Nell'isola della memoria


A distanza di 26 anni dall'edizione italiana (28 da quella danese) «Le radici», il lungo racconto autobiografico di Maria Giacobbe, non ha perduto incisività e fascino. «Diario tra due mondi», titolo della prima edizione del 1975, sottolinea il ritorno memoriale della scrittrice dalla Danimarca, dove vive e lavora, al mondo barbaricino, dell'infanzia e dell'adolescenza. Il libro piacque ai danesi perché segna la scoperta di «un angolo d'Europa estremamente lontano nello spazio e nel tempo» (Cip Carlsen) e perché è, insieme, racconto di memoria, «poesia e documento» («la Sardegna è un'isola come prima ma ora sappiamo molto di più su di essa. Maria Giacobbe è uno dei suoi migliori poeti», Knut Holst).
Due anni dopo venne pubblicato, con il titolo «Le radici», dall'editrice Della Torre, dopo l'interruzione delle trattative con l'Einaudi, che chiedeva il taglio delle riflessioni antropologiche. Piacque allora, e piace adesso, per la sua attualità: si colloca nel dibattito aperto negli anni '70, ma sempre vivo, sulle radici dell'identità regionale, sull'incontro-scontro tra culture diverse.
Le «radici» sono quelle di una donna e della sua famiglia, di una comunità, quella nuorese, e di una regione: un mondo quasi del tutto scomparso, ricostruito attraverso un incantevole gioco tra memoria e documento, mito e storia. E' scomparsa l'antica casa di famiglia, labirinto di esperienze e di emozioni: «La casa dove sono nata, dove mia madre è nata, dove nonna arrivò sposa... Solo chiudendo gli occhi riesco a ritrovarla». Le radici barbaricine affondano nel mito: l'antenato di Fonni, famoso predone, morto in odore di santità, dopo avere restituito ai legittimi proprietari il frutto delle razzie, e il bisnonno che mise radici a Nuoro portandovi i due figlioletti (a cavallo, dentro una bisaccia, «come agnellini per il sacrificio pasquale»). L'apertura verso la storia e la cultura italiane ed europee ha inizio con la nonna, «una vecchia donna che a malapena sapeva sillabare i suoi neri libricini di preghiera, dai caratteri grossi come formiche», antifascista per incrollabile senso di giustizia. Ha l'espressione più alta nel padre Dino, sardista e autonomista, costretto all'espatrio per l'attività politica. La madre trasmette alla figlia il «vizio della lettura»: alcuni libri, sospetti perché in lingua originale, Roman Rolland, Malraux, furono sequestrati durante le perquisizioni fasciste.
Il primo percorso del libro è dedicato all'infanzia, magica come tutte le infanzie, luogo delle origini: «E' come se tutto ciò che nel tempo mi fu dato provare e pensare... non sia stato che... un ripetersi delle conoscenze, delle sensazioni, delle fantasie, che furono le profonde, fondamentali esperienze dei primi anni dell'infanzia». Se Cosima, nell'omonimo romanzo deleddiano, prova un senso di vertigine, il ricordo di una vita anteriore remotissima, di fronte alla nonna, piccola come una fata, Maria Giacobbe vive una impressione «tremenda e misteriosa... di cose già vissute in un'esistenza lontanissima e fuori dalla storia», quando la serva Martina racconta antiche fiabe barbaricine e canta nenie incomprensibili. Sono le tracce del tempo pelasgico, che secondo Giuseppe Dessi vive nella memoria e nella coscienza dei sardi.
Attraverso la casa «un fiume di gente entrava e usciva senza soste»: domestiche che nella piccola cronaca personale dell'autrice segnano epoche diverse, pastori e contadini, comari povere dei paesi vicini, venditori ambulanti, cantanti girovaghi, amici antifascisti dei genitori.
Dal microcosmo della casa la memoria si allarga in cerchi sempre più ampi sino a includere la comunità nuorese, della quale Giacobbe è, con Grazia Deledda («Cosima») e Salvatore Satta («Il giorno del giudizio»), uno dei tre narratori-poeti. Una pagina straordinaria è dedicata ai «matti» che la comunità, governata da leggi di solidarietà, accoglie, salvandoli da un destino più orribile della morte, la reclusione nei manicomi di Cagliari o di Sassari, e rispetta, perché li considera «depositari di quel mistero sacro che la follia rappresenta ancora per la maggior parte di noi». Nel mondo agropastorale si celebrano ancora, secondo tradizioni antiche, i riti del mondo contadino: la trebbiatura avviene con la grossa pietra trascinata dal giogo dei buoi e si spula al vento quando il vento c'è. Espressione di questo mondo aspro e indipendente è il contadino anarchico che percepisce il rapporto fra datore di lavoro e salariato come rapporto tra uomini liberi («io non ho padroni»).
Il percorso storico più significativo descrive una vicenda traumatica per le comunità dell'interno: la notte di San Bartolomeo (14, 15 maggio 1899) come venne definita da un testimone-narratore continentale. Le popolazioni barbaricine che ne subirono le conseguenze non avevano le conoscenze storiche adeguate né le capacità di scriverne. «Dell'altra storia» conoscevano solo le vicende che si erano ripercosse negativamente sulla loro vita. Fu una vera, «azione di guerra», voluta dal generale Pelloux nell'ambito della lotta al banditismo, contro una regione italiana come contro una «colonia ribelle»: un migliaio di persone incarcerate, intere famiglie strappate alle loro case (uno studente malmenato a sangue durante la retata osa dire: «Lasciatemi per Dio! Sono italiano! Non si tratta cosi un cittadino italiano!»). Giacobbe ripercorre le vicende storiche dell'isola: da colonia spagnola a feudo asburgico fino al regno di Sardegna e d'Italia, «passaggi di proprietà» dei quali i sardi furono «oggetti non consultati». Un rapporto conflittuale esiste tra le leggi «straniere», dello stato italiano, e il codice barbaricino della vendetta studiato da Antonio Pigliaru. Il problema del banditismo viene portato a conoscenza dell'opinione pubblica nazionale e del Parlamento, fra gli altri, da Alfredo Niceforo. Nuoro viene definita «zona delinquente» e la criminalità «una malattia storica del sangue» che spinge fatalmente al furto e al delitto e che è possibile curare con azioni militari.
Conclude «Le radici» la vicenda bizzarra «dell'uomo di rue des lillas»: un pastore di Fonni emigrato in Francia che nel vedere l'erba «grassa e fitta» della periferia di Parigi sogna di fare ancora il pastore e, con il suo piccolo gregge di capre, produce latte e formaggi «sardi», in una metropoli che sente come la vera patria. Muore nei primi anni '50 trucidato, insieme al «suo armento gentile», da un «idiota qualunque» al volante del suo bolide di metallo. Questa vicenda assume il valore di una metafora. Negli stessi anni la famiglia Giacobbe si disperde in Italia e in Europa e il mondo dell'infanzia scompare «sotto il ciclone del cosiddetto miracolo petrolchimico-edilizio-televisivo»: la mutazione antropologica che altera profondamente, nel male e nel bene, i tradizionali modelli di vita.
Chiedersi se ne «Le radici» siano più significative le memorie autobiografiche o le riflessioni antropologiche è ozioso: storia e autobiografia ne costituiscono, insieme, la linfa vitale. L'opera è nata da due esperienze essenziali. Da un lato le tensioni civili, che derivano a Giacobbe dalle tradizioni familiari, la portano a collaborare a «Il Mondo» di Pannunzio, a «Comunità», a «Mondo operaio» e a scrivere le prime opere con le quali partecipa alla breve stagione del neorealismo sardo insieme ad Albino Bernardini e a Giuseppe Fiori. Dall'altro lato è l'esperienza di vita in Danimarca che le ha consentito di tornare, con memoria limpida e densa di rimpianto, a un mondo infinitamente vicino, ma anche infinitamente lontano.
«Le radici» sono il libro nel quale convergono, e dal quale si irradiano, i percorsi che conducono alle altre opere di Maria Giacobbe. Anzitutto il libro d'esordio, «Diario di una maestrina», 1957, dedicato alla scoperta della Sardegna dei paesi dell'interno, e «Piccole cronache», 1961, che descrive l'infanzia e l'adolescenza nell'impatto con il fascismo. Il tema dell'infanzia ritorna ne «Il mare», 1967 e in «Maschere e angeli nudi» 1999. Il legame tra una scrittrice e la sua terra è in «Grazia Deledda», 1974 (Maria Giacobbe come Grazia Deledda «non sarebbe stata la scrittrice che fu se il destino non l'avesse fatta nascere donna, nuorese e barbaricina»). Le tensioni, infine, tra tradizione e innovazione ritornano in «Arcipelaghi», 1995: tragica storia del conflitto tra il codice barbaricino e una più moderna concezione del diritto.

Paola Pittalis