa. Una volta rimasi sola, di notte, perché gli altri due fanalisti erano andati alla Maddalena, per la morte della madre. Sentii dei rumori tra i cespugli che circondano il faro, due panfili si erano ormeggiati sotto costa, all'interno del golfo, alcuni uomini erano scesi a terra e si muovevano furtivi tra la vegetazione bassa. Passai la notte in piedi a sorvegliare queste strane manovre fino il mattino seguente, quando i finanzieri, armati, arrivarono al faro cercando dei contrabbandieri di droga. Se ci ripenso, adesso, penso di aver corso un bel rischio!"
Periodicamente andava sull'isola di Mal di Ventre per controllare i segnalamenti e cambiare le bombole d'acetilene. Ricorda il giorno in cui, a metà navigazione, la barca iniziò a imbarcare acqua. Riusci ad arrivare a terra, ripararla, svolgere il lavoro sull'isola e ripartire per Capo San Marco. Era con il figlio Vincenzo, allora suo sottoposto. Elisabetta andava da sola a pescare con reti e nasse, coltivava l'orto, faceva funzionare il generatore e il gruppo elettrogeno che alimentava la lanterna, la rete elettrica è arrivata solo nel 1990. Per vent'anni ha vissuto da protagonista, svolgendo compiti prevalentemente maschili, facendo di tutto senza risparmiarsi i lavori pesanti.
Infine, quando smetteva i panni da fanalista, si dedicava al ricamo. Ancora oggi, sulle pareti del suo vecchio alloggio, ora occupato dal figlio Vincenzo, fanno bella mostra di sé, come tanti quadri, le opere realizzate durante quegli anni. Sono tele alte anche tre metri, lavorate a filè e mezzo punto a croce, come da migliore tradizione femminile sarda, create dalle mani d'Elisabetta Deriu, di Cabras, la prima donna fanalista d'Italia.

Barbara Calanca